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STATI UNITI – I SEGNALI DELLA NUOVA RECESSIONE

Pinguinoeconomico 18 aprile 2015 Economia Nessun commento
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Si è chiuso un trimestre di dati molto negativi per l’economia a stelle e strisce. In pochi avrebbero potuto prevedere che la forza del dollaro ed il crollo del prezzo del petrolio aprissero una ferita così evidente nella debole ripresa post crac di Lehman Brothers.

Tutta la debolezza di questa finta crescita è stata messa a nudo da una serie di numeri, che evidenziano quanto la prima economia del mondo sia ancora fragile e molto esposta ad una nuova crisi finanziaria, ora che le munizioni sono tutte state sparate. I tassi di interesse sono infatti a zero, mentre i debiti sono ancora a livelli elevatissimi, rispetto allo scoppio della precedente recessione. Una economia drogata e schiava del debito non è riuscita a risollevarsi nemmeno azzerando i tassi ed inondando di liquidità i mercati. In realtà, gran parte dei $4 trilioni stampati dalla Fed sono stati incanalati nella moltiplicazione di assets finanziari, arricchendo i soliti noti, mentre l’economia reale langue con forti diseguaglianze sociali, sempre più evidenti, tra pochi eletti diventati ancora più ricchi ed una pletora di incapienti sempre più dipendenti da aiuti sociali (food stamps, social care, etcc.) necessari per sopravvivere.

Sono diversi i dati macroeconomici che hanno deluso in modo più o meno evidente, mentre è impressionante la quasi totalità di quelli che hanno completamente disatteso le aspettative. Il più clamoroso è stato l’ultimo dato sul mercato del lavoro, lo scorso marzo, il quale, pur mantenendo il tasso di disoccupazione al 5,6% ha evidenziato un numero di nuovi occupati pari a +126k, quasi la metà dei +245k previsti. Un calo significativo dopo 9 mesi consecutivi di crescita oltre i +200k occupati e la più lunga striscia dal 1994.

Ma che cosa si è rotto (in realtà nulla era stato sistemato dopo la Grande Recessione) nel motore dell’economia statunitense?

Innanzitutto, la leva del debito che sostiene i consumi privati sembra essersi impantanata. E’ presto per dire se si tratti solo di una pausa di riflessione o se, invece, il cittadino americano dopo trent’anni di consumi sfrenati, alimentati in larga misura dal debito, abbia necessità di ridurre la propria esposizione debitoria o anche di risparmiare, visto che molti lavoratori vanno in pensione con quasi nessun risparmio ed ancora elevati debiti da estinguere.

Fa impressione, comunque, che la caduta del prezzo del carburante non si sia trasformata in un incremento dei consumi, come molti analisti avevano predetto. E’ un’altra conferma che le finanze di una gran parte della popolazione sono esauste e sia necessaria una pausa per ricostituire le riserve.

Torniamo, invece, alla contrazione economica che i dati del primo trimestre – ma la debolezza è proseguita anche ad aprile – hanno evidenziato. In particolare, mi soffermerò su alcuni grafici che mostrano quanto sia seria la situazione e come la futura crescita economica potrebbe essere piatta, già dal primo trimestre dell’anno o addirittura negativa.

Partiamo dall’indice della Sorpresa Macroeconomica che misura la differenza tra le previsioni attese ed i dati reali. Lo scorso marzo ha proseguito la caduta, avvicinandosi ai livelli registrati a cavallo degli anni 2008-09, nel picco della precedente crisi finanziaria.

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Le vendite sono deboli, anzi molto deboli. Da inizio 2015 hanno registrato tre mesi consecutivi di discesa, evento verificatosi sono nell’ultima recessione. Ad aprile, il rimbalzo è stato del +0,9% sul mese precedente, ma sotto le attese del +1,1% previsto. Ricordo che i consumi privati contribuiscono alla formazione del Pil in una percentuale molto elevata tra il 68% ed il 71%.

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Se, tuttavia, le vendite al dettaglio non sorridono, anche quelle all’ingrosso mostrano il peggior crollo in un periodo di espansione economica.

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Con entrambi gli indicatori delle vendite in territorio negativo, anche gli ordini dell’industria seguono lo stesso andamento (scendono già da metà 2014) e solo raramente sono calati in periodi di crescita economica.

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Ed infine, per chiudere il cerchio, la caduta delle richieste di credito risulta assai allarmante in un Paese che vive di debito per finanziare i consumi che non si può permettere.

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Il crollo è verticale ed assolutamente imprevisto. Qualora fosse confermato, anche nei prossimi mesi, il segnale sarebbe molto allarmante dello stato di salute dei consumatori privati, ormai sempre meno inclini, come ho già sottolineato ad indebitarsi anche con tassi di interesse così modesti.

Anche il resto del mondo non aiuta la crescita americana. La forza del dollaro penalizza le esportazioni statunitensi in caduta, per la prima volta dal 2009, evento verificatosi solo nelle precedenti due recessioni.

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  • il dollaro si è rivalutato del +22% da inizio anno.
  • L’economia americana ha perso 100k lavoratori ben retribuiti nel settore energetico, a causa del crollo del prezzo del greggio
  • Gli aumenti salariali concessi ai dipendenti delle grandi società (Walmart) per arrivare ad erogare il salario minimo ($15/h) danneggiano i fornitori sottoposti a stress finanziari, per mantenere inalterati i margini di profitto, che vengono poi ribaltati sui rispettivi dipendenti.
  • Le condizioni di credito (qualità e quantità erogata) sono a livello di recessione e non certo solo a causa del maltempo, che spadroneggia sempre in questa prima parte dell’anno.
  • Il mercato azionario e le obbligazioni ad alto rischio sono in piena bolla speculativa e completamente disallineati rispetto all’andamento economico

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Questi i principali indicatori che sono tutti negativi, in misura peraltro alquanto preoccupante. Difficile pertanto pensare che gli Stati Uniti possano salvarsi da una prossima recessione, anche già nel 2015, ora che la Fed è costretta almeno ad alzare il piede dall’acceleratore (fine del QE), anche se non intende ancora diminuire (rialzo dei tassi di interesse) la dimensione dello stimolo monetario.

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