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LA LEZIONE GIAPPONESE

Pinguinoeconomico 28 novembre 2019 Materie prime Nessun commento su LA LEZIONE GIAPPONESE

L’esperimento della politica economica nipponica che meglio si identifica nella Abenomics, dal nome del suo creatore, allora e tuttora ancora primo ministro, è forse il più interessante e completo, anche per la sua durata ultra quinquennale, per valutare le conseguenze delle politiche monetarie ultra espansive messe in campo dalle tre principali Banche Centrali mondiali: Bank of Japan, Federal Reserve e Banca Centrale Europea.

Secondo alcuni economisti, l’intervento dell’autorità monetaria non è stato così negativo ed anche le altre due grosse entità economiche, quella statunitense ed europea, dovrebbero imitarla per spingere al massimo le rispettive aree economiche, quella americana in rallentamento e quella del Vecchio Continente in piena stagnazione ed in alcune aree già in recessione.

Secondo invece la maggior parte degli economisti mondiali, la “lezione giapponese” è emblematica del fallimento del Quantitative Easing e del continuo sostegno finanziario dell’autorità monetaria nel regolare gli acquisti, non solo sul mercato obbligazionario, ma anche in quello azionario.

La stagnazione  dell’economia del Sol Levante ha regalato sei cicli di recessione, seppur brevi nell’ultima decade, alternati a periodi di crescita quasi sempre modesti.

Tuttavia, l’intervento massiccio delle Banca Centrale domestica non è stato sufficiente a rilanciare un’economia ancora depressa dalla crisi della fine degli anni ’80, che ha coinvolto prima il settore immobiliare e successivamente quello bancario, zavorrato dal peso dei “bad loans”, parte dei quali ancora presenti dopo quasi un trentennio nei portafogli degli istituti di credito domestici.

Lo stato patrimoniale della BOJ è cresciuto negli anni in maniera considerevole fino a superare la dimensione del Pil domestico, mentre l’autorità monetaria detiene ora quasi il 70% degli ETF quotati alla Borsa di Tokyo ed è uno tra i 10 azionisti più importanti delle principali società che fanno parte dell’indice Nikkey.

Negli anni, il peso del debito sul Pil è salito al 236%, malgrado i bassi tassi di interesse per finanziarlo, che costringono il governo a spendere il 22% del proprio budget per ripagare annualmente il costo del debito.

La maggior parte degli obiettivi della politica monetaria ultra espansiva nipponica, avviata nel 2012, non sono stati raggiunti ed il governo ha dovuto varare diverse manovre fiscali per sostenere la crescita e contenere l’esplosione del debito. Le più note si concentrano nell’aumento dell’IVA dall’8% al 10% e l’allungamento dell’età pensionabile.

Nel 2020, la crescita nipponica è prevista una delle più deboli tra le economie occidentali, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, ed il Paese continua a mancare i target sia di crescita che di inflazione.

Malgrado lo stimolo massiccio messo in campo da diversi anni, il livello dell’attività economica rimane piuttosto modesto.

 

ECONOMIA e BANCHE CENTRALI

Il messaggio per le due altre principali banche centrali è assai chiaro: nessun Paese può bilanciare i problemi demografici e di calo di produttività semplicemente aumentando il debito e stampando moneta. Tali azioni persistono in Giappone ormai da troppo tempo, sia in periodi di crescita che di stagnazione /recessione, ed hanno un impatto sempre minore sulla crescita economica, ma hanno il solo obiettivo di guadagnare tempo.

Tuttavia, tecnologia e produttività non possono essere incentivate solo con la spesa pubblica, trasferendo ricchezza da un settore produttivo ad uno improduttivo: la conseguenza è che i comparti che hanno alta produttività faticano, mentre quelli obsoleti vengono mantenuti  in vita artificialmente ma con un risultato mediocre.

Negli ultimi anni, le Banche Centrali hanno cercato di stimolare i consumi, abbassando prima i tassi di interesse, poi azzerandoli ed infine portandoli in negativo. In realtà, i risparmi sono invece sorprendentemente cresciuti, malgrado non siano più adeguatamente remunerati.

In Giappone, come in altre nazioni, i governi hanno ridotto al minimo i loro interventi strutturali di razionalizzazione delle spese, confidando nel solo risparmio del costo del finanziamento del debito, grazie al sostegno infinito da parte della Banca Centrale.

Nello specifico, il governo del primo ministro Abe ha aumentato l’imposizione fiscale sia diretta che indiretta (IVA) per contenere la crescita del debito pubblico.

 

LA LEZIONE GIAPPONESE

Il più grande messaggio che arriva dal Giappone è quello che la Banca Centrale non può solo comprare azioni ed obbligazioni, diventando quasi l’unico regolatore del mercato finanziario, ma le politiche fiscali e monetarie devono essere meno invasive e solo correggere le differenze strutturali, invece di accentuarle.

Guadagnare tempo e mantenere a lungo in vita settori pubblici e altamente indebitati è una situazione temporanea, che drena risorse per la crescita economica.

Tuttavia, l’esempio di “nazionalizzazione” giapponese dell’economia si è trasferito anche negli altri lati dell’emisfero nei quali le due principali Banche Centrali – Fed e Bce – sembrano intenzionate a seguire le orme della politica nipponica, accentuando su scala sempre maggiore il controllo sulle economie, con il rischio di prolungare l’attuale  stagnazione a scapito di una crescita futura più sana.

 

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