Monday 11th December 2017,
Pinguinoeconomico

LA CRISI DEL COMMERCIO MONDIALE

L’OECD ha di nuovo abbassato le stime di crescita mondiale per il 2016, rispetto a novembre scorso, portandole ad un mediocre +3%. Considerando che ci sono ancora Paesi che crescono al ritmo del 7% annuo come India e Cina (per quest’ultima siamo tutti consapevoli che i dati siano manipolati), si tratta praticamente di una recessione a livello mondiale.

Nel momento in cui uno dei più riconosciuti organismi internazionali prevede un avanzo del Pil di soli due punti percentuali negli Stati Uniti ed una discesa del 4% in Brasile, che segue il 3,8% stimato per lo scorso anno, è necessario analizzare cosa stia succedendo in queste prime settimane dell’anno anche per capire l’andamento molto nervoso dei mercati finanziari.

Molti sono gli attori responsabili di questo scenario di deterioramento economico: la Cina, il crollo delle materie prime, la maxi svalutazione delle valute emergenti, le scoppio delle bolle speculative (immobiliari, creditizie e finanziarie), tutti eventi quasi tutti riconducibili alla finanza e solo raramente all’economia reale.

In realtà, la ripresa post recessione mondiale è stata in questi ultimi sette anni molto contenuta, malgrado un intervento straordinario delle Banche Centrali che hanno stampato 13 trilioni di dollari di carta moneta, comprato titoli pubblici per evitare il fallimento degli Stati ed infine portato i tassi di interesse addirittura negativi, difronte all’evidente insuccesso delle politiche precedenti.

Ora che le munizioni sono finite od inefficaci, l’economia sta di nuovo implodendo. Tutti i tentativi di salvataggio messi in atto dalle autorità monetarie cercheranno di evitare una nuova Lehman Brothers, ma troppi focolai stanno bruciando nello stesso tempo e l’incendio sta diventando sempre più esteso.

I recenti dati sul commercio internazionale delle tre principali economie mondiali hanno evidenziato dei numeri molto preoccupanti. Esportazioni ed importazioni sono crollate in Giappone e in Cina dal -12 al -18% negli ultimi mesi, rispetto allo scorso anno. Meno peggio hanno fatto gli Stati Uniti, il cui calo si aggira ancora ad una cifra sola. Il dato è piuttosto ignorato dai media che continuano a crogiolarsi sulla modesta crescita del Pil in quasi tutti i Paesi, rimarcando che non c’è traccia alcuna di recessione in vista.

Se ci concentriamo ad esempio sul Giappone, uno dei Paesi che ha usufruito e continua ad avere un massiccio stimolo monetario, notiamo che le esportazioni sono cresciute del 7,9% nel primo semestre 2015, ma hanno iniziato a calare ad ottobre (-2,2%), novembre (-3,3%) ed a dicembre (-8%). A gennaio, si è assistito al crollo del 12,9%, il peggior calo su base annua dall’ottobre 2009. L’analisi geografica del dato è ancora più preoccupante con le spedizioni verso la Cina in caduta del 17,5%, verso Hong Kong del 26,2%, 15,8% per la Malesia solo per citare le peggiori performance.

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Il grafico conferma che le economie rallentano, a causa dell’implosione del commercio internazionale, che sta calando ad una velocità impressionante da ottobre in avanti in tutte le principali economie mondiali. I mercati azionari stanno probabilmente scontando questo prossimo scenario, alquanto recessivo, ed hanno puntato le vele decisamente al ribasso, da inizio anno.

Anche il Baltic Dry Index è un ulteriore segnale d’allarme che proviene dal settore dei noli marittimi utilizzati per i trasporti delle porta containers. Questo indice continua a ritoccare, quasi giornalmente, nuovi minimi storici, come mostra il grafico, con una distanza abissale rispetto ai livelli registrati nel picco del 2008.

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Questo è un altro segnale negativo per l’economia mondiale: il crollo dei prezzi dei noli marittimi per l’eccesso di navi mercantili rispetto alla domanda attuale.

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La correlazione tra i due indici, nel grafico precedente, non è una conseguenza diretta, ma è sicuramente una fonte di preoccupazione. Tuttavia, indipendentemente dalla possibilità che il Baltic Dry Index abbia un ulteriore spazio di discesa, è lecito chiedersi in quale modo le Banche Centrali possano utilizzare la loro onnipotenza nel tentativo di ristabilire la crescita, l’inflazione e l’effetto ricchezza. Il commercio non si stampa come la carta moneta, ma è l’incrocio della domanda e dell’offerta che sembrano, ora, sempre più distanti.

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