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LA TRAPPOLA CINESE

Pinguinoeconomico 19 gennaio 2016 Mondo Nessun commento
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La pubblicazione del Pil cinese non attenua i dubbi sulle reali condizioni della seconda economia mondiale. La crescita “ufficiale” è dipinta al 6,8% rispetto al trimestre precedente, lievemente sotto le aspettative, mentre il risultato annuale, in aumento del 6,9% (grafico), è il peggiore dal 1990.

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E’ fuori discussione che la Cina stia soffrendo almeno di un pesante raffreddore o forse anche di una violenta polmonite. Dall’inizio della Grande Recessione, la prima economia asiatica ha registrato anche tassi di crescita a doppia cifra.

Tuttavia, alcuni economisti hanno contestato la validità dei dati statistici ufficiali, sostenendo che il rallentamento cinese fosse già in atto da almeno un lustro, ma non sufficientemente evidenziato dalla manipolazione dei dati. Gli stessi sono, invece, del parere unanime che l’economia cinese sia in declino, ma non concordano sull’entità del raffreddamento. Il tormentone dell’atterraggio morbido (soft landing) od assai più duro (hard landing) torna frequentemente di attualità ed in particolare ogni qual volta si manifesti una instabilità finanziaria, dal crollo della Borsa fino al fallimento di qualche società troppo indebitata.

Pechino è ormai sotto scacco su diversi fronti. L’eccesso di capacità produttiva ed il notevole indebitamento di molte aziende, sia pubbliche che private, stanno diventando un problema molto serio da gestire. La leva finanziaria è stata utilizzata con troppo facilità nei cinque anni precedenti ed il rallentamento economico evidenziato non rende possibile onorare la montagna di debiti generati.

La realtà è sicuramente più cruda dei numeri pubblicati. Anche il dato sui consumi elettrici, di alcuni metalli e del cemento conferma il declino costante anno su anno e la riduzione della crescita.

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Parimenti, la situazione sociale sta diventando incandescente in un Paese costretto a creare ogni anno una cinquantina di milioni di nuovi posti di lavoro, solo per soddisfare la domanda dei nuovi occupati. La chiusura di diverse aziende, anche pubbliche, sta mettendo in seria difficoltà un sistema economico sostenuto da una nuova classe media ma che ora sta entrando in crisi dopo anni incontrastati di boom. Le rivendicazioni salariali ed il numero di aziende in bancarotta o che riducono il personale è in aumento in misura esponenziale. La conseguenza più immediata è la crescita del numero di scioperi, che raddoppiano di anno in anno.

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I debiti cinesi fanno anch’essi molta paura e sono all’origine dell’effetto domino che si è scatenato da inizio anno sui mercati finanziari planetari. Allo stesso tempo, la Banca Centrale ha iniziato a svalutare lo yuan, la divisa domestica, per fronteggiare il calo marcato delle esportazioni, ma soprattutto la pesante fuga di capitali dal Paese, quantificata in circa un trilione, solo lo scorso anno. L’ingresso di Pechino nella guerra valutaria mondiale, in corso da almeno un triennio tra le principali divise a colpi di reciproche svalutazioni, ha provocato un terremoto finanziario sin dalla scorso agosto, quando il provvedimento non fu molto gradito dai mercati, che accusarono un crollo del 10% in poche sedute. In forma molto più attenuata, il fenomeno si è di nuovo ripetuto ad inizio dell’anno, ma in questo caso la discesa dello yuan è stata piuttosto involontaria e l’Autorità monetaria è dovuta intervenire per frenare la discesa, vendendo oltre 100 miliardi di dollari di riserve valutarie, solo nell’ultimo mese. Si stima, infatti, che Pechino abbia già bruciato un trilione di dollari nell’ultimo anno per difendere il cambio.

Il crollo della Borsa di Shanghai, scesa del 40% negli ultimi sette mesi, rievoca ricordi sinistri della Grande Depressione americana. Da inizio anno il panico si è spesso diffuso e modesti rimbalzi sono stati poi seguiti da altri violenti ribassi.

La vera incognita economica si annida, tuttavia, nella bolla creditizia ed in parte anche in quella immobiliare. La finanza cinese ha creato un vero mostro:  il sistema bancario  ha raggiunto assets di 35 miliardi di dollari, il triplo di quello americano.

Ora la macchina economica si è inceppata ed il sistema finanziario comincia a starnutire e le bolle a sgonfiarsi. I numeri della crisi sono però molto grossi e già fuori dal controllo governativo.

La Cina è condannata, pertanto, ad una crisi strutturale, a causa dell’eccesso di offerta, che è diventata una vera trappola per il Paese. Stiamo parlando della seconda economia mondiale, la cui svalutazione monetaria sta contribuendo ad aumentare la deflazione nei partner commerciali occidentali ed in particolare negli Stati Uniti. Questa spirale è solo all’inizio e non produrrà nulla di positivo nei mesi a venire.

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