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IL PERICOLO NASCOSTO DEI TASSI BASSI

Pinguinoeconomico 15 gennaio 2015 Economia 2 commenti
TASSO ZERO-1

In attesa del tanto acclamato QE europeo previsto per la prossima settimana e con la deflazione già evidente in tutta l’area euro, ma minacciosa anche in Gran Bretagna ed USA, molti economisti sono fiduciosi che, almeno la Federal Reserve statunitense, ritornerà ad alzare i tassi dal secondo trimestre 2015, mettendo fine, in una parte del pianeta, a questa anomalia dei tassi a zero.

Tuttavia, l’inarrestabile crollo del prezzo del petrolio e l’incertezza sui mercati azionari mondiali sta indebolendo anche questa flebile convinzione.

Molti altri analisti e gestori credono, infatti, che l’attuale politica di tassi a zero (ZIRP), in atto da oltre sei anni, rimarrà in vigore anche per il 2015 e non solo. Mentre questa possibilità è deludente per molti osservatori, speranzosi che l’economia mondiale, o perlomeno quella statunitense, possano crescere autonomamente, senza il sostegno incondizionato delle Banche Centrali, pochi ancora comprendono che tale politica monetaria ultra accomodante, tanto più viene mantenuta, tanto più provoca deleteri effetti collaterali nell’economia reale, in modo sempre più definitivo e strutturale. L’attuale crescita economica è ormai drogata dai tassi bassi e sembra non poterne più fare a meno anche per sostenere un modesto tasso di ripresa, come quello successivo all’ultima grave crisi finanziaria.

Storicamente, il rendimento corretto di un bond governativo americano con durata quinquennale è mediamente tra il 2 ed il 2,5%, al netto dell’inflazione. Con l’attuale tasso di inflazione USA al +1,3% a novembre 2014, saremmo ora intorno ad un +3,5% di rendimento lordo.

Tuttavia, in base alla metodologia di calcolo dell’indice dei prezzi utilizzata prima degli anni ’90, l’inflazione attuale è intorno al 5%. Risalendo, invece, agli anni ’80 balziamo al 9%. A questo livello i tassi di interesse lordi si attesterebbero all’11%..! Anche se l’attuale tasso di inflazione fosse intorno al 3%, i rendimenti dovrebbero salire almeno al 5%, vale a dire circa 50 volte quanto viene remunerato ora sui depositi bancari (praticamente nulla). La differenza è un fattore distorsivo dell’economia, ormai strutturale, che molti non capiscono o fanno finta di dimenticare.

Ad inizio dicembre 2014, il Congresso americano ha approvato un ulteriore budget di spesa per $1,1 trilioni, pochi giorni dopo che il debito pubblico ha superato la quota dei $18 trilioni e solo dopo 409 giorni aver valicato i $17 trilioni. Al momento, il Tesoro americano può indebitarsi a tassi medi del 2%, ma, qualora, i tassi a lungo termine dovessero ritornare al 5%, la differenza del 3% costerebbe al Tesoro addizionali $540 miliardi in interessi annuali, con riferimento all’attuale debito di $18 trilioni. Questo evento, da solo, comporterebbe una revisione del budget e conseguenti tagli di spesa od aumenti delle tasse.

E’ evidente, pertanto, che le eventuali ripercussioni di un simile incremento dei tassi sarebbero catastrofiche. L’esempio è stato costruito sul debito statunitense, ma la situazione non è per nulla diversa, se non peggiore, per altre economie molto indebitate ed in particolare Giappone ed Italia.

Ciò conferma la mia piena convinzione che le Banche Centrali stiano attualmente mantenendo i tassi di interesse a zero, non tanto per combattere la deflazione o stimolare economie assolutamente anemiche, ma solo per poter mantenere in vita questi debiti pubblici mostruosi, in crescita e completamente fuori controllo. Pochi dubbi pertanto che la Fed e tutte le altre principali autorità monetarie mondiali continueranno a perseguire tale folle politica espansiva ancora per diversi anni.

