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IL PROBLEMA DEL DEBITO TURCO

Pinguinoeconomico 25 febbraio 2014 Economia Nessun commento
TURCHIA - ISTANBUL

Nell’ultimo decennio la Turchia è stata la star dei Paesi emergenti con un Pil in crescita al +9% medio annuo ed un mercato azionario che ha registrato nuovi record negli anni più recenti.

Il Paese è stato un modello tra gli emergenti, con un governo islamico, inizialmente moderato ed una banca centrale indipendente dal potere legislativo.

Tuttavia la situazione si è velocemente deteriorata ed il Paese è a forte rischio di implosione economica. Il debito pubblico turco è solo al 40% del Pil, un valore molto modesto per una nazione emergente. Ma il vero problema della Turchia è la crescita senza freno dei debiti del settore privato ad una media del +32% annui dal 2007. Si tratta di una bolla considerevole, presente in tutto il mondo, ed in rapida ascesa. Tale crescita esponenziale ha portato negli anni a finanziare investimenti improduttivi che non possono essere ripagati e per i quali le banche si riempiono di crediti inesigibili. Questi prestiti rappresentano ora il 60% del Pil. Inoltre la Turchia ha un deficit delle partite correnti pari al 9% del Pil, che si dovrebbe in parte attenuare con la svalutazione della lira e la riduzione delle importazioni.

Per finanziare questo deficit, la Turchia ha aumentato il debito estero a medio termine a $110 miliardi, il 14% del Pil, la cui metà circa sono prestiti interbancari che possono essere prelevati in qualche giorno, o settimane e non in anni. Gli investitori, tipicamente le banche estere ed in particolare quelle europee, con investimenti di breve periodo diretti o attraverso partecipate turche, sono molto esposti al valore della lira turca, che dallo scorso maggio si è deprezzata del 30%. Quello che è molto preoccupante riguardo ai prestiti del settore privato è che non sono attualmente correlati alla crescita economica. Nel 2012 la crescita è stata stagnante al +2%, mentre i prestiti sono saliti del +20% e le importazioni sono rimaste invariate.

Tuttavia le spese per consumi sono cresciute nello stesso anno di $9 miliardi, pari ad un incremento annuo del +6%; i prestiti invece, sempre al settore privato, di $70 miliardi. Dove sono quindi finiti i restanti $61 miliardi? Sicuramente non in investimenti produttivi, visto che la capacità di utilizzazione degli impianti è diminuita dell’1%, sempre nello stesso anno.

Rimane quindi un mistero dove possano essere finiti. Ora i tassi di interesse stanno salendo e i default sui prestiti stanno crescendo vertiginosamente. Tale ascesa proseguirà nei prossimi mesi, se consideriamo che la metà dei prestiti sono in valuta estera.

In sintesi, privati ed aziende si sono indebitati eccessivamente negli anni precedenti, traendo vantaggio dai tassi di interessi molto contenuti, ma finanziando anche, come sempre accade, investimenti non produttivi con alto rischio finanziario. Ora il vento è cambiato, mentre i debiti restano.

La Turchia è molto dipendente dai finanziamenti esteri e le banche europee, le più generose, hanno quasi tutte grossi problemi di bilancio. La Banca Centrale può controllare la moneta ed i tassi di interesse. Così ha fatto di recente per fermare il crollo della lira. Tuttavia, i tassi di interesse così elevati sono un macigno per la crescita economica, già rivista in ribasso sotto il +2%, ma probabilmente ancora più modesta. La massiccia svalutazione incrementa poi il costo delle importazioni, aumentando il rischio di salita dell’inflazione.

Per difendere la valuta, la banca centrale ha speso circa $5 miliardi di riserve valutarie delle $40 disponibili ed ha innalzato il tasso di sconto al 12% dal 7,75% precedente. Per ora ha funzionato, ma gli effetti negativi saranno presto evidenti. La prossima scadenza sono le elezioni politiche di Marzo, un vero test per il governo del primo ministro Erdogan, sempre più antidemocratico. Anche se dovesse essere riconfermato, la situazione economica rischia di peggiorare ancora prima di vedere qualche segnale di stabilizzazione.

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