Tuesday 12th December 2017,
Pinguinoeconomico

GRECIA – I GRAFICI DI SEI ANNI DI MISERIA

La ricerca di un accordo per evitare il default greco e l’uscita del Paese dall’euro non saranno l’ultima puntata di una infinita telenovela, che ha portato una nazione dal fallimento virtuale al vero collasso economico.

Ormai sulla Grecia abbiamo sentito e letto di tutto con una accelerazione di notizie proprio negli ultimi mesi, da quando il nuovo governo eletto ad inizio febbraio ha cercato di negoziare le condizioni di austerità imposte dai creditori per il salvataggio finanziario.

L’impatto della determinazione a resistere a nuove misure di austerità volute dalla Troika è costato molto alla Grecia, che ha visto evaporare i timidi segnali di ripresa evidenziati nel secondo semestre 2014, dopo quasi sei anni di profondo rosso. Parliamo di un Paese che ha perso oltre il -25% del Pil, una dimensione mai verificatasi in Europa e nel mondo occidentale dopo la fine della seconda guerra mondiale.

La Grecia è in recessione dal 2008 e solo nel 2014 ha sperimentato un timido rimbalzo del Pil, insufficiente, tuttavia, a dare qualche segnale di speranza più duraturo. La crescita positiva si è, infatti, già arrestata nel primo semestre 2015, a causa delle incertezze per le possibilità di un prossimo default e/o anche di una uscita dall’euro.

Di seguito il bilancio di sei anni di austerità, senza che il Paese abbia intaccato alcuno dei suoi privilegi. Nessuna riforma della pubblica amministrazione è stata fatta, e l’evasione fiscale è un male endemico che porterà il Paese alla disgregazione sociale.

Partiamo dal tasso di disoccupazione, che ha raggiunto livelli stellari e fatica a scendere. Il calo dei redditi è stato una delle principali cause della severità della recessione, il quale, con il crollo dei consumi, ha generato la conseguente riduzione delle entrate fiscali.

Il tasso di disoccupazione ufficiale (ci sono poi molti lavoratori impiegati in nero) rimane il più alto tra i Paesi della UE a 28 e fatica a ridursi. Anzi, nell’ultimo trimestre, ha ripreso a salire, superando il 25,5%. Il picco massimo fu raggiunto ad inizio 2014 al 27,3%. E’ inoltre l’unico Paese dell’area euro nel quale la disoccupazione giovanile (fascia tra i 18 ed i 24 anni) supera il 50% (57%) con la Spagna (51%).

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Anche i redditi medi netti sono scesi del -30%, come mostrato dal grafico seguente.

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Le difficoltà della popolazione greca sono ancora più visibili, se paragoniamo il crollo dei redditi con l’aumento di quelli tedeschi nello stesso periodo.

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Una mano alla popolazione prostrata è arrivata dalla deflazione, che colpisce il Paese da inizio 2013. Tuttavia, il costo della vita rimane elevato, soprattutto nelle zone turistiche, mentre il calo dei prezzi non si è verificato nei primi anni della crisi a causa dell’incremento dell’IVA.

L’austerità fiscale è stata imposta, ma è stata resa necessaria in un Paese il cui deficit si è scoperto, nel 2010 quando scoppiò la crisi, avere superato il 16%.

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La medicina sembra  essere stata peggiore della malattia e l’economia si è avvitata in una spirale senza uscita di profonda decrescita, aumento della disoccupazione, crollo dei consumi. Anche il mercato immobiliare ha registrato un sensibile calo delle quotazioni. Come evidenziato nel grafico successivo.

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La discesa è stata più sensibile nelle città, rispetto alle località turistiche che hanno beneficiato degli acquisti esteri.

Povertà, miseria e disperazione in mancanza di prospettive future hanno fatto esplodere il numero di suicidi. Le cifre nascoste indicano in 10.000 i decessi volontari in cinque anni, vale a dire che una persona ogni mille abitanti ha deciso di togliersi la vita.

Chi ha potuto, invece, ha lasciato il Paese. La Grecia ha perso il 4% della popolazione dal 2010 al 2013. Se la stessa cosa accadesse negli Stati Uniti, sarebbe l’equivalente della sparizione dell’intera comunità urbana di Los Angeles o New York.

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Di seguito altri grafici che riassumono altri indicatori della crisi ellenica.

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Tornando ad oggi ed all’ennesimo tentativo disperato di trovare un accordo all’ultimo minuto, dobbiamo partire dall’evidenza che la Grecia è uno stato già fallito da tempo.

Dopo un programma di sostegno europeo e mondiale (FMI) di 240 miliardi di euro (2010 – 11) e due tagli del debito (2012 – 13), essenzialmente privato, la Grecia ha ancora un debito pubblico pari al 180% del Pil, rispetto al 120% di inizio salvataggio, ovviamente a causa della caduta della crescita economica.

I greci hanno smesso da mesi, dall’insediamento del nuovo governo, di pagare le tasse. A maggio, le entrate fiscali registrano un buco imprevisto di un miliardo. I cittadini vedono che lo stato non onora i propri debiti con i fornitori, soprattutto nella pubblica amministrazione (sanità), e si comportano di conseguenza. Tuttavia, l’evasione fiscale è da sempre un grosso problema in Grecia, ancora più che in Italia.

Le banche elleniche sono al collasso. La Bce continua ad elargire nuova liquidità ogni giorno ed è arrivata a 89 miliardi, che coprono ormai il 75% dei  depositi ancora rimasti (circa 120 miliardi) negli Istituti. Il ritmo dei prelievi raggiunge ormai il miliardo giornaliero e non è più sostenibile senza un controllo dei capitali, come fu adottato a Cipro nel 2013.

L’ultima proposta di Tsipras per ottenere i fondi previsti (l’ultima tranche di 7,2 miliardi del secondo piano di salvataggio congelata da agosto) è stata rifiutata dal FMI. La stessa prevedeva il 92% di nuove tasse (7,2 miliardi) sui 7,9 proposti. Il Fondo Monetario Internazionale conferma, invece, che sono necessari tagli di spesa (pensioni) ed aumenti dell’IVA, in quanto immediatamente conseguibili e non procrastinabili ad un ipotetico futuro. Inoltre, incrementi di imposte non sono credibili con l’evasione fiscale in forte crescita.

Infine, qualsiasi accordo dovrà ottenere rapidamente l’approvazione del Parlamento greco, passaggio non così scontato a causa del l’opposizione di una parte molto radicale del partito di maggioranza che vuole ricevere in cambio, almeno un taglio del debito.

Al punto in cui siamo forse è questa l’unica richiesta sensata e condivisibile. La responsabilità è dell’Europa, che ha erogato 240 miliardi ad un debitore che non avrebbe mai potuto restituirli. Gran parte di questo debito era prima in carico alle banche francesi e tedesche, mentre ora è stato trasferito sulle spalle degli organismi sovranazionali e di conseguenza sui cittadini europei che li finanziano.

Comunque andrà a finire, la strada è segnata. Qualora si trovi una soluzione temporanea che consenta alla Grecia di spostare il problema almeno fino a settembre, ottenendo i finanziamenti necessari solo per pagare i creditori internazionali, l’Europa dovrà sborsare successivamente altri 35-40 miliardi, a FONDO PERDUTO, e solo per rimandare la disgregazione economica e sociale di un Paese.

Tutto questo per paura di affrontare il default ed una probabile uscita dall’euro, che sono comunque solo posticipati ad un futuro non così lontano.

 

 

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