Tuesday 12th December 2017,
Pinguinoeconomico

LA MANIPOLAZIONE DEI MERCATI FINANZIARI

Oro, petrolio, indici azionari, crescita del Pil, libor e molti altri indicatori macroeconomici (disoccupazione, inflazione, etc..) sono sicuramente stati manipolati negli ultimi anni, e, tuttora lo sono, per giustificare manovre di politica monetaria e fiscale da parte delle Banche Centrali e dei governi, ma anche per ragioni di puro “maquillage”: far apparire la ripresa economica migliore di quanto realmente non sia.

Questa mia affermazione è molto pesante, ma saranno sufficienti solo alcuni esempi per dimostrare quanto sia vera e quali interessi si nascondano dietro la manipolazione di un indice o di un dato economico.

Ci sono poi anche dati che vengono pubblicati solo sui bollettini ufficiali e che non vengono diffusi dai media finanziari, quasi integralmente in malafede o palese conflitto di interessi, interessati solo al risultato finale, spesso sempre positivo. Un classico esempio è il dato mensile sulla disoccupazione americana. Negli ultimi mesi il numero è sempre migliorato con il tasso di disoccupazione sceso quasi mensilmente. Tuttavia, solo in misura marginale, viene evidenziato che il tasso di partecipazione della forza lavoro è sceso ai livelli del 1978 e che la stragrande maggioranza dei  nuovi occupati sono part-time ed in settori mal pagati, quali l’education, health care ed il retail. In questo modo, il messaggio che viene trasmesso è che gli Stati Uniti hanno recuperato il numero di occupati pre-crisi, volutamente ignorando che i redditi sono stati falciati e di conseguenza il Paese si è impoverito. Se infine la capacità di spesa è rimasta più o meno invariata, significa che il consumatore ha ridotto i risparmi, oppure ha aumentato i propri debiti.

Tornando agli indici, gli esempi di manipolazione sono numerosi e molto attuali. Li dividerei in due categorie: quelli spiegabili e quelli, invece, più misteriosi od occulti.

Nel primo gruppo ci sono i mercati obbligazionari ed azionari, legati strettamente ad un unico comune denominatore: la discesa in picchiata e prolungata dei tassi di interesse e le manovre di politica monetaria ultra espansive, messe in campo dalle principali Banche Centrali mondiali, nell’ultimo quinquennio.

Il paracadute monetario ha reso possibili una serie infinita di azzardi da parte degli investitori, convinti e fiduciosi nell’intervento costante delle autorità monetarie a salvare i mercati da qualsiasi tentativo di caduta. Tale scudo di protezione ha innescato un rialzo, quasi senza precedenti, sugli indici azionari mondiali con nuovi record storici in alcune aree (Stati Uniti, Germania ed alcuni emergenti) o massimi di periodo degli ultimi sei anni e mezzo (Francia e Gran Bretagna).

Non solo i tassi al minimo storico, ma anche le valute hanno fatto da volano, in qualche caso, a questa folle corsa. E’ il caso dell’indice nipponico Nikkey che è quasi raddoppiato dai minimi, in soli 13 mesi, grazie alla debolezza dello Yen, del quale hanno beneficiato i titoli delle società esportatrici.

Anche per il mercato obbligazionario la miscela incandescente è stata il mix di tassi a zero e svalutazioni monetarie. Ci si indebita nelle valute che si deprezzano e che hanno tassi di interesse molto contenuti, per investire il denaro in obbligazioni di valute che si rivalutano e con rendimenti più significativi. Questa massa di denaro enorme in acquisto, spinge ovviamente i prezzi dei bond al rialzo, schiacciando ulteriormente i rendimenti.

Queste pratiche, sempre esistite sui mercati, sono ora molto esasperate perché applicate, indiscriminatamente, da oltre sei anni, ed in un’unica direzione.

Le manipolazioni risultano invece molto più macroscopiche, almeno in questi recenti mesi, sui mercati delle materie prime. Normalmente in periodi di espansione la domanda di metalli cresce, a seguito della maggiore richiesta da parte del consumatore di case, auto ed altri beni durevoli che contengono materie prime. Il contrario accade, invece, in periodi di recessione, nei quali, grazie al calo della domanda, la richiesta di materie prime si riduce e di conseguenza anche i prezzi.

Anche in questo contesto, non tutte le materie prime seguono questa regola. Una eccezione è sicuramente il prezzo del petrolio che fatica a calare, malgrado un rallentamento della crescita dei consumi, in particolare in tutte le economie sviluppate, ma anche nei Paesi emergenti, grandi consumatori dell’oro nero. E’ vero che il petrolio è legato ad una forte componente speculativa e di hedging (copertura) ed anche alle tensioni geopolitiche, sempre più incandescenti proprio nei Paesi principali produttori ed esportatori: Iran, Iraq, Arabia Saudita, Libia, Venezuela e Nigeria.

Nelle ultime sedute, il prezzo si è avvicinato alla soglia dei $90. A questo livello incomincia a diventare antieconomico l’estrazione del prodotto e mette in difficoltà economie disastrate come Iran, Venezuela, ma anche la Russia, nelle quali il petrolio rappresenta anche l’80% delle esportazioni.

