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IL DEBITO MONDIALE SUPERA I $100 TRILIONI

Pinguinoeconomico 10 marzo 2014 Economia Nessun commento
Mappamondo 2

Mentre i mercati azionari americani raggiungono un nuovo massimo storico, la capitalizzazione dei mercati finanziari mondiali non ha ancora invece recuperato il precedente record della metà del 2007.

Infatti, tra il picco dell’ultima bolla e la metà del 2013, esisteva ancora una differenza di $3.86 trilioni rispetto ai $53.8 trilioni, raggiunti oltre sei anni fa. E’ tuttavia molto probabile che la differenza si sia ulteriormente assottigliata negli ultimi sei mesi, in conseguenza dei rialzi registrati dalle Borse mondiali in questo periodo.

In aggiunta, in un mondo  nel quale non c’è più speranza di crescita senza una gigantesca esplosione del debito, c’è sicuramente un costo per mantenere le quotazioni dei mercati finanziari a questi livelli paradossali: $30 trilioni, o quasi il doppio del Pil americano, che rappresenta l’ammontare del debito aggiuntivo mondiale nel periodo indicato (2007-2013).

Nello specifico, il debito totale è esploso del +40% in soli sei anni da $70 trilioni a oltre $100 trilioni, secondo l’ultimo rapporto della Banca Internazionale per lo sviluppo economico (BIS).

Questa notizia non dovrebbe più rappresentare una sorpresa per nessuno. L’unica ragione per la quale i mercati azionari non sono collassati dal fallimento di Lehman Brothers è sempre lo stesso “leit-motiv”: i Governi, le aziende e, in misura inferiore anche i privati, hanno aumentato il livello di debito con la autorizzazione silenziosa delle banche centrali, che hanno messo a disposizione enormi quantità di nuovo denaro. Ma in quale modo ?

I governi, centrali e locali, hanno significativamente aumentato il loro livello di spesa corrente anche per fronteggiare la crisi sociale, emettendo nuovo debito, consapevoli che sarebbe stato acquistato attraverso la creazione di nuova moneta. Una follia planetaria alla quale però siamo ormai “addicted”, assuefatti, non consapevoli che è come correre a 300 km/h in auto, sapendo che prima o poi ci sarà un muro davanti contro il quale schiantarsi. Il fatto di non sapere dove e quando incontreremo il muro, e di conseguenza continuare a ballare anche se il Titanic ha già speronato l’iceberg, è come giocare alla roulette russa.

La percezione del rischio è così bassa, grazie ai tassi di interesse così contenuti, che i sottoscrittori del debito non valutano il livello degli emittenti e la durata del debito. Tutto viene comprato, indistintamente, con una fame di rendimenti che ha portato al restringimento degli spreads di Paesi ancora a forte rischio di insolvenza.

Questo renderà problematica la restituzione di molti debiti a scadenza, qualora non venissero rifinanziati con altro debito, ripetendo il pericoloso giochino all’infinito. Inoltre, in un sistema efficiente e di libero di mercato, i tassi dovrebbero anche salire, rendendo il costo del debito ancora più proibitivo da restituire. Quest’ultimo scenario sembra ormai inaccettabile nell’ultimo quinquennio, in seguito ai reiterati interventi delle principali banche centrali sui mercati monetari mondiali.

In base ai dati Bloomberg, il debito pubblico federale americano è passato da $4.5 trilioni a fine 2007 agli attuali $12 trilioni. Nello stesso periodo le emissioni di “corporate bond”  hanno raggiunto l’astronomica cifra di $21 trilioni, delle quali solo una minima parte sono state utilizzate per nuovi investimenti produttivi. Il resto per coprire altri debiti, ricomprare proprie azioni (buy-back), pagare dividendi ed altre innumerevoli speculazioni finanziarie.

Tuttavia, la vera mina vagante è l’esplosione del debito cinese, già più volte evidenziata. Solo nell’ultimo triennio il debito corporate è salito di $15,4 trilioni, pari al 140% del PIL, raggiungendo l’incredibile cifra di oltre $23 trilioni.

