Sunday 24th September 2017,
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2017 – LA FEDERAL RESERVE COSTRETTA AD INSEGUIRE

Pinguinoeconomico 21 dicembre 2016 Economia Nessun commento
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L’esito dell’ultima riunione dell’anno della Federal Reserve nel 2016 è risultato meno scontato del previsto, non tanto per la dimensione del rialzo dei tassi di interesse, ma per le previsioni di ulteriori inasprimenti comunicate per il prossimo anno.

L’anno scorso la Fed promise quattro incrementi di 25 basis points, che si sono concretizzati, invece, nell’unico intervento della scorsa settimana. Con la scusa delle elezioni domestiche, la Federal Reserve ha preso ancora tempo, provocando la discesa dei rendimenti nella direzione diametralmente opposta, rispetto al previsto, almeno fino all’estate.

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L’atteggiamento un po’ più aggressivo, anche nei toni, da parte della Yellen lascia pensare, tuttavia, che difficilmente si ripeterà la farsa del 2016 e che nel prossimo anno i rialzi effettivi siano per lo meno i tre dichiarati, se non addirittura in quantità superiore.

Dallo scorso luglio, i tassi hanno iniziato a salire lentamente fino ad ottobre e successivamente, dalla elezione imprevista di Donald Trump, in misura molto repentina.

Di conseguenza, il tasso di rendimento del titolo governativo statunitense è praticamente raddoppiato in soli cinque mesi passando dal 1,34% di metà luglio al 2,63%.

In definitiva ci sono almeno tre ragioni per le quali l’atteggiamento restrittivo della Banca Centrale americana proseguirà a ritmo più sostenuto nel 2017:

  • I dati macro economici sono stabili
  • Il mercato azionario sta salendo in modo parabolico e necessita di una correzione
  • Il dollaro continua a rafforzarsi

La Yellen è sembrata con le spalle al muro, nell’ultima riunione, evidenziando la necessità di recuperare il tempo perduto. La Banca Centrale è probabilmente stata costretta ad interrompere la marcia di normalizzazione dei tassi, vale a dire riportarli ai livelli del precedente quinquennio, a causa della finestra elettorale, durante la quale le manovre di politica monetaria sono limitate alla sola emergenza, per non avvantaggiare un candidato rispetto ad un altro.

Riguardo al primo punto, i dati macro economici mostrano che forse il peggio per l’economia a stelle e strisce è dietro le spalle. Il livello di piena occupazione ed una crescita moderata hanno spinto l’autorità monetaria a cambiare politica alla fine dello scorso anno. Il vero problema è il tasso di inflazione, il cui livello “core” – calcolato al netto delle componenti alimentari ed energetiche – è da tredici mesi al di sopra della soglia del due per cento, uno dei principali obiettivi di politica monetaria della Banca Centrale.

La seconda motivazione riguarda la corsa senza freni del mercato azionario. Malgrado gli stimoli monetari siano terminati da quasi un anno e mezzo, i mercati finanziari sono ancora inondati da un’ enorme liquidità, che spinge al rialzo le quotazioni dei titoli e rende il credito molto conveniente.

La Fed è spaventata dalla bolla che si sta creando, non dissimile da quella del 1999 e del 2007 e cerca di correre ai ripari, anche se con estremo ritardo. Tassi più elevati rendono il mercato obbligazionario più conveniente rispetto alle azioni. Molti analisti giudicano il livello del 3% del Tbond americano, ora già al 2,6%, come un probabile spartiacque.

Infine il problema del dollaro, un nuovo incubo per la Yellen ed un altro motivo per il quale ha posticipato il più possibile il rialzo dei tassi. Il movimento in ascesa del biglietto verde sembra inarrestabile, già da oltre un biennio, e continua ad autoalimentarsi, in particolare grazie al calo delle materie prime (petrolio e rame). Il rialzo dei rendimenti contribuisce ovviamente a buttare ulteriore benzina sul fuoco e ad attrarre gli investimenti sul biglietto verde, tanto più il differenziale nei confronti dei rendimenti degli assets in euro ed yen continua ad ampliarsi.

La forza della valuta americana impatta negativamente sulle esportazioni delle aziende, ma è difficile che la Fed possa rallentare il ritmo dei rialzi solo per questa ragione.

In sintesi, la Banca Centrale statunitense sembra costretta a rincorrere quello che la curva dei rendimenti ormai spiega da sola. I tassi di interesse sono in risalita su tutte le scadenze ed anche troppo velocemente.

Questo elemento non piacerà ai mercati azionari, tanto più qualora il fenomeno si allarghi a macchia d’olio anche in Europa e Giappone, evento da non escludere già dal prossimo anno.

I tassi ripartono al rialzo e la Fed può solo stare a guardare, accompagnando il movimento.

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