Monday 11th December 2017,
Pinguinoeconomico

RENZI E LA SFIDA EUROPEA: UNA BATTAGLIA DIFFICILE DA VINCERE

La vittoria a valanga di Matteo Renzi nelle recenti elezioni europee porta con sé un tesoretto certificato: la richiesta a Bruxelles dell’allentamento dei criteri di austerità nei confronti dell’Italia e la possibilità di chiedere lo spostamento di almeno un anno degli obiettivi di bilancio, già concesso a Francia e Spagna, per tentare di rilanciare la crescita.

Considerato il plebiscito ottenuto, era prevedibile un simile approccio, ma siamo sicuri che questo sia stato il volere degli italiani e degli elettori di Renzi, che l’Europa ce lo consenta ed infine che sia la cosa giusta per il nostro Paese?

L’Italia rimane un sorvegliato speciale per il suo debito mostruoso, il terzo al mondo e secondo in Europa solo alla Grecia come peso percentuale sul Pil. Siamo inoltre la terza economia del vecchio continente ed ogni nostro starnuto politico od economico preoccupa seriamente le stanze dei burocrati europei. Meglio dunque tenerci sempre sotto tiro e pressione, visto i nostri deludenti precedenti storici di Paese inaffidabile.

Monti, Letta e Renzi sembrano avere migliorato la nostra credibilità. Abbastanza semplice per tre Presidenti del Consiglio non eletti, ma voluti dalla Troika Napolitano, Draghi e Merkel. Renzi però ha fatto un altro passo in avanti, in quanto sembra godere di un forte consenso popolare. I cittadini però lo hanno votato con diverse motivazioni poco riconducibili alla necessità di rompere il cammino di austerità impostoci.

Non sono infatti tutti pienamente convinti della capacità riformatrice di Renzi. Al fiume di parole e di promesse che hanno seguito la sua investitura non sono ancora seguite alcune vere riforme, ma solo annunci e l’applicazione di nuove tasse (Tasi e rendite finanziarie), per consentire la concessione di uno sgravio fiscale ai lavoratori dipendenti di €80 mensili netti, con reddito inferiore ai €25.000. Gli elettori hanno voluto premiare il Primo Ministro per verificare l’applicazione delle promesse in un tempo più ragionevole, ma hanno anche sconfitto lo spettro della vittoria di Grillo e della sua demagogia confusa e – sembra – solo distruttiva. Infine molti hanno pensato ancora che Matteo ed il suo entourage possano essere l’ennesima ultima spiaggia per le nostre disastrate finanze e l’unica alternativa tangibile dopo i precedenti insuccessi di governi politici e tecnici.

L’analisi elettorale è già storia. Renzi ed il suo partito hanno la più larga rappresentanza al Parlamento Europeo. Questo consenso “bulgaro” ha consentito al nostro Primo Ministro di alzare la testa e chiedere un allentamento della stretta austerità voluta, richiesta od imposta dall’Europa.

La realtà è però assai differente, in quanto i margini di manovra, non solo sono stretti, ma praticamente inesistenti. Parliamo infatti delle risultanze economiche reali e recenti le quali, malgrado lo strombazzare mediatico, rimangono assai deludenti e molto preoccupanti per il nostro futuro. Il nostro Pil è sceso infatti del -0,1% nel primo trimestre dell’anno sul precedente, sbugiardando le previsioni per una crescita del +0,2%. Si tratta del nono trimestre consecutivo di calo, se conteggiamo anche il quarto trimestre del 2013, che registrò una modesta crescita del +0,1%. In sei anni di crisi o recessione abbiamo perso oltre nove punti di Pil e 150 miliardi. Da mesi, forse un anno, sentiamo parlare invece del ritorno di interesse degli investitori verso l’Italia. In realtà per ora la mini onda di denaro si è fermata al sistema finanziario, con grandi fondi di private equity che hanno comprato partecipazioni nelle principali banche del Paese, solo a livello speculativo. Molto più sfumato invece l’interesse del privato/azienda straniero. Tutte le debolezze infatti del nostro sistema industriale rimangono inalterate, con aziende sottocapitalizzate ed indebolite da una successione familiare, spesso incerta. Manca poi una vocazione internazionale universale nel Paese, malgrado l’Italia sia la seconda nazione esportatrice nel continente, dopo la Germania e prima della Francia.