Infine ci sono i mercati emergenti, con alcuni casi molto preoccupanti quali la Turchia, nei quali il livello del debito societario, ma anche privato, ha raggiunto livelli non più sostenibili.

La bolla creata è quindi gigantesca ed ovviamente il tapering della Fed sta già creando grosse crepe nel sistema. Il gioco perverso si fonda su un unico fondamento: la liquidità delle banche centrali che continuamente viene emessa. Se questa si riduce, o viene meno, il castello di carta si scioglie come neve al sole.

Anche in Europa il livello del debito continua a lievitare. L’austerità non ha prodotto i risultati sperati, né sul fronte della crescita, né sulla riduzione dell’indebitamento che cresce, malgrado i tassi di interesse siano ai livelli pre-crisi e per Spagna ed Italia, ai livelli del
2005.

Siamo quindi nella stessa situazione del 2008 con una ulteriore aggravante: le economie hanno distrutto miliardi di Pil e non riescono neanche ad intravedere un pareggio di bilancio.

Tutto questo è noto, mentre lo è un po’ meno chi stia emettendo debito e soprattutto chi lo stia acquistando, in un mondo globale nel quale ogni debito corrisponde ad una controparte creditizia.

Senza dubbio gli Stati sono stati i principali emittenti di nuovo debito. A metà 2012 il totale raggiunge i 43$ trilioni, circa +80%, rispetto a metà 2007. Il debito emesso da società non finanziarie è salito allo stesso tasso di crescita, sebbene partisse da un livello più basso, e la restrizione del credito abbia spinto le società ad emettere obbligazioni, approfittando dei tassi bassi.

Molto più modesta. invece, la crescita del settore finanziario nei quale i principali emittenti sono tradizionalmente gli Istituti di credito. Questi ultimi sono stati infatti costretti a ridurre il numero delle proprie emissioni, a causa della lievitazione dei costi di finanziamento a seguito della riduzione dei ratings. Tuttavia anche in questo settore si registra un incremento del debito, seppur più modesto, e pari al +19%.

In base ai dati disponibili, la maggior parte di questo incremento di $27 trilioni negli ultimi sei anni è stata realizzata da investitori domestici (75%), mentre la rimanenza (25%) da quelli internazionali. Questi ultimi si indebitano (carry trade), vendendo alcune valute per acquistarne altre nei quali i rendimenti degli assets (bonds) sono più interessanti.

Ci sono poi ulteriori distinzioni geografiche. La maggioranza del nuovo debito emesso nell’Area euro ed in Gran Bretagna è stato assorbito da investitori domestici, mentre negli Stati Uniti la percentuale di creditori esteri è aumentata, esponendo il Paese a maggiori rischi, quali il progressivo disimpegno della Cina dal debito americano e la minaccia di ritorsioni russe nel caso di applicazioni di sanzioni economiche per la crisi ucraina.

Anche la quota del debito dei mercati emergenti detenuta dagli stranieri è raddoppiata dal 2008, passando dal 6% al 12% del totale.

Difficile che il debito possa diminuire nei prossimi anni. Tuttavia in alcuni Paesi emergenti la quantità raggiunta non è ulteriormente incrementabile. Il nuovo debito creato non sta finanziando investimenti produttivi, ma solo speculazioni finanziarie, molte delle quali non potranno essere rimborsate. L’epoca dei progetti pubblici faraonici, soprattutto in Cina, sembra terminata. I privati, in generale, non desiderano contrarre nuovo debito. Tuttavia, negli Stati Uniti sono costretti a farlo per coprire i debiti che non riescono ad onorare. I Paesi emergenti, invece,  hanno recuperato nell’ultimo decennio il terreno perduto creando dei disastri definitivi nella finanze personali: intere famiglie saranno costrette a ripagare il debito per tutta la vita, a causa dei finanziamenti contratti ben superiori alle disponibilità di reddito.

Ovvie follie che tuttavia testimoniano quanto il malessere sia diffuso ed il rischio che il sistema finanziario imploda sia reale.

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