Wednesday 19th June 2019,
Pinguinoeconomico

LA “ZOMBIE” ECONOMY – UN FENOMENO IN CRESCITA

Con tale pseudonimo si fa riferimento in generale alle società in situazione di stress finanziario e nello specifico a quelle più indebitate, che non riescono nemmeno a ripagare gli oneri finanziari con il cash flow generato.

Con una certa frequenza riappaiono i timori per queste società, sulla loro dimensione e numero e sull’effetto negativo sull’economia mondiale o di alcuni specifici Paesi, qualora una parte di queste rischiasse la bancarotta in presenza di un peggioramento del quadro economico complessivo.

La tipica “zombie company” è generalmente assai indebitata e continua a generare nuovo debito nel tentativo di ripagare o sostenere il peso di quello attuale.

 

LA DIVERSIFICAZIONE GEOGRAFICA

Quando si fa riferimento a questo fenomeno economico, si pensa sempre innanzitutto al mercato cinese. Non esistono numeri attualmente precisi sull’entità delle aziende coinvolte, ma sicuramente la dimensione è preoccupante, tenendo anche conto dell’importanza dell’economia collaterale nel finanziamento delle aziende locali, rispetto al canale bancario tradizionale.

Negli Stati Uniti, secondo un rapporto pubblicato da Bank of America, il 13% delle aziende mondiali si ritrova in questa situazione, mentre in UK l’incidenza sale intorno al 14% (1/7 circa), secondo un’altra ricerca redatta da KPMG, rispetto all’8% realmente dichiarato.

Il numero è solo lievemente inferiore al 15%, registrato durante la Grande Recessione, ma rispetto a quel periodo l’economia è in piena espansione ed inoltre i tassi di interesse non sono mai stati così bassi e per un periodo così esteso.

 

IL RUOLO DELLE BANCHE CENTRALI

Un aumento delle aziende in situazione di stress finanziario è accettabile in periodi di recessione, ma molto meno in periodi espansivi.

La risposta causa è la politica di tassi artificiali confezionata da diversi anni dalle Banche Centrali, le quali hanno tenuto in vita migliaia di aziende agonizzanti, in virtù sia della facilità nell’ottenere credito che del basso costo del denaro.

Tale processo è iniziato negli Stati Uniti sin dagli anni ’80 ed ha portato il numero di “zombie companies” mondiali dal 2% agli inizi degli anni ’90, all’attuale 13%.

Tuttavia, gli investitori non sembrano preoccuparsi del fenomeno e continuano ad investire in aziende che non generano alcun profitto, quali Lyft, recentemente quotata, o Tesla, l’icona dell’auto elettrica di lusso, fino all’ancor più nota Netflix.

Negli USA, l’80% delle aziende quotate nel 2018 non sono profittevoli.

In base all’esperienza nipponica, il numero di “zombie companies” è concentrato tra le piccole e medie imprese,  come negli Stati Uniti ed in altri Paesi, per quanto ve ne siano anche tra le grandi imprese nei settori automotive, costruzioni e delle utilities, in particolare in quello petrolifero, ciclicamente afflitto negli ultimi quattro anni dalle forti oscillazioni del prezzo del greggio.

 

L’IMPATTO SULL’ECONOMIA GLOBALE

Mantenere in vita milioni di aziende in dissesto finanziario ha diverse implicazioni ed impatti sulla crescita economica attuale e futura.

Allungando l’agonia delle imprese, si evitano nel breve periodo dolorosi licenziamenti ed un impatto negativo sui diversi contesti locali.

D’altra parte, queste aziende poco competitive, che galleggiano quasi esclusivamente grazie alle politiche monetarie ultra espansive, riducono la produttività sia dei loro concorrenti più in salute che dell’intera economia globale.

Il fenomeno sta assumendo dimensioni critiche ed andrà gestito prima che diventi un’altra asset bubble a rischio di scoppio in alcune principali economie sia sviluppate che emergenti.

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