Wednesday 22nd November 2017,
Pinguinoeconomico

UBER e AMAZON – L’IMPATTO SULL’ECONOMIA AMERICANA E MONDIALE

L’economia a stelle e strisce è la prima al mondo in termini di sviluppo sia tecnologico che digitale. mentre continua ad essere la culla delle più famose startup in questi settori avanzati.

In passato, nel Paese sono nate società del calibro di Google, Microsoft, Facebook ed Apple solo per citare alcune delle più note ormai a livello planetario.

Alcune di queste società di servizi sono state il motore dell’economia interna negli ultimi anni, sostituendosi alla locomotiva manifatturiera che aveva trainato la ripresa post bellica, ma che successivamente aveva percorso la strada della delocalizzazione in Asia ed America Latina, alla ricerca di costi del lavoro più contenuti in grado di mantenere un elevato livello di profitti, che Wall Street ormai pretende, da anni, in via continuativa.

In aggiunta, negli ultimi cinquanta anni, l’incremento di produttività della prima economia mondiale è andato a scapito anche degli aumenti salariali per poter tenere testa alla rapida crescita della potenza cinese, che sfruttava costi del lavoro molto bassi e non replicabili sia negli Stati Uniti che nelle principali economie sviluppate.

UBER -1Dalla delocalizzazione alla globalizzazione il passo è stato molto breve con l’apertura di multinazionali presenti in tutto il mondo e con prodotti standardizzati ovunque, da Coca Cola a McDonald’s, sicuramente le aziende più note, che hanno dato lavoro a migliaia di persone, ma con salari molto contenuti sia in patria che all’estero.

Da inizio secolo, i nuovi attori del lavoro lowcost sono state alcune compagnie aeree e la più nota Amazon che è esplosa per dimensioni nell’ultimo lustro, per arrivare al recente boom di Uber, il vettore di trasporto locale su quattro ruote, che sta rivaleggiando con il modello più desueto del vecchio Taxi.

Il dilemma degli economisti sta nella valorizzazione di decine di migliaia di nuovi posti di lavoro a salari intorno al minimo garantito, i quali non sono sufficienti a garantire la sopravvivenza economica di chi li percepisce e che costringe i lavoratori a cercare sovente un secondo lavoro, anch’esso normalmente sotto pagato.

Tale politica ha contribuito ad ampliare i divari salariali tra il 10% della popolazione più benestante ed il rimanente 90%, che non ha beneficiato della stessa crescita dei redditi negli ultimi quarant’anni.

UBER -2

Nelle ultime quattro fasi di espansione, la prima fascia ha sorprendentemente superato la seconda ed anche con evidente margine, grazie all’ingegneria finanziaria dell’economia rispetto alla industrializzazione post bellica.

Infine, nell’ultimo ciclo successivo alla Grande Recessione il divario è diventato ancora più netto e strutturale, portando ad una distruzione di reddito per la fascia più estesa della popolazione superiore al 10% negli ultimi cinque anni, ma compensata da un incremento superiore al 100% per i più abbienti.

Tale risultato ha prodotto un incremento della ricchezza in valore assoluto, rispetto ai valori del 2008 ma a beneficio solo di una modesta percentuale dei cittadini.

La “deflazione da salari” è un fenomeno non recente, che risale solo all’ultimo trentennio. Nei primi venti anni, la delocalizzazione verso la Cina ed il Sud Est asiatico ha portato ad una riduzione dei posti di lavoro nei Paesi sviluppati e ad una diminuzione della crescita dei redditi più bassi.

Ora, da inizio millennio, siamo nella seconda fase ancora più dolorosa con società che hanno sempre più una funzione monopolistica, del tutto incontrastata dai governi, e che sono in grado di imporre stipendi sempre più modesti.

Amazon ed Uber sono una componente significativa di questo nuovo modello economico. Queste due aziende offrono lavoro a decine di migliaia di persone che altrimenti forse non l’avrebbero trovato ma a condizioni non sufficienti per garantire una indipendenza economica.

Meglio un lavoro che non averlo, si potrebbe sostenere banalmente, ma gran parte delle nuove buste paga create dal 2008 in avanti, almeno negli Stati Uniti, non hanno migliorato o perlomeno mantenuto inalterati i redditi delle famiglie americane.

In una società come quella a stelle e strisce nella quale i consumi sono il perno principale della crescita del Paese, i privati sono costretti ad indebitarsi per mantenere lo stesso standard di vita precedente. Tuttavia questa prassi, per quanto assai spinta, non sembra sia stata ancora sufficiente per riportare la crescita economica ai fasti del precedente millennio.

Non ci dobbiamo, di conseguenza, scandalizzare se la crescita americana sia mediamente solo del due per cento dal 2009 ad oggi, la più bassa registrata in periodi di espansione dalla seconda guerra mondiale, malgrado una Banca Centrale – la Federal Reserve – abbia cercato di agevolare la ripresa riducendo i tassi a zero ed iniettando nel mercato finanziario oltre quattro trilioni di dollari con esiti, in definitiva, più favorevoli per la finanza rispetto all’economia di strada.

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