Tuesday 12th December 2017,
Pinguinoeconomico

LE BORSE MONDIALI FESTEGGIANO MENTRE I TASSI TORNANO A SALIRE

Champagne a fiumi a Wall Street, che macina record su record quasi quotidianamente, superando anche barriere psicologiche impensabili, quale quella dei 20.000 punti dell’indice Dow Jones.

Tale euforia è riuscita persino a trascinare, seppur con un entusiasmo più contenuto, sia i listini europei che quelli asiatici.

Ad inizio marzo si festeggeranno i sette anni di questo bull market azionario, il secondo assoluto per longevità, ma sicuramente il primo per performance.

L’ascesa degli indici ormai non fa più notizia, malgrado appaia sempre più scollegata dai fondamentali economici e dagli utili societari.

La recente, ma forse non ultima, gamba di rialzo del mercato sconta, almeno negli Stati Uniti, la stima di crescita del Pil al quattro per cento nel quadriennio di Trump. Si noti che  Obama ha chiuso il suo mandato con un modesto + 1,8% e che sarà anche ricordato per essere stato l’unico Presidente americano, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, a non aver mai conseguito un anno di crescita superiore al 3% nel suo doppio mandato presidenziale.

In definitiva, il miglioramento delle previsioni di crescita ha portato ad una revisione al rialzo anche delle aspettative di inflazione, elemento che ha eroso velocemente la fiducia del mercato obbligazionario.

Da luglio in avanti, le obbligazioni registrano una performance negativa su tutto l’arco planetario, con significativi crolli sulla parte più lunga della curva.

In realtà, più che le aspettative, è l’inflazione vera che sta già ripartendo e segnali in tal senso sono evidenti sia negli USA, già da oltre un anno, che in Germania da un paio di mesi, mentre il Giappone langue ancora in deflazione.

La crescita langue ancora, ma rimane almeno stabile e gli investitori vendono bond, giunti dopo 36 anni a livelli di rendimento assolutamente ridicoli, anche grazie all’intervento delle Banche Centrali negli ultimi anni.

Ora, sembra che la situazione stia sfuggendo di mano ed i tassi hanno preso la strada del rialzo senza indugio.

Il mercato obbligazionario è il più grande al mondo e comprende quasi duecento trilioni di dollari di titoli emessi, tra titoli governativi e corporate. Tale asset è cresciuto a dismisura negli anni scorsi proprio per la facilità delle aziende di ricorrere al credito facile ed a basso costo.

Il sell-off dei bond non sembra pertanto destinato a scemare in tempi brevi e potrebbe anzi prendere ulteriore velocità con effetti molto pericolosi sia sulla stabilità del sistema finanziario e di conseguenza sull’economia reale.

Il mondo si è, infatti, abituato da oltre un lustro a tassi molto bassi e nell’ultimo anno addirittura negativi e faticherà a sostenere anche i modesti tassi di crescita con un costo del denaro più elevato. La leva finanziaria è stata infatti abusata ed il peso dei debiti mondiali è divenuto eccessivo, tanto che può diventare insostenibile in alcuni casi.

Il BTP decennale ha superato il 2,25% di rendimento, il doppio rispetto al luglio scorso, il Bund ha toccato lo 0,5% ed il Tbond il 2,55% mentre il titolo portoghese ha pericolosamente raggiunto il 4,1%, malgrado gli interventi a sostegno di Lisbona da parte della Bce.

I primi impatti dell’aumento dei tassi di interesse si sono già visti negli Stati Uniti con il calo delle compravendite immobiliari ed il crollo delle domande di mutuo nell’ultimo trimestre. In Italia, la salita di oltre un punto percentuale solo negli ultimi mesi del costo del debito sulle scadenze lunghe, provocherà un aumento del deficit.

Negli ultimi mesi una buona responsabilità del rialzo va imputata anche alla Cina, che ha venduto decine di miliardi di titoli governativi americani per difendere il tasso di cambio dalla svalutazione.

 

SINTESI

L’epopea dei tassi bassi sembra del tutto tramontata, anticipando anche la volontà delle Banche Centrali di togliere il piede dall’acceleratore.

Tuttavia, la discesa delle quotazioni e la risalita dei tassi di interesse dovrà essere progressiva e ben più lenta di quella attuale, per evitare un impatto negativo sulla crescita economica e di conseguenza anche sui mercati azionari che sembrano, invece, immuni da qualsiasi raffreddore.

 

 

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