Monday 11th December 2017,
Pinguinoeconomico

ELEZIONI USA – QUALE IMPATTO SUI MERCATI AZIONARI

Fiumi di inchiostro si sprecano ogni quattro anni per voler dimostrare che le presidenziali americane hanno un impatto sull’andamento di Wall Street, almeno nell’anno successivo all’elezione. In realtà, la storia passata e l’analisi delle principali componenti economiche confermano che la possibilità di incidere del nuovo candidato sono praticamente irrisorie, in quanto indipendenti dalla sua elezione.

Ci fu un’eccezione nel 2000, quando il mercato azionario crollò subito dopo le votazioni, ma con più di una giustificazione. Fu l’anno del famoso testa a testa tra Bush junior e Albert Gore, il vice presidente nei due mandati del democratico Bill Clinton. Durante le votazioni finali, il voto elettronico nello stato decisivo della Florida dovette essere conteggiato manualmente, provocando un ritardo nella proclamazione del presidente di quasi quaranta giorni, un evento che screditò il mito dell’efficienza a stelle e strisce.

Il mercato azionario crollò in questo periodo, ma anche in conseguenza dello scoppio della bolla speculativa delle dot.com, che aveva iniziato ad esplodere già dal precedente mese di marzo, cancellando diverse società della nuova era tecnologica. L’economia stava, inoltre, già rallentando significativamente, in seguito al calo degli investimenti dopo la paura per il “millenium bug”, il famoso cambio di data dei computer con il passaggio del millennio.

Di norma, chiunque sia il vincitore tende ad aumentare la spesa pubblica per mantenere una parte delle promesse elettorali, mentre ci si aspetta anche un’impennata della volatilità sugli indici destinata, tuttavia, a rientrare in poche sedute.

 

Stimolo fiscale

Molti economisti concordano che la politica economica statunitense si sposterà progressivamente dalla totale dipendenza monetaria ad un maggiore stimolo fiscale.

A tal proposito, entrambi i candidati sono favorevoli ad un incremento della spesa pubblica; tuttavia,  un cambio di rotta dipenderà non solo dal nome del vincitore, ma soprattutto dalla composizione dei due rami del Parlamento.

Anche in caso di vittoria della Clinton, attualmente la più plausibile secondo i sondaggi, il Senato dovrebbe rimanere nelle mani repubblicane, che osteggerà qualsiasi proposta democratica, in particolare proprio gli aumenti di spesa.

In ogni caso, con l’unica eccezione del 2009 (prima presidenza Obama), il primo anno della nuova amministrazione non coincide con un sensibile incremento della spesa pubblica. Dal 1905, la crescita media del budget federale nell’anno post elettorale si attesta al 5,5%, pressoché identica ai tre anni successivi del mandato. Qualora la spesa dovesse crescere in misura più significativa non avrebbe alcun impatto sugli indici, ad eccezione di alcuni settori direttamente coinvolti.

Anche riguardo all’andamento dei tassi di interesse, non vi è alcuna diretta correlazione con l’incremento della spesa pubblica ed il comportamento della Federal Reserve.

 

Volatilità

Ciclicamente ci si aspetta un incremento di volatilità nel periodo successivo alle elezioni, fenomeno che potrebbe prolungarsi in caso di sconfitta della Clinton, il candidato prediletto da Wall Street. Tuttavia, come la Brexit ha dimostrato, lo shock rientrerebbe velocemente ed in tempi probabilmente più rapidi del previsto.

In aggiunta, qualora Trump venisse eletto, non realizzerebbe nemmeno la metà delle sue discusse riforme, per non rischiare di compromettere i rapporti di forza repubblicani in Parlamento nelle elezioni di medio termine del 2018.

Negli ultimi giorni, in seguito al peggioramento di salute della candidata democratica, alcuni giornali hanno ventilato l’ipotesi di una sospensione delle elezioni, evento che si potrebbe paragonare al caos della Florida nel 2000.

Ironicamente, le maggiori minacce politiche arrivano invece dal resto del mondo ed in particolare dall’Europa.

La Merkel ha perso ad inizio mese le elezioni in un distretto federale a favore dei socialisti, ma con la nuova destra anti immigrazione che l’ha superata nelle votazioni.

In Austria si torna al voto per le elezioni del Presidente della repubblica entro fine anno, dopo la votazione annullata della scorsa primavera per sospetti brogli. Il candidato ultra nazionalista, sconfitto solo dal voto postale nella scorsa tornata elettorale, potrebbe invece riportare la vittoria sull’onda del problema crescente della gestione della crisi migratoria.

Nella parte mediterranea, l’Italia attende con palpitazione l’esito del voto referendario molto seguito anche nel resto del mondo, mentre la Spagna rischia di tornare alle urne per la terza volta in un anno, incapace di formare un nuovo governo. Infine, anche in Francia ed in Germania si svolgeranno le elezioni politiche il prossimo anno con i partiti populisti che guadagnano consensi, mentre lo stesso Trump è più temuto in Europa che negli USA.

In sintesi, la politica potrebbe condizionare in misura più o meno significativa l’andamento dei mercati azionari nei prossimi dodici mesi, ma probabilmente non negli Stati Uniti.

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