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LA DEPRIMENTE VERITA’ DELL’INSOLVENZA GRECA

Pinguinoeconomico 16 dicembre 2013 Economia Nessun commento
BANDIERA GRECA

Maggio 2010 fu l’inizio dello scoppio della crisi del debito greco. Dopo tre anni e mezzo il Paese ha perso oltre un quarto della sua ricchezza (PIL), è stato aiutato con 240mld di prestiti dall’Europa ed un taglio del debito di 120mld, quasi esclusivamente privato. Ma qual è la reale situazione dell’economia greca alle soglie del 2014 ?

Partiamo dai dati recenti che vengono interpretati in misura diametralmente opposta dal Governo ellenico e dai suoi creditori, la odiatissima Troika (Bce, Fondo Monetario Internazionale ed Unione Europea).

Il Paese è in recessione da sei anni consecutivi, un primato non invidiabile nelle economie moderne costrette sempre a crescere. Il 2014 dovrebbe essere uno spartiacque con la possibilità di rivedere un segno positivo nella casellina del Pil. Il Governo annuncia un +0,6%, mentre lo stesso Fondo Monetario Internazionale prevede il settimo anno consecutivo di recessione con un altro calo del -0,4%.

Entrambi gli scenari non cambieranno purtroppo il contesto di fondo di una economia devastata da una crisi senza precedenti e nella quale i segnali di ripresa sono ancora troppo timidi e controversi. Alcuni settori sono, come il turismo, in sensibile ripresa (+10% per volumi ma molto meno per fatturato) già dal corrente anno ma non in grado di far decollare una economia che continua a sgretolarsi e la quale non ha messo in pratica le riforme richieste dai Paesi creditori.

A fine settembre, finita la stagione turistica e ultimo dato disponibile, il tasso di disoccupazione è risalito al 27,3% dopo sei mesi di contenuta discesa, avvicinandosi al livello storico del 27,5% dello scorso marzo. Il dato desolante alimenta la tesi degli scettici per i quali il tasso supererà nel prossimo biennio la soglia del 30%, con punte anche al 32%.

Disfattismo puro ? Non credo se pensiamo che Governo e Troika stanno litigando sulla necessità di licenziare ancora le prime migliaia di lavoratori pubblici sui ben 150k richiesti per finanziare il piano di salvataggio. Mentre il settore privato è stato asfaltato dalla profonda recessione (nella sola Atene il 30% dei negozi ha chiuso con percentuali ancora più elevate in città meno turistiche), il settore pubblico rimane una roccaforte di privilegi ancora ben pagati e tutelati da una classe politica che li ha in gran parte creati per sostenere il proprio consenso, nulla di diverso da quanto avviene anche in Italia.

Nel contesto generale i redditi sono calati in media di oltre il 15% dall’inizio della recessione, provocando situazioni di indigenza e disperazione che in Europa non si vedevano dalla seconda guerra mondiale. Chi è rimasto senza lavoro ha spesso perso anche la casa non potendo economicamente più sostenerne le spese. I figli hanno trovato rifugio a casa dei genitori i quali percepiscono almeno una pensione, per quanto decurtata in media dal 25 al 40%.

La perdita di Pil pari ad un quarto della ricchezza nazionale è un fenomeno che non è mai stato riscontrato in economie in periodi di pace, se non nella famosa depressione economica americana del 1929 quando la caduta arrivò al 30% e la disoccupazione al 25%.

L’unica nota positiva, oltre al turismo, vale a dire le esportazioni generano dati sulla crescita del settore altamente inficiati. Quest’anno è prevista una ripresa dell’export del +3-4%, ma viziata dai prodotti petroliferi lavorati senza i quali invece la caduta sarebbe di un paio di punti percentuali. Sul contesto nazionale influisce sia il rallentamento del commercio internazionale che cresce quest’anno del +2,5% rispetto al +3,3% previsto, ma in particolare la mancanza di liquidità delle aziende elleniche. Gli ordini ci sono e sono in aumento dall’estero ma non possono essere tutti evasi per la difficoltà nell’acquistare le materie prime da lavorare.

