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MERCATO DEL LAVORO USA – IL VERO STATO DI SALUTE

Pinguinoeconomico 6 ottobre 2015 Dietro le quinte Nessun commento
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E’ uno tra i dati economici che più influenza i mercati finanziari e le decisioni della stessa Banca Centrale americana. Questa è la motivazione principale per la quale il rapporto mensile del BLS, il Bureau of Labour Statistics equivalente al nostro ISTAT, merita un ulteriore approfondimento.

Il dato piuttosto deludente di settembre sul numero di nuovi occupati non agricoli (Non Farm Payrolls) ha sicuramente soddisfatto i mercati azionari, che hanno realizzato uno dei più cospicui rimbalzi in due sedute nell’ultimo quadriennio, ma certamente non la Federal Reserve, per le seguenti ragioni.

La media degli ultimi tre mesi delle nuove buste paga è scesa a 167.000, al di sotto delle +200.000 necessarie per continuare a ridurre il tasso di disoccupazione, rimasto invece invariato al 5,1%. Il rapporto evidenzia anche che la qualità dei nuovi occupati è alquanto mediocre: aumentano baristi (+21.000), camerieri, insegnanti, infermieri e dipendenti pubblici, abitualmente lavori male retribuiti, mentre diminuiscono gli addetti nell’industria (-9.000) e nel settore estrattivo (petrolio e miniere), occupazioni con buste paga molto più pesanti. Insignificanti, invece, le variazioni nei settori finanziario e tecnologico, ad elevato reddito

Dalla fine del 2007, il settore della ristorazione ha aggiunto 1,5 milioni di nuovi occupati, a scapito di quello manifatturiero, che ne ha persi 1,4 milioni.

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Altre note dolenti, che raramente vengono pubblicizzate dai media finanziari, si trovano nel U6, il vero tasso di disoccupazione che contempla anche i lavoratori part-time che vorrebbero, invece, lavorare a tempo pieno. Questo parametro è sceso a settembre al 10% dall’oltre 14% di fine 2009, ma si trova ad un livello ancora troppo elevato. Il numero di persone part-time “involontarie” è sceso lo scorso mese a sei milioni di unità, ma è ancora eccessivo.

Anche il tasso di partecipazione della forza lavoro è sceso al 62,4%, livello raggiunto nel 1977, a causa del numero elevato di persone che escono dal mercato del lavoro per scelta (smettono di cercare una occupazione) o per raggiunti limiti di età (pensione).

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Questo dato è molto significativo e giustifica il continuo calo del tasso di disoccupazione ufficiale (U3) al 5,1% dal 10% all’inizio della Grande Recessione. A tal proposito, un ultimo elemento da sottolineare con una certa preoccupazione è il numero di persone non occupate che continua a crescere di mese in mese ed ha raggiunto quota 94,6 milioni.

In sintesi, sono questi numeri, molto più reali, che preoccupano la Fed. Il “reale” stato di salute del mercato del lavoro è sicuramente una delle motivazioni per la quale la Banca Centrale rimanda periodicamente il rialzo dei tassi di interesse. Il mercato del lavoro non è, infatti, così solido come viene descritto. Già Bernanke ne era a conoscenza ed ha mantenuto i tassi a zero anche quando il tasso di disoccupazione è sceso sotto la soglia del 6,5%, un precedente obiettivo della politica monetaria ultra espansiva della Fed.

Ora che ha raggiunto la soglia molto soddisfacente del 5% anche il suo successore, la Yellen, non ha cambiato strategia.

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