Monday 11th December 2017,
Pinguinoeconomico

RIALZO DEI TASSI USA – LA FED SFOGLIA LA MARGHERITA

Rialzo o meno entro la fine dell’anno: questo è il dilemma per la Banca Centrale statunitense. Il dato della crescita del terzo trimestre, uscito superiore alle attese, conferma la quasi impossibilità di evitare un nuovo rialzo dei tassi di interesse, il secondo in dieci anni ed anch’esso nell’ultimo mese dell’anno.

In realtà, la Fed è sempre più con le spalle al muro. I recenti dati macro economici confermano, infatti, che l’economia a stelle e strisce continua a crescere, ma sotto la media del due per cento annuo, in linea con l’andamento di tutto il periodo successivo alla Grande Recessione. Anche il dato sul mercato del lavoro uscito a fine settimana, relativo al mese di ottobre, evidenzia una crescita solida, ma stagnante.

L’attuale fase di espansione, iniziata nel giugno del 2009, ha raggiunto ad ottobre la durata di 88 mesi ed è già la quarta più estesa dalla fine della Seconda Guerra mondiale ad oggi. Tuttavia, sebbene sia una tra le più longeve, è sicuramente la più debole.

Dal 2007 in avanti, la crescita a stelle e strisce non ha mai superato il tre per cento e Barack Obama sarà l’unico Presidente, dal 1945 ad oggi, a non raggiungere tale obiettivo per tutta la lunghezza del suo mandato presidenziale.

Di fronte allo scenario di un futuro rallentamento economico, il campo tra falchi e colombe si spacca ulteriormente.

I primi sostengono che l’azione della Fed sia già andata ben oltre il suo mandato e che l’attuale politica economica ultra espansiva abbia ormai più controindicazioni che benefici.

Al contrario, le colombe temono che una risalita, anche moderata dei tassi di interesse, possa accelerare il rallentamento economico domestico, facendo forse precipitare il Paese anche in recessione.

La Banca Centrale sta ricevendo diverse pressioni per normalizzare una situazione assai controversa, trovandosi alla fine del ciclo economico con i tassi praticamente a zero ed un mercato azionario ai massimi storici, malgrado la decrescita degli utili societari per sei trimestri consecutivi, che sembrano diventare sette con l’aggiunta della “earnings season”, ormai quasi ultimata.

La Yellen si trova, infatti, in pianura con i tassi allo 0,25%, mentre il suo predecessore Ben Bernanke ha goduto di una ripida discesa, che gli ha consentito di ridurre i tassi di riferimento di ben 400 basis points, in pochi mesi, per affrontare la crisi del post fallimento di Lehman Brothers.

Inoltre, il prolungamento dei tassi a zero per un periodo troppo esteso sembra ormai insufficiente ad incentivare la crescita economica, anche con l’utilizzo di nuovi massicci ricorsi alla leva finanziaria (maggiori debiti).

 

COMMENTO

La Fed è ormai tra l’incudine ed il martello e dovrà presumibilmente alzare i tassi, subito dopo le elezioni americane, nell’ultima riunione di dicembre. La recessione potrebbe, infatti, presto o tardi arrivare, indipendentemente dalle politiche economiche messe in atto ed è pertanto indispensabile ripristinare le munizioni prima che sia necessario utilizzarle.

La cura della morfina utilizzata dalla Banca Centrale con diversi strumenti innovativi, dal Quantitative Easing alla politica dei tassi a zero, ha terminato ormai i suoi effetti e la situazione dovrà presto essere “normalizzata”. Il grido di allarme si alza non solo negli Stati Uniti, ma anche in Giappone ed Europa, anch’esse in rivolta nei confronti delle rispettive autorità monetarie di controllo.

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