I bassi tassi sono infatti un grande stimolante, che non evidenzia il grosso danno causato, in particolare sul mercato del reddito fisso. I primi ad essere
duramente colpiti sono i risparmiatori che investono in obbligazioni, sia emesse da Stati che da società quotate e non. Il crollo dei rendimenti ha provocato, infatti, una drastica caduta nella remunerazione dei capitali a tasso fisso, che si sono diretti  verso categorie di investimento (“assets class”), molto più rischiose  e contribuendo alla formazione di grosse bolle speculative, alcune delle quali sono già pesantemente scoppiate (immobiliare e materie prime). Rimanendo al mercato obbligazionario, molti investitori si sono spostati, alla ricerca di remunerazione più elevate, verso le emissioni ad alto rischio, spingendo i rendimenti verso minimi storici. La crisi del settore energetico americano ha tuttavia dimostrato, ancora una volta, quanto l’investimento possa diventare rischioso ed in alcuni casi si possa anche perdere parte o tutto il capitale investito, anche nel reddito fisso. Inoltre il fiume di denaro diretto verso il settore energetico, grazie ai tassi estremamente favorevoli, ha incentivato l’attività di perforazione ed estrazione provocando nel giro di pochi anni una sovra capacità produttiva che ha causato il crollo dei prezzi. L’effetto distorsivo sull’economia reale è assolutamente evidente: nello stesso periodo il settore energetico americano, con il suo indotto, ha generato il 93% dei nuovi posti di lavoro post recessione finanziaria. Ora invece, si rischia un pesante tonfo. La trappola è scattata e l’effetto boomerang si sta già verificando.

In conclusione, con la maggior parte delle economie (Europa, Giappone e Russia) sul bordo di una nuova recessione e la Cina che sta velocemente rallentando, cresce la paura e la consapevolezza che tassi di interesse nominali a livelli normali possano essere distruttivi per la fragile ripresa economica. Questo timore, assolutamente condiviso, incoraggerà la Fed e le altre banche centrali a mantenere questo “status quo” ancora per diversi anni, alterando la disconnessione sempre più marcata tra i mercati finanziari (in piena bolla) e l’economia reale (ancora depressa).

Gli investitori potrebbero pertanto continuare a beneficiare di questa forte manipolazione dei mercati da parte della banca centrale. Tuttavia, tanto più il prossimo crollo dei mercati sarà rimandato, tanto più potrebbe essere improvviso, profondo e devastante.

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2 Comments

  1. claudia 28 marzo 2015 at 15:28

    generalizzando e’ possibile che pensando al lungo periodo, diciamo da qui a 10-15 anni, la tutela migliore dei propri risparmi depositati sia l’investimento in beni reali?
    ( .. con i dovuti accorgimenti a seconda delle caratteristiche del bene, in che nazione, prezzo, tassazione locale, ecc),

    • Pinguinoeconomico 29 marzo 2015 at 16:49

      Condivido. Si tratta di una generalizzazione, ma non banale. La liquidità (perlopiù i depositi bancari) potrebbe anche essere congelata o addirittura espropriata in caso di una grossa crisi finanziaria, così come è avvenuto a Cipro e accadrà presto, ahimè, anche in Grecia.
      I beni reali resisteranno meglio, invece, malgrado l’attuale persistenza di questo livello di crisi continuerà a ridurre la velocità di circolazione della moneta e quindi anche il valore dei beni reali che faranno sempre più fatica ad essere scambiati e rischiano di scendere di valore anche sensibilmente, cosa che non tutti condividono. In sostanza, però, in caso di scenario catastrofico da non escludere in quanto le armi per contrastare la crisi finanziaria sono terminate (tassi a zero e debiti ancora alle stelle) un appartamento, un lingotto d’oro, od un terreno agricolo dovrebbero essere molto più sicuri anche di un bel conto in banca. Se parliamo poi solo del mercato immobiliare è evidente che molti mercati sono in bolla speculativa e non tutte sono già scoppiate. Pertanto, anche selezionare in quali Paesi effettuare l’investimento (c’è anche in alcuni casi il problema del cambio) non è così semplice.

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