Monday 11th December 2017,
Pinguinoeconomico

USA: ACCORDO ALL’ULTIMO MINUTO MA I PROBLEMI RESTANO – L’IMPATTO INTERNAZIONALE (III PARTE)

Siamo all’ultimo atto della mia analisi e forse la più interessante quella che riguarda l’impatto sui mercati  finanziari internazionali.

Parlerò di debito, dollaro, Cina, oro, borse, tassi e agenzie di rating partendo dalla CRISI DI FIDUCIA

–          CRISI DI FIDUCIA: ci sono Paesi come la Spagna che hanno fondamentali macroeconomici disastrosi (LINK…) ma godono di credibilità per la stabilità del Governo, indipendentemente dalla capacità o possibilità di risolvere i problemi. Al governo iberico è concesso di tutto mentre diversamente a quello italiano viene richiesto il minimo aggiustamento con una manovra correttiva se il deficit sfora i parametri concordati con Bruxelles. L’Italia infatti non è credibile né affidabile in quanto non riesce a finire una legislatura da anni con lo stesso governo.

Per gli Stati Uniti è uguale. Con questo teatrino politico si sono giocati in un solo colpo la credibilità che avevano già offuscato negli anni precedenti sia in termini politici ma meno come superpotenza economica quale ancora credevano di essere. Per la prima volta le principali economie hanno veramente temuto che l’economia americana potesse non onorare i propri debiti. Ci è andata molto vicino spostando solo l’orizzonte temporale di un trimestre in avanti. Quindi il tarlo è rimasto e come vedrete alcune economie stanno cercando di diminuire la loro dipendenza dall’economia a stelle e strisce.

–          DEBITO: Quello che era già un dato di fatto è diventato un assioma incontrovertibile: l’economia americana sta annegando nei debiti e deve cambiare rotta velocemente per evitare una possibile bancarotta che avrebbe conseguenze disastrose per il mondo globalizzato. Due i messaggi molto chiari ricevuti dal quasi baratro del 17 ottobre: gli Stati Uniti possono andare in default (forse non ci sono ancora perché la FED continua a stampare moneta per comprare i titoli governativi) e soprattutto i politici non sono in grado di fare nulla per evitarlo ma anzi sono in totale disaccordo su qualsiasi manovra da attuare per evitare il peggio.

A questo ritmo di crescita il debito pubblico raggiungerà il 130% del Pil (come quello italiano oggi) già nel 2018 malgrado il deficit si stia riducendo. Spesa sociale, assistenza medica agli anziani raggiungeranno il 75% delle entrate fiscali nel 2020, alla quale dobbiamo aggiungere la nuova Obamacare e la maggior spesa molto probabile del costo del debito se, come sta già accadendo, i tassi di interesse dovessero proseguire il loro percorso al rialzo.

–          DOLLARO: oltre il 60% degli scambi internazionali sono effettuati in questa divisa e questo dimostra il potere economico degli Stati Uniti mentre oltre il 70% delle riserve valutarie mondiali sono detenute nel biglietto verde. Ma la bilancia dei pagamenti del Paese è in forte passivo da oltre 15 anni perché il Paese importa molto più di quanto esporta. Vive quindi al di sopra dei propri mezzi e per poter finanziare il disavanzo stampa nuova moneta indebolendo il valore di quella già in circolazione. La valuta sta progressivamente perdendo il ruolo di moneta di scambio dominante ed il processo si è accentuato con la grande recessione e l’inflazione di dollari immessi dalla Fed (4 trilioni) nel sistema monetario.  Dopo l’accordo dell’ultima ora la valuta si è indebolita fino a 1,37 contro euro confermando i timori che la crisi di sfiducia è solo agli inizi.

–          CINA: E’  la seconda economia mondiale ed ha comprato il 7% del debito pubblico a stelle e strisce, pari a circa 1,3 trilioni di dollari. L’autorità monetaria cinese si è molto preoccupata del possibile scenario di default americano. Sono però già mesi che si muove dietro le quinte per diminuire la propria dipendenza dal dollaro. Ad agosto ha venduto 40mld di titoli del tesoro americano (seguita anche dal Giappone) ed ha aumentato  le proprie riserve aurifere in misura impressionante. Infine l’agenzia di rating cinese ha abbassato il rating del debito USA, l’unica che ha avuto il ”coraggio” di farlo.

–          RATING: Oltre alla Cina quasi nulla. Solo FITCH che è a maggioranza francese ha messo sotto osservazione negativa il Paese due giorni prima dell’accordo quando sembrava che tutto potesse saltare. Difficile che si azzardi ad un downgrade nelle prossime settimane. Nessun accenno dalle due agenzie americane storiche Moody’s e Standard and Poor’s che sono vergognosamente complici silenziose della crisi del debito americano.

–          ORO: dopo il ribasso fino a 1.250 dollari l’oncia di venerdì 12 le quotazioni del metallo giallo sono risalite fino a 1.320. Se l’incertezza, l’instabilità ed i timori sulla sostenibilità del debito americano persistono l’oro è destinato a rafforzarsi come bene rifugio.

–          BORSE: hanno festeggiato prima e dopo l’accordo con nuovi massimi storici per le big (Usa e Germania) e di periodo per  le periferiche (Italia e Spagna). Nessun riferimento ai fondamentali macroeconomici e aziendali che continuano a deteriorarsi mentre prosegue il volo verso la stratosfera e contro la forza di gravità.

–          TASSI DI INTERESSE: Anche se la FED continuerà imperterrita la sua politica espansiva temo che non riuscirà nel suo intento di mantenere i tassi così bassi. Questa è una partita aperta dall’esito incerto. Inizialmente in caso di forte turbolenza generale dei mercati ed azionari in particolare le obbligazioni governative saranno considerate bene rifugio e acquistate copiosamente facendo scendere i rendimenti. Successivamente però qualora anche la crisi del debito si acuisse ci potrebbe essere una marcata vendita di titoli pubblici anche da Paesi stranieri per il crollo della fiducia sulla solvibilità degli Stati Uniti. I prezzi crollerebbero ed i tassi salirebbero considerevolmente facendo deragliare la già debole ripresa economica.

 

In conclusione il vaso è rotto è sarà difficile incollare i pezzi e ricostruirsi una immagine così screditata agli occhi della comunità economica  nazionale e mondiale. Chiudo con la citazione di Obama che è molto poco rassicurante al riguardo:

“Lo shutdown e il debt ceiling sono alle spalle, almeno per i prossimi 90 giorni, ma la battaglia vera inizia ora. Purtroppo c’è poca volontà di riformare la spesa pubblica e approvare un budget condiviso. Ciò richiede sacrifici che nessun partito (sembra l’Italia ?!) è disponibile ad attuare. Comunque il campanello di allarme deve essere la definizione che gli Stati Uniti devono aumentare il proprio debito per pagare le nostre fatture”.

Se questa non è una dichiarazione di insolvenza poco ci manca….!!

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