Sunday 13th October 2019,
Pinguinoeconomico

CINA – LA SVALUTAZIONE E’ UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO

In seguito all’inasprirsi dei reciproci dazi tra Stati Uniti e Cina ad inizio agosto, Pechino ha iniziato a svalutare la propria divisa, sia come mossa di ritorsione, ma anche per rendere più competitive le esportazioni e compensare l’imposizione dei nuovi dazi americani.

Nella notte del 4 agosto la Banca Centrale cinese ha dato semaforo verde per la terza svalutazione negli ultimi cinque anni e la valuta domestica è scivolata fino a 7,03 per un dollaro, il valore più basso dal marzo 2008, arrivando fino a 7,17 ad inizio settembre, mentre al momento scambia intorno a 7,07.

 

UN POTENZIALE EFFETTO BOOMERANG

In realtà il provvedimento potrebbe generare più svantaggi che vantaggi.

Un aumento dei dazi del 10% ha controindicazioni contenute sull’andamento di un’economia così importante come quella cinese, mentre, al contrario l’impatto di una svalutazione sull’economia domestica potrebbe essere molto più significativo.

La svalutazione, per  quanto illuda di diventare più competitivi, indebolisce il potere di acquisto dei consumatori, che subiscono una riduzione dei salari ed un aumento dei prezzi (inflazione).

In aggiunta, si complica il problema del debito sia privato che societario, in parte anche in valuta straniera – quasi esclusivamente in dollari – la cui restituzione diventa più onerosa in presenza del deprezzamento della valuta locale. Le società hanno, alla fine del primo semestre del 2019, debiti superiori ai 2 trilioni di dollari.

In presenza di una valuta più debole, le aziende subiscono una riduzione dei margini in virtù dell’aumento dei costi sia fissi (manodopera e materie prime importate) che variabili (energia).

I privati sono invece danneggiati da un incremento dei prezzi al consumo, che appare sempre più marcato rispetto ai dati ufficiali,  i quali tendono invece a minimizzarlo.

La situazione è aggravata dalla notevole liquidità che pervade il sistema finanziario domestico, alimentata dai recenti tagli della riserva obbligatoria delle banche, ben cinque da inizio anno, che hanno reso disponibile un altro mezzo trilione di dollari di potenziali finanziamenti al sistema produttivo.

E’ tuttavia il debito corporate che rischia di essere il vero boomerang sulla crescita economica della prima economia asiatica.

Secondo una recente analisi pubblicata da Bloomberg, la cifra ufficiale pari a due trilioni di dollari è inferiore di almeno un terzo rispetto a quella reale che non contempla i circa $650 miliardi delle filiali estere che non sono contemplati nella statistica.

Una percentuale elevata di questi debiti scade nel 2020 (già $63 miliardi nel primo semestre) e si teme che la Banca Centrale debba intervenire, utilizzando le riserve valutarie per evitare default a catena.

Il rischio è che le aziende aumentino il processo di approvvigionamento di dollari, nel timore di un’accelerazione della svalutazione, contribuendo ad un rapido declino nelle riserve valutarie del Paese, come avvenne nei mesi successivi la svalutazione estiva del 2015.

L’entità del debito in valuta non deve essere sottovalutato e le riserve valutarie, pari a 3,1 trilioni di dollari, rischiano di decurtarsi sensibilmente per sostenere le aziende insolventi.

I Paesi che esercitano un controllo dei capitali cross-border sono invitati dal Fondo Monetario Internazionale a mantenere i seguenti standard di riserve valutarie:

  • 30% superiori ai debiti esteri a breve termine
  • 20% degli altri debiti esteri
  • 10% delle esportazioni
  • 10% a cuscinetto di potenziali altri rischi (es: fuga di capitali)

Applicando questa metodologia ai dati ufficiali dei debiti esteri del Paese, Pechino avrebbe bisogno di almeno $2 trilioni di riserve per contrastare una crisi valutaria. Nel caso il controllo sui capitali diventi globale le aziende non sarebbero in grado di reperire dollari sul mercato interno per restituire i finanziamenti in scadenza

Tuttavia, secondo diversi organismi internazionali, il debito estero cinese è al momento assolutamente sostenibile e potrebbe ulteriormente crescere, ma non in presenza ovviamente di una crisi valutaria.

 

 

LE PRESSIONI SULLO YUAN

La divisa cinese è ai minimi degli ultimi undici anni e la sua persistente debolezza, associata ad una ulteriore più o meno accentuata svalutazione, potrebbe creare problemi nelle prossime scadenze di debito estero delle società domestiche.

Pechino deve gestirsi questo rischio con grande cautela ed è per questo che non eccede nella svalutazione dello yuan, che dopo un picco negativo a quota 7,17 nei confronti del dollaro ad inizio mese, è risalito nei giorni scorsi fino a 7,07.

 

IL DEBITO IMMOBILIARE

Le società più indebitate sono quelle nel settore delle costruzioni, che rischiano di dover aumentare il collaterale a garanzia nel caso di ulteriore deprezzamento della divisa.

Queste società hanno accumulato debiti per $169 miliardi a fine agosto e dovranno rimborsarne $39 entro giugno 2020, pari al 25% del totale. I cash flows e gli utili di queste società di molti operatori del settore rimangono robusti, ma i timori crescono dopo che le autorità monetarie sono già intervenute a salvare un paio di loro da inizio anno.

Gli organi di controllo sono inoltre ben presenti del rischio futuro e in giugno hanno introdotto un provvedimento che limita le emissioni di bond in valuta estera ed in particolare ancora più stringenti per il settore immobiliare.

Il silenzioso bailout della Banca Centrale cinese, con iniezioni di liquidità di centinaia di miliardi di dollari nel sistema finanziario, non sta tuttavia riducendo il rischio, ma al contrario lo incoraggia, tenendo in piedi le società meno solvibili e scarsamente patrimonializzate.

La produzione industriale e gli investimenti mostrano segnali di rallentamento, al pari dell’immobiliare e della crescita del credito.

Quest’ultimo eccede quello degli Stati Uniti, provocando una bassa produttività ed un ritorno del capitale investito assai modesto.

In definitiva, la svalutazione dello yuan non sta rendendo il Paese più competitivo, ma rende il debito sia privato che societario quanto più a rischio tanto più il potere di acquisto dello yuan diminuisce.

Nel contempo, le riserve valutarie restano almeno il 20% al di sotto del picco massimo raggiunto, mentre la Banca Centrale cinese ha abbandonato l’obiettivo di contrastare l’eccesso di debito.

Il deprezzamento dello yuan non risolve i problemi dell’economia cinese. Al contrario, mantenendo fuorvianti controlli sui capitali ed evitando di applicare le necessarie riforme strutturali, la svalutazione rischia di ingigantire i problemi dell’economia, mentre danneggia i risparmiatori, i lavoratori, i pensionati e le aziende in tutto il Paese.

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