Numeri quindi impressionanti ed una premessa nella quale ho ricostruito sinteticamente i principali indicatori di questo disastro economico.

La ripresa in Grecia è però ancora lontana con una nuova minaccia molto pericolosa che incombe sulla popolazione: la deflazione, una malattia di lunga gestazione ma contro la quale sembra che nessuno stato, né banca centrale abbia ancora scoperto l’antidoto.

Il Paese è assediato dai suoi creditori e continua a sprofondare in uno stato di maggiore depressione economica, cercando di ridurre i prezzi interni per aumentare la propria competitività ed evitare, allo stesso tempo, una seconda ristrutturazione del debito.

Ma la deflazione continuerà a spingere il Paese verso una nuova situazione di insolvenza, questa volta forse irreversibile. I Paesi creditori, quelli del Nord Europa in testa, decideranno di spegnere l’interrutore degli aiuti quando capiranno che salvare la Grecia è ormai una battaglia persa.

Il grafico sottostante rappresenta l’andamento dei prezzi al consumo in Grecia da gennaio 2002 ad oggi, sia per la componente lorda (Headline) che per quella Core, scorporata delle componenti alimentarti ed energia che sono quelle più volatili. Come già segnalato nella newsletter di novembre, il dato dello scorso mese è in calo del -2,9% sull’anno precedente e segue quello altrettanto negativo di ottobre (-2% sul 2012). I prezzi sono in caduta libera dalla metà del 2010 e dopo il rimbalzo di qualche mensilità ad inizio 2011 hanno disegnato una brusca accelerazione al ribasso.

GRECIA - CPI

Anche le previsioni dell’indice dei prezzi per il prossimo triennio sono già completamente deragliate: -0,4% nel 2014, +0,4% nel 2015 e +1,1% nel 2016 ma potrebbero essere ben più negative se la sovracapacità di beni e servizi dovesse persistere, anche alla luce dell’attuale tasso di disoccupazione e del calo dei redditi.

L’esperienza giapponese dimostra quanto sia complesso convivere con la deflazione.

Il Paese asiatico entrò in deflazione nel settembre del 1998 e ha visto il primo timido segno positivo solo nel giugno del 2008, ben dieci anni più tardi.

In aggiunta l’eccesso di produzione in Giappone era ben inferiore a quello greco attuale, in quanto la disoccupazione era solo al 5,5% mentre ora è intorno al 4,3%.

La deflazione alza il costo del debito e questo fenomeno riguarda anche tutti gli altri Paesi, ma danneggia in particolare quelli con elevati stock di debito pubblico, quindi anche l’Italia. I titoli di stato emessi per finanziare il debito hanno cedole a tasso fisso che non sono indicizzate alla discesa dei prezzi.

Allo stesso modo la deflazione pesa anche sulla crescita del Pil nominale. Il Pil scenderà al -7,1% dal -5,3% nel 2013, a -1,4% nel 2014 dal +0,2% previsto ed al +1,9% nel 2015 dal +3,3%, assumendo che le previsioni di crescita e di inflazione (meglio dire deflazione) siano corrette, la qual cosa è praticamente impossibile perché il Fondo Monetario, al pari della Fed e della Bce, non ne azzecca mai una.

Di conseguenza la dimensione dell’economia greca (Pil netto, decurtato dell’inflazione) sarà molto più contenuta nel 2016, alla luce del suddetto andamento dei prezzi: 187mld invece di 199mld e ciò incide anche sul rapporto debito Pil che sempre nel 2016 si attesterà al 169% invece del 158%.

Uno scenario inquietante che non lascia molte vie di uscita. Questo è forse però il vero motivo per il quale la Troika ha abbondonato già da inizio mese Atene, interrompendo i negoziati e rimandandoli genericamente a gennaio.

Nessuno ne parla e si fa finta di niente come se tutto fosse sotto controllo. Forse il destino della Grecia questa volta è già segnato, ma prima ci sono altre priorità più urgenti da sistemare prima che il bubbone scoppi.

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