Sunday 26th May 2019,
Pinguinoeconomico

LA FED TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO

Lieve delusione da parte del mercato e degli investitori, in scia all’esito della riunione della Banca Centrale americana di inizio maggio, i quali si aspettavano un atteggiamento più aggressivo da parte dell’autorità monetaria statunitense.

In realtà, nessuno probabilmente confidava in una riduzione dei tassi di interesse, già nella seduta di ieri, ma perlomeno in una conferma che il taglio avverrà entro la fine dell’anno.

Per tutta risposta, Wall Street ha mantenuto inizialmente i guadagni, per poi correggere chiudendo sui minimi intraday:  tutti gli indici  hanno registrato oltre mezzo punto percentuale di perdita.

Il cambio di direzione, peraltro del tutto fisiologico in relazione ai recenti massimi raggiunti da due dei quattro listini principali, è il frutto dell’atteggiamento tra l’incerto ed il guardingo dell’attuale governatore.

Quest’ultimo ha infatti parlato di un periodo di inflazione contenuta solo transitoria, lasciando trapelare che non si precipiterà ad abbassare i tassi di interesse così rapidamente come Wall Street invece auspicava.

Powell sembra in un vicolo cieco ed in difficoltà nel valutare correttamente la stragrande maggioranza dei dati micro e macro economici, che comunque confermano che l’economia domestica tiene ancora un buon ritmo di crescita e non si evidenzia ancora alcun rischio di recessione.

 

GLI ULTIMI AVVENIMENTI

Wall Street corregge significativamente, intorno al 20% dai massimi tra novembre e dicembre sui timori eccessivi di una futura recessione interna anche in tempi molto brevi.

La Fed interviene ed annuncia innanzitutto la conclusione anticipata del programma di Quantitative Tightening a fine settembre, affermando che non sono previsti ulteriori rialzi dei tassi nel 2019 e forse anche nel 2020.

I mercati azionari inanellano un recupero prodigioso, portando Nasdaq e S&P500 a superare a fine aprile i vecchi record storici di settembre 2018.

Nel frattempo, l’attuale stagione di trimestrali non è così negativa, come annunciata, e la tanto temuta “earnings recession” è ancora molto lontana. In aggiunta, il Pil del primo trimestre è uscito al 3,2%, più brillante di quasi un punto percentuale rispetto alle previsioni, il mercato del lavoro rimane molto solido ed ai massimi dell’ultimo mezzo secolo e l’inflazione (1,6%) è al di sotto dell’obiettivo (2%) della Federal Reserve.

Al contrario, alcuni settori stanno visibilmente rallentando:  dall’automotive, ai semiconduttori fino all’immobiliare ed a tutto il manifatturiero in generale, i cui indici sembrano già invocare lo spettro di una possibile recessione, almeno in alcuni comparti merceologici.

In calo vi sono anche le vendite al dettaglio e i risparmi privati, mentre aumentano in modo significativo anche i tassi di default sulle carte di credito e sui finanziamenti auto ed allo studio, sebbene ancora lontani dai massimi dell’ultima crisi finanziaria.

 

IL RUOLO DI POWELL

In questo contesto complicato si deve muovere il Chairman della Federal Reserve, ovviamente con estrema circospezione, tra gli strali di Trump, che pretende immediati tagli dei tassi di interesse per dare fiato alla sua rielezione nel prossimo anno e di Wall Street, che vuole mantenere questo passo di marcia, incurante del calo dei volumi e della situazione di iper comprato che si sta generando su molti titoli ed alcuni indici.

In mezzo, c’è il mercato obbligazionario, che è salito sensibilmente da fine dicembre, assecondando le parole natalizie di Powell di protezione dei listini o forse anticipando un rallentamento economico, che ancora non si vede o che la Fed ha ben presente e vorrebbe anticipare, ma solo a parole, visto che non è in grado al momento di poter abbassare i tassi di interesse.

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