Stesso discorso anche per l’oro. Il metallo giallo infatti è in calo di circa il 10% da inizio anno ed è sceso fino a $1.210, rispetto ai $1.900 di 3 anni fa. Tuttavia, la richiesta di oro fisico non è mai stata così elevata, sia da parte dei privati che ne fanno incetta, soprattutto nei Paesi emergenti, che dalle Banche Centrali (Russia, Cina ed India in particolare).

Sia il prezzo dell’oro che del petrolio sono evidentemente manipolati. Entrambi dovrebbero salire per evidenti ragioni geopolitiche, mentre invece continuano a scendere. I più attenti analisti potrebbero anche sostenere che la deflazione e la crisi economica hanno il loro peso nella determinazione delle quotazioni. Tuttavia, nel regno degli ottimisti, questo scenario non è contemplato. Direi, invece, che c’è forse un disegno politico di mettere in ginocchio economicamente la Russia, grosso produttore ed esportatore di petrolio, Paese che sta anche accumulando extra riserve in oro, compensando la vendita di titoli del tesoro americano.

Forse è fanta-finanza o qualcosa che mi sono sognato, ma non credo che la realtà sia molta diversa.

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2 Comments

  1. polarbear 4 ottobre 2014 at 15:16

    Mentre comprendo che la manipolazione del dato occupazionale sia relativamente semplice e attuabile attraverso la presentazione di dati parziali e giocando con la statistica, da profano di finanza, mi risulta difficile immaginare come si possa manipolare i prezzo di petrolio e oro, considerate la complessita’ del meccanismo di attribuzione del prezzo e il numeri di attori coinvolti n questa dinamica. Non credo che tutti questi attori possa avercela con la Russia e che siano tutti filo-americani, au contraire. Se puoi per favore descrivi come sarebbe attuabile una manovra del genere al di la’ del fatto che oggi gli americani sono esportatori netti di greggio. Grazie pingu

    • Pinguinoeconomico 9 ottobre 2014 at 22:45

      I bond vengono acquistati direttamente dalle banche centrali per abbassare i tassi di interesse. La stessa manovra viene fatta attraverso i prestiti ed i finanziamenti al sistema bancario da parte degli stessi organismi (Fed, BCE, BOJ, BOE, PBOC, etc..). Nell’equity ci sono meccanismi sofisticati con sistemi automatici di trading, ma anche in questi casi ci sono stati in passato ed anche ora interventi delle Banche Centrali. Nel 1997 Hong Kong comprò assets finanziari, attraverso una sorta di fondo sovrano, fino al 10% della capitalizzazione del mercato. Ai tempi nostri, La Bank of Japan, ha comprato ETF sull’indice Nikkey per sostenerne la parabolica ascesa (+80% in 10 mesi). In base ai dati comunicati l’intervento è pari all’1,5% della capitalizzazione dell’intero mercato. Alcuni trader ed analisti sostengono, altresì, che anche la Fed intervenga direttamente sul mercato con l’acquisto di qualche basket di derivati. Fanta finanza? Forse, ma il mercato azionario USA è molto meno liquido rispetto ai volumi scambiati giornalieri pre-crisi. E’ capitato che quelle poche volte che, nel corso dell’ultimo triennio, l’indice abbia tentato di correggere, qualcuno sia intervenuto con ordini di acquisto significativi, per l’attuale mercato, per ristabilire “status quo” e serenità a tutti coloro che credono che il giochino sarà infinito.
      Il petrolio è una materia prima e come tale molto legata al ciclo economico ed al dollaro, moneta con la quale viene scambiato. Malgrado le tensioni internazionali e la domanda sostenuta, ma in decrescita, i prezzi stanno scendendo molto rapidamente. Con il crollo di oggi (9 ottobre), l’oro nero è entrato tecnicamente in bear market, essendo sceso del -20% dai massimi dello scorso giugno. Sembra inoltre che l’Arabia Saudita stia abbassando i prezzi, pur di mantenere la propria quota di mercato. Non so questa politica sia in accordo anche con Obama, per mettere in ulteriore ginocchio, la già disastrata economia russa. Certo che quest’ultima, con Venezuela ed Iran, Paesi già in grossa sofferenza finanziaria, non potranno reggere a lungo ogni ulteriore decurtazione di prezzo. Anche gli USA, con lo shale oil, incominciano ad avvicinarsi pericolosamente ai prezzi di estrazione.
      Infine l’oro giallo. Pochi si aspettavano questa lunga, ma continua discesa dei prezzi. L’oro fisico è invece in pieno boom, ma la quotazione scende malgrado l’elevata domanda. Anche in questo caso vale la correlazione, rispetto al dollaro. Biglietto verde forte = oro debole. A questi livelli di prezzo, inoltre, diventa antieconomico estrarre il metallo giallo per diverse miniere, alcune delle quali hanno già chiuso. Quindi se cala l’offerta e si impenna la domanda, il prezzo dovrebbe salire. I compratori ci sono, banche centrali e privati, ma qualcuno vende, sicuramente con finalità speculative: ricomprare più basso o far uscire diversi attori dal mercato ?

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