Monday 23rd September 2019,
Pinguinoeconomico

LA CRISI BANCARIA EUROPEA – I PROBLEMI IRRISOLTI

Sono ormai 12 anni che i titoli bancari europei continuano a soffrire pesanti discese, alternate a periodi di rimbalzo, mentre l’indice di settore continentale si è di nuovo attestato in prossimità dei minimi storici, registrati il 24 dicembre 2018.

Venerdì scorso, lo Stoxx600 Banks index è sceso ad un minimo intraday di 130.5, chiudendo a 131.2, rivisitando la chiusura di 130.8 della vigilia di Natale.

L’indice ha poi toccato il nuovo minimo il 27 dicembre a 129 punti.

Rispetto allo scorso anno, ha ceduto il 21,5% ed il 33% da gennaio 2018.

La brutalità della discesa dal marzo 2007 è impressionante:  l’indice quotava 534 punti, avendo quadruplicato il suo valore dall’ottobre 1995. Attualmente è precipitato di nuovo a quel valore con un calo del 75% rispetto ai massimi.

I fattori principali di questa crisi sono i seguenti:

  • A metà 2007 la bolla del sistema bancario europeo comincia ad esplodere con un quoziente tra attivi patrimoniali e capitale ben superiore alla media mondiale
  • Nel 2008 inizia la Crisi Finanziaria con la deflagrazione della bolla immobiliare in Spagna ed Irlanda
  • Nel 2009 si aggiunge la crisi del debito sovrano dei Paesi Mediterranei e dell’Irlanda con l’inizio dei diversi salvataggi della Grecia
  • Nel giugno del 2014 parte il Quantitative Easing della Banca Centrale Europea mirato ad aiutare le banche in affanno.
  • A metà 2015 inizia la crisi bancaria italiana in quanto i problemi non sono risolti ed il QE riduce i margini degli Istituti di Credito.
  • Nel giugno 2016 gli inglesi votano a sorpresa a favore della Brexit ed in due giorni l’indice crolla del 21%, la peggiore discesa della storia in 48 ore.
  • Ad inizio 2018, Deutsche Bank comincia ad avvitarsi su sé stessa, inanellando in 18 mesi continui minimi storici.

Fatte queste premesse, non sorprende la discesa dell’indice sia dal 2007 che da inizio 2018.

Parte del problema è la scarsa efficacia del programma di Quantitative Easing, che non è stato strutturato per rendere il sistema bancario più solido ed efficiente ed agevolare la ripresa economica, ma per abbassare i rendimenti dei titoli di stato ed obbligazionari, con la conseguenza di ridurre sia i debiti pubblici che societari, grazie alla riduzione della quota interessi  – e quindi dei costi -sia del debito – che del rifinanziamento delle operazioni in scadenza.

Tutto questo è avvenuto a caro prezzo per le banche, che sono costrette a prestare denaro a tassi a zero o bassissimi, ma sono riluttanti ad applicare tassi negativi sui depositi, perché sempre più sotto pressione a causa dell’aumento dei costi di provvista e del restringimento dei margini di intermediazione,.

Di conseguenza, la politica monetaria ultra espansiva della Bce ha generato un maggior rischio per l’attività creditizia delle banche a fronte di minori impieghi ed una eccessiva dipendenza dai depositi bancari, nella quasi totale assenza di emissioni obbligazionarie per la maggioranza delle banche europee.

In aggiunta, i problemi cronici del Sistema dell’ultimo decennio non sono stati risolti. La Quantità di Non Performing Loans rimane ancora molto elevata, anche dopo diversi anni di pulizia.

A tal proposito, proprio la situazione italiana è tra le più delicate nel Vecchio Continente,  dove diversi Istituti  sono stati salvati grazie all’intervento statale dalla seconda metà del 2015. L’indice bancario del Bel Paese è in calo del 19% negli ultimi due mesi e del 58% dal riacutizzarsi della crisi domestica a metà 2015.

Tuttavia i problemi non si annidano solo in Italia. Ciclicamente riesplode il caso Deutsche Bank, che è precipitata ad  un nuovo minimo storico a €5,81 il 3 giugno e la cui quotazione ha perso il 95% dai massimi del 2007.

E’ evidente che la prima banca tedesca non potrà fallire in modo scomposto, con gravi ripercussioni sia per l’economia locale che per il resto del continente. Sarà sicuramente salvata in qualche modo: o attraverso uno spezzatino o fusa con un altro Istituto teutonico, ma qualsiasi intervento distruggerà altro valore per gli azionisti e forse anche per gli obbligazionisti.

 

In sintesi, il mantenimento di una politica ultra espansiva da parte della Bce, ancora per un periodo di tempo prolungato, rischia di danneggiare sia i bilanci che il già compromesso andamento di molte quotazioni.

La politica monetaria è stata di grande aiuto per salvare diversi stati sull’orlo del fallimento, ma non può da sola essere l’unico sostegno di un settore ancora in sofferenza e che necessita di una ripartenza dell’economia, utilizzando anche adeguatamente la leva fiscale.

 

 

 

 

 

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