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GIAPPONE – DUE DECENNI DI DEFLAZIONE STANNO PER FINIRE ?

Pinguinoeconomico 1 maggio 2014 Mondo Nessun commento
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Il Giappone alzò l’IVA nel 1997 ed immediatamente entrò in recessione ed in una successiva spirale recessiva che dura fino ai giorni nostri. Con la stessa manovra dello scorso mese, l’incremento dell’imposta dal 5% all’8%, gli investitori temono che la storia si possa ripetere, anche questa volta. Vi sono però significative differenze rispetto al periodo precedente. Innanzitutto non ci sono crisi valutarie da fronteggiare, come nel 1997, quando il baht tailandese e la rupia indonesiana collassarono, portandosi dietro quasi tutte le nazioni del sud-est asiatico nella più grave crisi finanziaria della regione. Seguì una forte recessione, che ebbe implicazioni significative anche sulle economie più forti. La Corea ebbe un forte contraccolpo, ma anche il Giappone né risenti sensibilmente, già provato da quasi un decennio di recessione, a seguito dello scoppio della bolla immobiliare e borsistica alla fine degli anni ’80.

In seconda battuta, le banche giapponesi sono – in teoria – meglio patrimonializzate rispetto agli anni ’90, quando erano piene di crediti in sofferenza. In pratica, tuttavia, non ne sono del tutto convinto se valuto la quantità di titoli di stato domestici che hanno in portafoglio. E’ vero che è un problema comune a tutte le banche mondiali, che si sono riempite di titoli di stato per salvare gli Stati dal default, tuttavia in Giappone i rendimenti delle obbligazioni governative sono troppo bassi e non potranno che salire prima o poi, provocando grosse crepe negli attivi patrimoniali delle banche nipponiche, con il conseguente deprezzamento dei titoli in portafoglio. Terza differenza, è la presenza massiccia della banca centrale, impegnata in uno stimolo senza precedenti dell’economia. Ultimo punto, il mercato del lavoro è in buone condizioni, con il tasso di disoccupazione inferiore al 4% e molto più basso rispetto alla precedente crisi. Questo ultimo punto è uno dei cardini della Abenomics. La speranza è che i salari incomincino a crescere per il calo della forza lavoro, indotto dal sensibile invecchiamento della popolazione ed il rifiuto di una politica di immigrazione che importi nuova manodopera. In realtà i salari sono in calo da 22 mesi consecutivi e gli imprenditori, malgrado i ripetuti inviti del primo ministro, sono molto restii sia ad assumere che ad alzare gli stipendi.

In aggiunta, c’è la speranza di un ulteriore stimolo monetario nel secondo semestre se l’economia, come purtroppo sembra, ritorna a rallentare significativamente. Lo stimolo, di dimensioni elevate sia in valore assoluto che rispetto alle dimensioni dell’economia, sommato alla crescita dei salari, potrebbe (anche se finora non lo è stato a sufficienza) spingere l’inflazione verso l’alto, come si augurano Governo e Banca Centrale. Questi ultimi desidererebbero limitare l’incremento di inflazione per evitare il rovescio della medaglia già prima enfatizzato: un pericoloso incremento dei tassi di interesse, con il conseguente crollo del mercato obbligazionario e la fuga degli investitori per i timori della impossibilità di ripagare l’enorme debito pubblico, il secondo in valore assoluto (oltre $10 trilioni), dopo quello americano ($17,5 trilioni), ma il primo in percentuale rispetto al Pil: 240% rispetto al 110% statunitense.

Per una amara ironia, potrebbe quindi non essere la deflazione che ammazzerà definitivamente la già moribonda economia giapponese, ma l’inflazione, così ricercata e voluta da banchieri centrali ed economisti.

Miti (da sfatare) della ripresa economica nipponica.

