Sunday 18th February 2018,
Pinguinoeconomico

MERCATI AZIONARI – IL RISCHIO DI UN EFFETTO DOMINO

I mercati azionari hanno bruciato oltre cinque trilioni di dollari di capitalizzazione in sei sedute, trascinati dalla debolezza di Wall Street, la quale dopo un gennaio straordinario è capitolata venerdì 2 febbraio in scia ad un dato del mercato del lavoro dello stesso mese giudicato troppo inflazionistico.

L’impennata immediata dei rendimenti dei bond Usa nella stessa giornata pari a nove basis points ha portato il tasso sulla scadenza decennale al 2,85%, trascinando con sé anche il Bund tedesco e affossando  i mercati azionari.

Tale debolezza è proseguita durante tutta la scorsa settimana, con repentine discese degli indici borsistici, molti dei quali sono già in territorio di correzione, vale a dire in calo del dieci per cento dai massimi storici.

Per la prima volta da diversi anni, perlomeno dall’ultima caduta rilevante dei listini azionari ad inizio 2016, durata cinque settimane, non si è notato il movimento di compratori sulle debolezze. Al contrario, ad eccezione della giornata di martedì, il movimento è proseguito e giovedì scorso il Dow Jones ha perso altri 1.000 punti in una sola seduta, mentre venerdì ha ribaltato solo nel finale una seduta che sembrava ripetere quella del giorno precedente.

In aggiunta, l’esplosione della volatilità è stata uno tra gli altri elementi chiave che hanno caratterizzato l’attuale turbolenza, che ha spiazzato molti operatori. L’eccesso di ottimismo ha giocato un brutto scherzo a coloro i quali pensavano che il mercato non sarebbe mai sceso, almeno con tale violenza.

Le vendite sui mercati azionari si sono distribuite su tutte le Piazze mondiali senza alcuna distinzione, non solo negli Stati Uniti, dall’Asia all’Europa.

Malgrado il calo abbia sfiorato o superato il dieci per cento in quasi tutte le principali Piazze finanziarie ed il nervosismo sia evidente, non si intravedono ancora situazioni di panico.

In realtà, la convinzione di trovarsi nel pieno di economie in espansione e l’eccessiva compiacenza degli investitori, nonché la fiducia nelle manovre della Fed e delle altre Banche Centrali mantengono un atteggiamento ancora molto positivo verso i mercati azionari nella stragrande maggioranza degli operatori.

 

I RISCHI DI CONTAGIO

Ciò malgrado, la scorsa settimana ha stravolto le convinzioni radicate da diversi anni sulla incrollabilità di questo Bull Market.

La violenza della discesa lascia aperti interrogativi sulla possibilità che il movimento di correzione possa proseguire.

Il principale responsabile di questa scossa di terremoto è il rialzo dei tassi di interesse, repentino da inizio anno e piuttosto inaspettato.

Negli Stati Uniti, l’inizio di un probabile trend ribassista del mercato obbligazionario è alimentato dalla politica meno espansiva della Federal Reserve, la quale quest’anno rinuncerà a rinnovare titoli per 420 miliardi di dollari, associata alle preoccupazioni sull’espandersi del deficit – quest’anno previsto di nuovo a un trilione – e del debito pubblico, destinato anch’esso a crescere per l’impatto del taglio delle imposte.

In Europa, la Germania soffre la gestione di un boom economico e di una ripartenza dell’inflazione con tassi di interesse ancora negativi fino alla scadenza quinquennale.

Proprio nel Vecchio Continente, più che negli Stati Uniti, si annida la parte preponderante della bolla obbligazionaria, grazie alla compiacenza della Banca Centrale Europea, la quale si è spinta a comprare anche titoli corporate.

Al momento, Draghi sta difendendo strenuamente le posizioni più a rischio, vale a dire quelle di Italia, Spagna e Portogallo con forte disappunto di Berlino, che critica tale politica.

 

DOVE e QUANDO SI FERMERA’ LA DISCESA

Per i più ottimisti, il ribasso si è già concluso con il recupero di venerdì sera e si è creata una buona opportunità di acquisto, la migliore nell’ultimo biennio.

Per i realisti/neutrali, l’instabilità non è sicuramente terminata ma la correzione rappresenta uno storno funzionale ad un più sano ed omogeneo rialzo del mercato.

Infine, i pessimisti che vanno a braccetto con i catastrofisti.

Secondo quest’ultima categoria, l’impennata così violenta della volatilità è un chiaro segnale delle difficoltà del mercato ed evidenzia che il giocattolo si sia rotto. In questo contesto, gli scenari previsti sono diversi ma tutti implicano l’inizio di un nuovo “bear market”, che comporta un ribasso di almeno il 20% sui principali listini mondiali.

 

 

 

 

 

 

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