Le previsioni Istat sulla crescita del 2014 sono il termometro della crescita piatta ed inesistente del nostro Paese: tra +0,1% e + 0,4% nel prossimo trimestre, di nuovo negativa nel terzo trimestre, nulla o appena positiva nell’ultimo periodo dell’anno. Il debito salirà al 134% del Pil, secondo il rapporto annuale pubblicato da Banca d’Italia la scorsa settimana, malgrado le manovre di austerità applicate da inizio crisi superino i 150 miliardi e la spesa per interessi media sia scesa sotto il 2%, grazie alla benevolenza dei mercati finanziari, temporanea e immeritata, perché riguarda indistintamente anche gli altri Paesi periferici europei. Si tratta di un movimento speculativo alla ricerca di rendimenti obbligazionari ancora elevati e considerati ormai sicuri, grazie alla rete di protezione della BCE.

Dopo anni di sacrifici con manovre finanziarie molto dolorose che hanno indebolito la capacità di spesa della fascia media della popolazione, ci stiamo ora avvicinando, a gran fatica, all’obiettivo del pareggio di bilancio. Quest’anno forse potremo arrivare al 2,4% di rapporto deficit/PIL, uno dei migliori in Europa ed il più virtuoso tra le principali economie europee, dietro solo alla Germania che sfiorerà il pareggio, ma ben davanti a Francia, Spagna ed alla Gran Bretagna, le ultime due con un rapporto più che doppio rispetto al nostro. Dunque perché mollare proprio ora. Sicuramente perché le casse sono vuote e la coperta è corta per qualsiasi manovra di bilancio. Per alleviare le pene di qualche milione di cittadini con un benefit di €80, abbiamo penalizzato gli stessi e tutti gli altri con la  tassazione sulla casa e sulle rendite finanziarie. Ora la campagna elettorale è finita con un risultato molto superiore alle attese. Si vuole pertanto rilanciare la crescita spendendo di più. La cosa un po’ mi terrorizza, perché sembra che abbiano già insabbiato l’ennesima spending review del ministro Cottarelli ed in passato molte manovre di spesa sono state inutili, costose ed in alcuni casi anche controproducenti. Confcommercio ha dichiarato infatti che la manovra fiscale degli €80 mensili in busta paga genererà 3,4 mld di Pil, vale a dire uno 0,2%, mentre non ho ancora visto un’analisi sull’impatto dell’incremento di Tasi e rendite finanziarie sui consumi, che temo invece ben più elevato. Vogliamo che Etihad entri in Alitalia con una partecipazione di minoranza, ma pretendiamo che si accolli debito e non licenzi nessuno, solo perché è bello investire in Italia, quale fosse un privilegio concesso ai migliori.

Spero che Renzi faccia tesoro degli errori di Prodi nel 2006, quando fece una manovra draconiana di €40mld, che dilapidò in agevolazioni numericamente inconsistenti a quasi tutta la popolazione e nel modificare lo scalone pensionistico impostato da Maroni. Questa ultima manovra ci è costata oltre €10 mld negli anni successivi, con il risultato che per rimediare all’errore è arrivata la ghigliottina della Fornero, la quale ha distrutto psicologicamente milioni di italiani che già si sentivano in pensione.

Bruxelles ha già alzato la voce, forse perché ci conosce e teme l’ennesima nostra ricaduta. Prima di ogni eventuale, ma improbabile, concessione ha già stabilito che le manovre già sostenute dal Governo comportano un disavanzo strutturale che dovrà essere coperto con una correzione aggiuntiva, stimata in almeno €4 mld, con nuove tasse sui consumi e sui beni immobili – quindi ancora benzina e casa, le più facili da colpire – per esentare invece il lavoro. Ma la recente agevolazione di €80 non è ancora definitiva, mentre da inizio crisi l’Italia ha speso €100 miliardi in sostegno ai disoccupati, tra cassa integrazione ed altro, senza alcuna riconversione dei lavoratori e quindi investimento sul loro futuro e del Paese, mentre il tasso di disoccupazione sale ad aprile al 13,6%, nuovo triste primato dal 1977.

Con questo quadro desolante non ci sono speranze che ci lascino derogare dagli obiettivi di bilancio. A parere mio è un bene. Renzi lo sa benissimo, ma deve cercare di soddisfare la base oltranzista e radicale del suo partito, molto euro scettica, per cui ci prova. Tuttavia, viste le scarse possibilità di ripresa economica domestica, ma soprattutto mondiale, dovrebbe tenere la barra del timone ben dritta e non sperperare i sacrifici degli italiani da inizio crisi. In caso di successo gli verranno così riconosciuti tutti i meriti, anche quelli non suoi, ma dei precedenti governi.

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