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LA GRANDE DISTRIBUZIONE AMERICANA COMINCIA A TREMARE

Pinguinoeconomico 29 maggio 2014 Dietro le quinte Nessun commento
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Il principale termometro della salute dell’economia americana sono i consumi dei suoi sudditi che ammontano al 68% del Pil prodotto. Se analizziamo l’andamento delle vendite della grande distribuzione nel periodo post recessione e negli ultimi due trimestri, lo scenario futuro diventa sempre più fosco.  E’ corretto sottolineare che sono aumentate anche le vendite online, ma non in misura tale da giustificare il crollo della diminuzione dei visitatori nei centri commerciali dai 32 miliardi di persone del 2010 ai 18 del 2013. Questa caduta sembra inoltre protrarsi anche nel corrente anno.

Il boom delle costruzioni delle superfici di vendita si è fermato già da un anno. Ormai le chiusure di punti vendita sono superiori alle nuove aperture, sia in numero di piedi quadrati che di volumi (numero dei negozi).

Per capire la crisi, molto profonda, nella quale è entrato il settore, dobbiamo aprire una parentesi storica che inquadri la crescita senza freni del settore per capire come e per quale motivo la bolla stia ora deflagrando.

Dal 1990 ad oggi il reddito medio del cittadino americano è diminuito dai $56.000 agli attuali $51.500, pari a circa il -9%. Nello stesso periodo, invece, la superficie (piedi quadrati) dei punti vendita/per abitante nel Paese è aumentata di 2,5 volte da 19 a 47 (nel 1960 erano invece solo 5). Come sempre accade nella “miracolosa” crescita di qualsiasi settore dell’economia statunitense, una simile espansione è stata finanziata con il credito che ha permesso ai costruttori dei “mall” di realizzare centri commerciali in ogni angolo del Paese ed ai consumatori di comprare prodotti di qualità spesso scadente, realizzati a basso prezzo nei Paesi asiatici. Un modello economico che sembrava vincente e che è stato esportato anche in Europa. In realtà le vendite sono in continuo calo già di diversi anni, ma sono state mascherate con l’apertura di nuovi punti vendita che aumentano il fatturato, mentre quello a parità di negozi, continua a scendere. La superficie commerciale per abitante negli Stati Uniti non ha eguali rispetto ad ogni parte del mondo con multipli che vanno dalle 3 alle 8 volte, a seconda dei Paesi che si confrontano. In Germania, patria di colossi della distribuzione come Metro, Lidl e Aldi, la superficie commerciale per abitante è infatti pari a 12 piedi quadrati.

Numeri impressionanti, a livello del boom cinese nel settore privato, e che giustificano le recenti preoccupazioni per gli evidenti segnali di crisi del settore. Nei primi tre mesi dell’anno, le chiusure di punti vendita sono state diverse migliaia, mentre le trimestrali sono state molto deludenti, non solo per il continuo calo dei ricavi, ma anche dell’utile per azione, sceso in misura significativa, come accadde nel secondo trimestre del 2000.

Oggi diversi proprietari non sono in grado di onorare i contratti di finanziamento (leasing) ottenuti per acquistare i centri commerciali. Molti prestiti vengono rinnovati, per quanto insolventi, per evitare default a catena. Tuttavia i nodi arriveranno presto al pettine, malgrado i tassi di interesse siano ai minimi storici, ed il governo non può salvare i debitori insolventi, come in parte sta accadendo in Cina.

Sul fronte della domanda non ci sono buone notizie, a causa dell’invecchiamento della popolazione. La generazione dei baby boomers sta andando in pensione al ritmo di 10.000 unità al giorno da oggi fino al 2030. Si tratta di persone con risparmi nulli nel 25% del totale e con meno di $50k di depositi per la quasi rimanente totalità. Un esercito di semi-poveri che tenderanno a ridurre i consumi all’osso, in presenza anche di pensioni altrettanto contenute.

La sbornia sembra dunque finita, ma ora iniziano i veri mal di testa. I risultati economici del settore dell’ultimo trimestre sono un bollettino di guerra, per quasi tutti i protagonisti della grande distribuzione, da Walmart a JCPenny, da RadioShack a Best Buy, senza dimenticare anche il settore dei materiali per ufficio (Staples e Office Depot), quello degli oggetti per la casa (Home Depot) e dell’abbigliamento (Abercrombie e Gap) o dell’alimentare (Target e Whole Food). Non sono sufficienti le trimestrali decorose di alcuni marchi del lusso (Tiffany) o di alta gamma (Saks), che insieme realizzano solo l’1% delle vendite al dettaglio nel Paese, per nascondere la grave crisi.

Alcune storiche catene (JcPenney, Sears e RadioShack) potrebbero già andare in bancarotta entro il corrente anno, qualora le banche tagliassero i finanziamenti per l’operatività quotidiana.

Ma il vero incubo del settore è il crollo verticale delle presenze nei grandi magazzini, in particolare dal 2010 in avanti. Tuttavia, anche nel 2013 sono stati edificati altri 44 milioni di piedi quadrati di spazi commerciali, pari all’85% in meno rispetto alla media del periodo 2000-2008, ma che si aggiungono ai 15 miliardi già esistenti di superficie nel Paese.

E’ impensabile sperare in una repentina ripresa del settore, con i consumatori che hanno ridotto la loro capacità di spesa, a causa di redditi in calo e debiti in aumento.

L’impatto di questa spirale negativa del settore delle vendite al dettaglio sarà molto vasto ed alcuni dati sono necessari per definire la grandezza della futura calamità:

  • Ci sono circa 109.500 shopping centers nel Paese di ogni dimensione.
  • I grandi magazzini ammontano invece ad oltre un milione
  • 12 milioni di persone sono impiegate nei centri commerciali e 14,9 milioni in tutto il settore delle vendite al dettaglio, rispetto ai 15,1 milioni del 2002, mentre l’indotto impiega altri 5,6 milioni. In totale il settore impiega quasi il 13% di tutti i lavoratori americani.

La ragione per la quale il trend negativo è irreversibile è sia demografica che matematica. Una popolazione anziana spende meno di una giovane mentre il consumatore, vero pilastro dell’economia statunitense nell’ultimo trentennio, ha finito la benzina. Dopo aver utilizzato ogni forma di credito al consumo, dalle carte di credito ai prestiti auto ed aver estratto denaro dalle proprietà immobiliari come un bancomat nel pieno della ultima bolla, le munizioni sono finite, ma i debiti rimangono e riducono la capacità di spesa. Rimane al momento solo il mercato azionario a dare  sostegno economico al consumatore americano, ma presto anche l’ultimo baluardo cadrà ed assisteremo a chiusure di migliaia di punti vendita e di intere catene commerciali con perdita di oltre un milione di posti di lavoro.

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