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I DANNI DELLA POLITICA DEI TASSI NEGATIVI

Pinguinoeconomico 10 luglio 2016 Economia Nessun commento
I DANNI DELLA POLITICA DEI TASSI A ZERO

Gli esempi del Giappone e più recentemente della Danimarca mostrano in quale misura l’esperimento dei tassi negativi, applicato ormai da diversi Paesi, abbia avuto un impatto molto modesto sul rilancio delle rispettive economie.

Per decenni abbiamo temuto che i tassi bassi, inondando di liquidità i canali finanziari (mercati e banche) potessero provocare una situazione di iperinflazione, evento per ora totalmente scongiurato.

Infatti ci si ricorda dei disastri che la stampa illimitata di denaro provocò in Germania agli inizi degli anni venti, dopo la prima guerra mondiale, mettendo le basi per il tragico proliferare del regime nazista.

Più recentemente, ad inizio del nuovo millennio, è accaduto anche in Zimbabwe in Africa, e dallo scorso anno anche in Venezuela.

Si tratta, tuttavia, di eventi che si verificarono non solo in tempi diversi, ma con tutte le altre leve economiche invariate.

Oggi, invece, succede esattamente l’opposto, poiché la guerra valutaria ed il quantitative easing, provvedimenti utilizzati congiuntamente da diverse Banche Centrali e per un periodo eccessivamente prolungato, annacquano i loro effetti.

In Danimarca, la prima economia europea che ha praticato il NIRP (negative interest rate program), i tassi ufficiali sono scesi al -0,65% ed alcuni detentori di mutui hanno ricevuto interessi dalle Banche per il loro debito, il contrario di ciò che invece normalmente accade. La Banca Centrale danese si è vista costretta ad abbassare drasticamente i tassi di interesse per evitare un ulteriore apprezzamento della corona, legata da un rapporto di cambio fisso con l’euro, all’interno di una banda di oscillazione.

Tuttavia, nel momento in cui ogni nazione riduce all’unisono i tassi di interesse, il provvedimento non ha impatto sui tassi di cambio o, al massimo, lo stempera senza provocare particolare inflazione. La stampa di nuovo denaro non funziona, infatti, meccanicamente come dimostra l’economia nipponica, la quale negli ultimi trent’anni ha disperatamente cercato di creare inflazione, creando nuovo denaro artificialmente.

L’espansione del credito può creare inflazione solo quando ci sono sufficienti entità (pubbliche o private) disposte a spendere il denaro che prendono a prestito. Inoltre in questa situazione incerta anche le aziende ritardano gli investimenti, il denaro non circola e l’inflazione rimane bassa. Diversamente, ricomprano le proprie azioni sul mercato azionario, come avviene da oltre un decennio negli Stati Uniti.

L’iperinflazione, invece, si manifesta nel momento in cui i governi eccedono nella spesa pubblica, come accadde sia in Germania nello scorso secolo o in Zimbabwe più recentemente, ossia quando i governi aumentano i deficit per mantenere la stabilità sociale.

Un basso tasso di inflazione non significa che tutto funzioni perfettamente nel ciclo economico; tuttavia combattere la caduta dei prezzi portando i tassi di interesse negativi è altrettanto distruttivo. Infatti l’appiattimento dei tassi provoca:

  • La distruzione dei risparmi assicurativi e dei fondi pensioni, avvezzi ad investire in titoli di stato, che ora non rendono più nulla.
  • L’aumento della diseguaglianza sociale, fornendo il denaro a basso costo alle fasce più benestanti che possono investirlo in assets più rischiosi (Borsa ed immobiliare)
  • La distruzione del capitale, inteso come “business equipment”. Le aziende ricomprano le proprie azioni, invece di investire nel business aggiornando i macchinari.
  • La cancellazione del sistema finanziario, comprimendo i profitti delle banche. La Fed può ridurre i tassi a zero, cosa che le Banche non possono replicare a causa dei loro costi di gestione.
  • La recessione, come conferma il Giappone che ha sperimentato sei periodi di ciclo economico negativo negli ultimi trent’anni, intervallati solo da modeste riprese.
  • La riduzione del collaterale che le aziende possono mettere a garanzia di prestiti, danneggiando il commercio internazionale, in seguito agli acquisti massicci di titoli da parte delle Banche Centrali.

Malgrado il nuovo recente record di Wall Street, l’analisi precedente evidenzia che l’economia mondiale cadrà presto in recessione per le conseguenze nefaste dell’applicazione prolungata della politica dei tassi di interesse negativi, mentre il mercato azionario tornerà a valutazioni più consone alla realtà, sperimentando un nuovo ciclo ribassista a lungo artificialmente posticipato.

Il risultato finale di una forte espansione creditizia è generalmente un impoverimento della popolazione. Pochi hanno guadagnato molto con la salita dei mercati azionari. Altri hanno beneficiato dello sfasamento temporale tra un incremento dei prezzi di vendita ed una diminuzione di quelli di acquisto, mentre la massa non ha beneficiato del boom creditizio e del boom consumistico, schiacciata già dal peso dei precedenti debiti contratti.

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