La fanfara mediatica del successo economico della Abenomics prosegue ormai da 18 mesi, dall’insediamento del primo ministro  Abe nel novembre 2012. Ho già sottolineato già da alcuni mesi il fallimento di questa politica fiscale e monetaria, puntualizzando come anche l’artificiale svalutazione dello yen abbia compromesso la bilancia dei pagamenti con lo storico surplus che è ormai diventato un deficit profondo, strutturale, e di dimensioni sempre più elevate.

Il Giappone ha infatti registrato a marzo il maggior deficit commerciale annuale (l’anno fiscale chiude a marzo). Nel dettaglio la differenza tra esportazioni ed importazioni è cresciuto di oltre due terzi a 13.7 trilioni di yen. Tuttavia i guadagni nell’export sono quasi esclusivamente dovuti al deprezzamento della divisa. L’incremento dei volumi nell’anno è infatti solo di un insignificante +0,6%, malgrado la dimensione gigantesca degli stimoli messi in campo. Nell’ultimo trimestre fiscale, il primo del corrente anno solare, i volumi sono addirittura scesi del – 0.2%. Le importazioni, sono invece cresciute del +2.4% per volume nell’anno, ma la svalutazione dello yen ha aumentato il conto ad un +17,3%. L’incremento è dovuto non alla forza dell’economia, trainata da una domanda ancora anemica, ma dalla chiusura di tutte le centrali nucleari dopo l’incidente di Fukushima del 2011. Ciò significa che il 30% della produzione di energia è stato tagliato ed il Paese ha dovuto approvvigionarsi all’estero, ma con uno yen molto rivalutato e quindi assai più oneroso. Pertanto anche i dati positivi vanno presi con la dovuta cautela. L’incremento delle vendite al dettaglio è ancora riconducibile al pre-incremento di IVA, ma i primi dati della grande distribuzione di aprile sono molto deludenti.

L’altro punto luminoso è il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione è sceso del -0,1% al 3,6% a febbraio, con un incremento degli occupati di 130k. L’aumento dei prezzi import è uno dei segnali, spesso più evidenti, della ripresa del tasso di inflazione. In aprile i prezzi al consumo di Tokyo sono saliti del +2,7%, rispetto al mese precedente, il maggior rialzo in 22 anni ed un segnale che l’Abenomics sembri funzionare, pur tenendo presente l’incremento dell’IVA, operativo proprio da inizio mese. Infatti coloro i quali hanno scorporato dal dato l’effetto IVA, segnalano che l’incremento è solo del +1% e ben al di sotto delle più modeste aspettative.

E’ inoltre già evidente che gli imprenditori e le società non abbiano sposato ciecamente la nuova dottrina economica. L’indice Tankan, che misura la fiducia delle imprese, una sorta di IFO e ZEW giapponese, a marzo è stato più debole del previsto per il crollo di alcuni beni durevoli (auto), sempre in seguito all’introduzione dell’incremento dell’IVA.

La mancanza di fiducia delle aziende si riflette soprattutto negli investimenti. Gli ordini di macchinari sono scesi a febbraio del -8,8%, dopo l’incremento del +13,4% di gennaio. Mettendo insieme il primo bimestre, gli ordini sono in calo del -0,6% rispetto alla media del ultimo trimestre 2013.

Anche la fiducia dei consumatori è alquanto debole. L’incremento di marzo (+6,8 punti sul mese precedente) non è infatti significativo, in quanto riflette la corsa agli acquisti prima dell’introduzione della nuova tassa. L’indice che riflette invece le aspettative future è invece in calo di -5,4 punti sul mese di precedente, dopo il calo di -10,1 punti di febbraio. In sintesi, i consumatori vedono piuttosto nero sullo stato futuro della loro economia.

Parte di questo pessimismo è di nuovo riconducibile al continuo calo dei salari, mese su mese.

In sintesi, i dati economici mostrano un deterioramento negli ultimi 3-6 mesi. E gli investitori sono preoccupati che questo “trend” possa continuare.

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