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IL BAZOOKA DELLA BCE – L’ULTIMO ESPEDIENTE INUTILE PER USCIRE DA UNA CRISI INFINITA

Pinguinoeconomico 30 novembre 2014 Economia Nessun commento
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La mia preoccupazione, direi quasi convinzione, è che il crack sia vicino. La moneta unica è, tuttavia, solo una scusa, o almeno una, ma non la principale causa della profonda crisi economica, ormai entrata nel secondo lustro.

Anche USA e Giappone sono economie tecnicamente fallite con debiti fuori controllo, raddoppiati nell’ultimo quinquennio. La finanza creativa ha fatto dei danni mostruosi. Dopo il crack del 2009, invece di leccarsi le ferite, i governi, dopo pochi mesi dall’inizio della crisi, hanno continuato ad agire come prima ed in misura ancora più massiccia, per uscire velocemente dalla più grave recessione post bellica.

Ora, tuttavia, i numeri sono devastanti. Governi impotenti di fronte ad una simile catastrofe hanno delegato le possibilità di ripresa alle rispettive Banche Centrali, che hanno ridotto i tassi a zero per stimolare investimenti, ma anche grosse speculazioni finanziarie con il denaro che non costa nulla, ovviamente solo a favore di pochi eletti (le solite banche). Non soddisfatte, visto che il risultato era ininfluente per l’uomo della strada, hanno cominciato a stampare denaro per comprare titoli di debito pubblico con la scusa di abbassare ulteriormente i tassi di interesse. Hanno così creato benzina per nuove speculazioni finanziarie (obbligazioni, materie prime, azioni ed immobiliare), senza alcun volano per l’economia reale, che da sei anni non vede alcuna ripresa, malgrado ci venga continuamente sbandierata da politici ed economisti di turno.

Pertanto, si tratta di un problema mondiale e difficile da estirpare.  Abbiamo curato il malato drogato di debito (anche i privati e le società ne hanno tanti e non solo gli Stati) con la stessa droga, ma con quantitativi sempre più elevati. Questo sistema non potrà reggere ancora per molto ed è per questo che manifesto, da oltre un anno, la mia rassegnazione. I segnali del crack sono infatti più vicini di quanto pensiamo. Per fare un esempio concreto, nella giornata di venerdì, le quotazioni del petrolio sono crollate del -11% in una sola seduta, una cosa mai vista credo in 150 anni. Da giugno, il calo complessivo è stato del -40%, in soli sei mesi. Speculazione, accordo Russia-Sauditi per mettere in ginocchio gli USA o Stati Uniti-Sauditi per far saltare la Russia? Forse tutto vero o solo fanta-finanza, ma il petrolio è la materia prima più usata e che anticipa la recessione. Negli ultimi mesi ci sono poi state rivalutazioni repentine del dollaro e svalutazioni altrettanto sensibili dello yen giapponese. Tutti movimenti  troppo veloci che porteranno scompensi in economie che non crescono e sono già eccessivamente indebitate. La guerra valutaria è in pista ormai da un decennio con l’obiettivo di svalutare le proprie divise per alimentare il rispettivo export. Stati Uniti e Gran Bretagna sono le uniche ad avere guadagnato qualche posizione, perché hanno iniziato prima, mentre il Giappone sta giocando una partita molto pericolosa ed infine in Europa si parte dopo sei anni di crisi devastante con esiti di successo molto incerti.

Il modello social comunista è morto da anni, ma anche questo capitalismo sfrenato ha fatto dei grossissimi danni e creato forti diseguaglianze, che diventeranno un pericoloso boomerang. In 30 anni abbiamo costruito una “panna” mostruosa ed ora non capiamo per quale motivo l’economia si stia squagliando così velocemente. Guardiamo la Cina: è cresciuta per oltre 20 anni a +10% annuo. Ora che non sanno più dove costruire porti, aeroporti, autostrade, metropolitane e case, la crescita si è dimezzata (dichiarano il +7,3% ma sono numeri manipolati). Sapete che la Cina tra il 2011-12 (due anni) ha consumato più cemento di tutti gli Stati Uniti in un secolo?!

Il giocattolo però si è rotto e non c’è modo di aggiustarlo. E’ mia convinzione che manchino due pilastri fondamentali: la domanda aggregata (abbiamo tutto e ci siamo accorti che possiamo rinunciare a molte cose superflue) e la mancanza di occupazione che crea a sua volta un nuovo calo di domanda, alimentando la spirale recessiva. Tutto questo provoca poi un calo dei prezzi ed ecco che si genera la deflazione. Tutti vogliono e cercano prezzi sempre inferiori, innescando una spirale deflativa mondiale che, in Europa, è ormai molto evidente.

Ora si spera nel Bazooka di Draghi, ma non servirà a nulla se non a mantenere in vita un sistema finanziario, in particolare le banche europee, che è ancora pieno di scheletri (derivati), gestiti in maniera extra contabile dalle istituzioni finanziarie.

Stiamo quindi ancora ballando sul Titanic, ma l’iceberg è già stato speronato almeno dal 2008 e negli Stati Uniti almeno due anni prima, al picco della bolla immobiliare.

Soluzioni ? Al punto in cui siamo non ce ne sono. Vedremo quanto sarà pesante il prossimo crash e con quante ossa rotte ne usciremo. Certo così non possiamo pensare di proseguire a lungo: risparmi ed ammortizzatori sociali non dureranno ancora molto, specialmente con un altro shock.

Ormai stiamo combattendo con la cerbottana e l’arco: le armi monetarie e fiscali (austerità) sono spuntate ed inefficaci, in quanto già iper utilizzate.

Una prossima crisi finanziaria porterà grossi scompensi politici in molti Stati d’Europa. Se votassimo oggi, Syriza sarebbe il primo partito in Grecia, Podemos (movimento nato a gennaio!!) in Spagna, che teorizza la ristrutturazione del debito iberico, Il Fronte National in Francia. Difficile pensare, con simili tensioni, ad una Europa federale, perché, con questa velocità della crisi, non riusciremo neanche a parlarne. Stiamo infatti andando contro ad un onda di tsunami che non possiamo controllare: il terremoto è già partito e l’onda ci travolgerà, prima o poi.

Purtroppo quello che scrivo da un anno si sta puntualmente verificando. Manca solo il crollo dei mercati finanziari tenuti in vita da questa scriteriata politica di tassi a zero delle banche centrali. Ma non si può pensare di andare contro la forza di gravità e far salire le borse od i titoli di stato del +30% all’anno, quando le economie dei rispettivi Paesi languono e gli utili delle aziende diminuiscono. Prima o poi si paga dazio e questa volta il tonfo sarà ancora più rumoroso, perché la caduta arriva da vette ben più elevate.

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