Monday 23rd September 2019,
Pinguinoeconomico

IL DOLLARO FORTE PENALIZZA LE ECONOMIE EMERGENTI

Le maggiori preoccupazioni per una prossima crisi economica, che possa avere un impatto negativo anche sui mercati azionari, riguardano essenzialmente due punti:

  • L’inversione della curva dei tassi di interesse statunitense
  • Gli esiti della guerra commerciale tra Usa e Cina e le implicazioni anche sul mercato dei cambi.

Questi eventi sono entrambi nella penna degli osservatori economici, già da diverse settimane, e provocano oscillazioni sui principali mercati azionari, ma fortunatamente temporanee ed ancora di brevissimo periodo.

In realtà, ben pochi economisti stanno ponendo la giusta attenzione sul fenomeno del dollaro forte, che nelle crisi passate ha sovente avuto un ruolo decisivo ed in alcuni casi proprio nei confronti  delle economie emergenti.

Un biglietto verde così forte è inoltre un freno anche per l’economia americana e sta diventando un ulteriore elemento di frizione tra Trump e la Federal Reserve, affinché quest’ultima abbassi decisamente i tassi di interesse per indebolire la valuta domestica e renderla più competitiva.

Tutti i Paesi forti esportatori soffrono la forza del dollaro, che è ormai su questi livelli da oltre un anno e non accenna ad indebolirsi neanche difronte ai ripetuti strali di Donald Trump.

Anche il calo dei rendimenti obbligazionari coincide con la forte domanda dei Treasury americani e con il conseguente rafforzamento del dollaro.

Inoltre il continuo e lento apprezzamento della divisa a stelle e strisce viene spesso sottovalutato, ma comporta rischi e disagi per le economie emergenti, che sono spesso pesantemente indebitate nella divisa statunitense per godere di tassi di interesse inferiori rispetto a quelli astronomici di molte valute locali.

In un passato non troppo lontano abbiamo avuto esempi che sono sfociati anche in una vera crisi economica, locale o addirittura planetaria.

Il caso più eclatante fu quello della crisi asiatica del 1997-98, che mise sotto pressione diversi Paesi, non solo del sudest asiatico ma anche dell’America Latina. L’impatto della svalutazione delle divise locali fu devastante sul crollo dei prezzi delle materie prime ed anche sui mercati azionari, che subirono un forte shock per diversi mesi.

Un evento simile si verificò anche nel 1998 nel corso della crisi russa con la forte svalutazione del rublo ed il successivo intervento della Fed per salvare dalla liquidazione l’hedge fund LTCM.

Più recentemente, solo nelle passate settimane, il crollo del peso argentino ed il conseguente sensibile calo del mercato azionario locale, sebbene il catalizzatore sia stato prima politico e successivamente valutario.

Quest’estate la rupia indiana ha segnato il nuovo minimo rispetto alla valuta di Washington, mentre altre valute emergenti quali quella brasiliana, quella sudafricana e quella turca sono di nuovo sotto forte pressione.

Ora c’è anche lo yuan cinese, la cui discesa è forse anche favorita da Pechino quale misura di ritorsione verso i nuovi dazi americani applicati. La maggiore competitività della divisa asiatica consente alla Cina di compensare l’impatto negativo dei dazi sulla propria economia.

L’ulteriore effetto negativo di una svalutazione monetaria, oltre  a quello di importare inflazione, è  spesso  un deflusso di capitali, in molti casi addirittura una fuga, dal Paese la cui divisa si svaluta velocemente.

Esistono alcuni importanti indicatori che misurano la forza del biglietto verde. Oltre al più noto “US dollar index” esiste anche il “Federal Reserve’s Trade Weighted Dollar Index” che, come mostra il grafico  elaborato dalla Fed di St. Louis, è ai massimi storici, superando anche i livelli della precedente crisi valutaria nel 1998.

Tuttavia, questa volta gli investitori non devono temere un crollo di Wall Street come conseguenza della forza della divisa americana. L’ultima volta che ci fu una crisi valutaria nel 1998 la Fed abbassò repentinamente i tassi di interesse, un processo che è già in essere con il taglio di fine luglio.

Attualmente il livello dei Fed Funds (2%) è ancor ampiamente al di sopra del tasso del Tbond (1,5%) e sconta, di conseguenza, ulteriori tagli dei tassi di interesse, che dovrebbero smorzare l’attuale egemonia del dollaro ed evitare il ripetersi di una pericolosa crisi valutaria con implicazione anche sui mercati azionari non solo americani.

 

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