Wednesday 19th June 2019,
Pinguinoeconomico

SANZIONI E PROTEZIONISMO: I RISCHI PER L’ECONOMIA AMERICANA

 Premessa:

  • Gli Stati Uniti sono alla fine di un lungo ciclo economico espansivo, tra pochi mesi il più lungo di sempre, e gli indicatori economici si stanno indebolendo.
  • Oltre un migliaio tra economisti ed imprenditori hanno scritto al Presidente Trump, chiedendogli di soprassedere dall’imporre misure protezionistiche
  • Il mercato azionario ha iniziato da inizio maggio ad oscillare nervosamente in scia all’escalation della guerra commerciale

Il Presidente americano ha recentemente forzato la mano, aumentando le tariffe dal 10% al 25% su 200 miliardi di dollari di controvalore di prodotti importati dalla Cina e minacciando di estendere il provvedimento anche ad ulteriori $325 miliardi.

Tuttavia, malgrado le insistenze di Trump che i nuovi dazi siano pagati in gran parte dalla Cina, in realtà si tratta di una tassa pesante sia sui consumatori americani che sui profitti aziendali.

La Cina pagherà le conseguenze dei nuovi provvedimenti solo in parte, spostando le produzioni verso Paesi a manodopera più contenuta nel sudest asiatico e, solo qualora imponga a sua volta tariffe in risposta a quelle americane, sui prodotti importati dagli Stati Uniti.

Il Presidente americano pensa infatti di essere in una posizione di forza nei confronti della Cina, ma forse non ha del tutto ragione.

Malgrado un primo trimestre molto forte, gli ultimi dati macro economici domestici evidenziano un lento ma costante rallentamento, maggiore del previsto, dei consumi privati, in virtù anche dell’aumento dei debiti personali a livelli non più sostenibili rispetto al reddito.

Per quanto riguarda la Cina, la prima economia asiatica necessita di una crescita economica molto sostenuta per gestire le preoccupanti bolle finanziarie, sia immobiliari che finanziarie, e soffrirà sicuramente l’impatto dei nuovi dazi, compensandolo con la strisciante svalutazione della propria moneta, lo yuan. Circa il 20-25% della crescita cinese è infatti direttamente o indirettamente collegata al settore delle costruzioni ed immobiliare.

Un’altra chiave di lettura è la tenuta ed il buon andamento del mercato azionario americano, che consente a Trump di perseverare nella politica del pugno di ferro per spuntare un accordo migliore, in caso di riapertura dei negoziati con le diverse controparti.

L’indice ha subito una battuta d’arresto in seguito all’interruzione delle trattative, ma rimane distante solo un 3-4% dai recenti massimi di fine aprile.

 

I PRECEDENTI

Ci sono pochi precedenti dell’impatto dell’escalation della guerra commerciale sul mercato azionario.

Il più sciagurato fu quello della Grande Recessione del 1929-30, che seguì un periodo di forte protezionismo interno e che causò una forte contrazione del commercio internazionale. L’aumento delle tariffe agricole provocò inizialmente una salita del mercato azionario nei giorni successivi, al quale seguì un crollo nelle sedute seguenti, con un filotto tra l’11%, il 13% ed il 12% in tre sedute consecutive.

 

LA STORIA POTRA’ RIPETERSI ?

Ci sono sia analogie che differenze tra gli anni ‘30 ed oggi.

Innanzitutto 90 anni fa era il congresso favorevole all’applicazione dei dazi con un presidente riluttante, mentre oggi è invece esattamente l’opposto.

Inoltre nel secolo scorso non era ancora stata costituita la Federal Deposit Insurance Corporation che organizzava il salvataggio delle banche fallite, attraverso la salvaguardia dei depositi ed il passaggio di tutti gli assets ad Istituti bancari di dimensioni maggiori. Qualora anche la situazione economica dovesse deteriorarsi, non assisteremo al fallimento di migliaia di banche come negli anni ’30 e comunque il periodo 2008-10 è stato già una valida anteprima.

Forse la grande differenza è il ruolo attuale della Federal Reserve, che ha oggi notevolmente accresciuto le potenzialità iniziali di un istituto nato solo nel 1913.

Tra le similarità, invece, in entrambi i casi ci troviamo alla fine di un ciclo economico molto lungo con i fondamentali economici ed il bull market azionario che si stanno affievolendo.

Anche oggi migliaia tra economisti ed imprenditori sostengono che la nuova imposizione di dazi sarà solo un’altra tassa per i consumatori americani e mondiali.

Anche in questo caso, come allora, Il presidente degli Stati Uniti sta ignorando i segnali di allarme, che arrivano sia da Wall Street che dalla “Street Economy”.

 

IL RISCHIO BOOMERANG

I due principali obiettivi dei dazi applicati nel 1930 furono di proteggere le industrie ed il lavoro domestico. Considerando il sensibile calo di Pil e di occupazione successivo, le nuove misure fallirono clamorosamente.

Il rischio che la storia si ripeta in seguito alla guerra commerciale è percepito, anche se assai più contenuto.

Tuttavia, anche nel caso in cui il crash del mercato azionario del 1929-30 non dovesse ripetersi, in virtù del sostegno da parte delle aziende attraverso i generosi piani di buybacks e della politica super espansiva adottata da ormai un decennio dalla Federal Reserve, l’imposizione dei dazi peserà sulla crescita economica ed in particolare sui settori merceologici, che si intendevano agevolare con il provvedimento.

Nel comparto dell’acciaio, ad esempio, le società hanno registrato un temporaneo aumento degli utili, in scia all’applicazione delle nuove tariffe, che si è trasferito anche in un aumento dei salari e di alcuni posti di lavoro.

D’altra parte, per una molteplicità di ragioni, produrre acciaio internamente è ancora più costoso che importarlo dall’estero. In entrambi i casi, make or buy, l’aumento del costo del prodotto riduce i margini e può provocare anche una successiva riduzione di organico.

Quanto sopra è quello che è accaduto a General Motors e Ford da inizio anno, le quali hanno già annunciato migliaia di licenziamenti e la chiusura di alcuni stabilimenti.

La conseguenza finale è un aumento dei costi per i consumatori, che subiranno un rincaro dei prezzi delle auto, le vendite diminuiranno con conseguenze negative sulla domanda della materia prima.

Infine, i dazi potrebbero provocare ritorsioni tariffarie da parte dei Paesi che le subiscono, generando una spirale incontrollata di aumenti dei prezzi con il rischio di deprimere la produzione di acciaio statunitense.

In definitiva, le aziende americane che producono acciaio non hanno così ben performato dall’elezione di Trump, malgrado i risultati brillanti del mercato azionario.

Per tale ragione è probabile che Trump abbia recentemente posticipato l’applicazione delle tariffe sull’acciaio e l’alluminio importato da Canada e Messico.

Lo stesso impatto negativo si sta verificando anche sul comparto agricolo che si ripercuote negativamente anche su due giganti del settore, quali John Deere e Caterpillar, che hanno abbassato l’outlook per il resto del corrente l’anno.

 

COME BILANCIARE IL RISCHIO

La storia non necessariamente si ripete. I recenti cali del mercato azionario da inizio maggio non sono tali da far pensare ad un tracollo, stile anni ’30, ma una certa prudenza è necessaria.

La Federal Reserve interverrà in caso di eventuali crolli, facendosi garante della tenuta di Wall Street, ma il flusso di denaro che sta migrando verso le obbligazioni, con i rendimenti che hanno toccato i minimi dell’anno, sono un segnale da non sottovalutare. Forse i bond stanno anticipando una futura recessione, che la guerra commerciale non può che aggravare.

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