Friday 19th April 2019,
Pinguinoeconomico

EUROPA – COSA SUCCEDE QUANDO LA GERMANIA RALLENTA

Fino ad ora, la locomotiva tedesca è stata da traino per la debole ripresa europea dell’ultimo lustro, assai più modesta rispetto sia agli Stati Uniti che ai Paesi emergenti, negli anni successivi alla Grande Recessione.

La Germania ha saputo fare leva sulle sue grandi attitudini manifatturiere e, grazie all’export anche dell’industria automobilistica, è stato il primo Paese dell’area UE a ritornare ai livelli precedenti il 2008, sia per fatturato che per produzione industriale, riuscendo ad acquisire un ruolo di leadership europea anche grazie alla maggiore stabilità politica.

Al contrario, i dati macro economici pubblicati sul Paese da inizio anno hanno alzato diverse nuvole sulla sostenibilità della crescita nel Vecchio Continente nel corso del 2019.

Quello che era sembrato una macchina da guerra ora appare un cavallo bolso, esposto ai chiari di luna dell’economia mondiale ed alle ripercussioni della guerra commerciale cino-americana.

 

UNA FRENATA INASPETTATA

Le tensioni commerciali planetarie, la minaccia sempre più plausibile di una hard-Brexit ed una crescita debole nei Paesi emergenti con una brusca frenata della Cina hanno complessivamente giocato un ruolo determinante nel brusco rallentamento dell’economia tedesca, in crescita continua da nove anni.

Sull’orlo di una recessione tecnica, nel secondo semestre si sono aggiunti i dati del PMi di febbraio che mostrano un settore manifatturiero in recessione, ai minimi dal 2012, mentre sembra reggere la componente servizi la quale comunque scende ai livelli degli ultimi 69 mesi.

L’onda negativa si è già riflessa anche sulla produzione industriale, che è scesa lo scorso novembre del 1,9% su base mensile e del 4,7% su base annua.

Il mercato domestico rimane robusto con pressione salariali e un tasso di disoccupazione ai minimi storici. Ora crescono i dubbi sulla possibilità che l’economia possa reggere la forte contrazione del settore manifatturiero. Le ultime previsioni di crescita, per il corrente anno, sono state ridotte dal 1,9% al +1%, ma potrebbero essere ulteriormente decurtate in virtù di questi recenti dati.

Stupisce anche il calo di fiducia tra gli imprenditori, passata velocemente dalla cautela e dall’attendismo fino al sopravvenuto pessimismo: il 53% delle piccole e medie aziende  temono che il Paese scivolerà in recessione già nel corrente anno.

 

I FATTORI AGGRAVANTI 

Tale rallentamento potrebbe avere un effetto negativo non solo sull’economia domestica, ma anche quelle dell’area Euro in una situazione nella quale i problemi strutturali emersi in seguito alla Grande Recessione non sono ancora stati risolti.

La BCE ne è pienamente consapevole  ed è già intervenuta, annunciando un nuovo piano di TLTRO, vale a dire di finanziamento al sistema bancario europeo a tassi negativi o molto contenuti.

Tuttavia, questa forma di sostegno straordinaria elargita per la terza volta negli ultimi quattro anni non sarà sufficiente per sostenere la crescita o tamponare il rallentamento, in aggiunta alla continuazione di una politica economica ultra accomodante.

 

IL MERCATO DEL LAVORO

Sul fronte interno le maggiori criticità arrivano dal mercato del lavoro dove aumentano, in misura esponenziale, le difficoltà nel trovare personale specializzato, tant’è vero che  il periodo di assunzione media  ha superato i 100 giorni prima di essere evasa ed in particolare nei settori tecnologia, costruzioni e sanitario.

La situazione è destinata a peggiorare:  la carenza di questa tipologia di lavoratori raggiungerà i 3 milioni di unità nel 2030 e il problema è accentuato dal calo demografico e dal basso tasso di natalità interno, che non sono stati compensati dall’elevato flusso migratorio,nonostante abbiaulteriormente accelerato dal 2015 in avanti.

 

I NODI AL PETTINE

La Germania non ha approfittato degli anni di boom per digitalizzare ed innovare il settore servizi, continuando ad investire quasi esclusivamente nel comparto manifatturiero e rischiando di non riuscire ad assorbire nei prossimi anni il calo della domanda cinese e forse anche americana, a discapito dei prodotti tedeschi.

 

L’EFFETTO DOMINO

Il ruolo di locomotiva e di leader economico dell’intera economia europea è stato cruciale nell’ultima decade, ma le prime crepe dell’  economia tedesca risultano assai intempestive in un momento di evidente rallentamento nel Vecchio Continente e con le conseguenze della Brexit ancora tutte da interpretare.

Le previsioni di crescita economica per l’EU a 28 Paesi per il 2019 sono state recentemente ribassate, per la seconda volta da inizio anno, al +1,6% con un calo del -0,4% sulla precedente stima di gennaio. Il 2018 dovrebbe chiudersi al +1,9%, rispetto al ben più robusto + 2,4% del 2017.

In aggiunta, ci sono le pressioni alla periferia, dalla Francia all’Inghilterra, che rischiano di penalizzare la crescita europea.

Infine, ci sono i governi populisti di Austria, Ungheria e Polonia che hanno già chiuso le frontiere a nuova immigrazione ed ancora la Brexit, oltre ad un esito incerto delle elezioni europee a fine maggio, nelle quali gli euroscettici rischiano di aumentare considerevolmente i loro consensi.

In questo scenario, la Germania, che ha sempre svolto la funzione di collante in un contesto spesso litigioso e fazioso, potrebbe perdere il

ruolo di leadership economico e poi politico che gli altri Paesi le riconoscono consensualmente o nonostante aspre critiche.

Sotto questi auspici, le prospettive per i mercati azionari europei e per l’euro potrebbero non essere incoraggianti nel prossimo futuro.

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