Tuesday 12th December 2017,
Pinguinoeconomico

USA E GIAPPONE – PARALLELISMI E CORRELAZIONI TRA DUE GRANDI CRISI FINANZIARIE

Siamo davvero vicini alla giapponesizzazione degli Stati Uniti e quali sono i rischi concreti che la prima economia mondiale entri in una decade di deflazione, come quella nipponica alla fine dello scorso millennio ?

Dopo la Grande Recessione del 2008 ci furono molti commentatori economici che sostenevano che gli USA sarebbero andati nella stessa direzione del Giappone, la cui economia, mercato azionario ed immobiliare raggiunsero un picco alla fine degli anni 80, nel 1989, anni nei quali sembrava che la crescita economica nipponica avesse trovato l’elisir di lunga vita.

Da allora sia il mercato immobiliare che quello azionario hanno sofferto un crollo verticale, dal quale non si sono mai ripresi. Poiché gli Stati Uniti hanno avuto lo stesso percorso nel 2009, l’idea è che il risultato possa essere identico.

Ci sono comunque alcune differenze sostanziali da individuare prima di arrivare alla sintesi finale. Per prima cosa il problema demografico, che sarà per il Giappone un incubo nei prossimi anni e che tutti fanno finta di ignorare: popolazione più vecchia e tasso di natalità più bassi al mondo e numero di abitanti in continuo calo. Fatta questa premessa, dobbiamo chiederci chi pagherà le pensioni nei prossimi decenni e come sarà possibile ridurre il debito pubblico, che raggiunge il 240% del PIL ed è il secondo al mondo, avendo superato i 10 quadrilioni di yen (oltre i $10 trilioni). Certo si può crescere anche incrementando la produttività, ma i margini diventano sempre più ridotti.

Gli Stati Uniti, al contrario, hanno una popolazione ancora in crescita, per quanto l’incremento stia decelerando: solo +0.6% nel 2013. Se però si conteggiano anche gli immigrati non registrati, è molto probabile che la popolazione sia scesa dall’inizio della crisi. Basti pensare al numero di immigrati clandestini che lavoravano nel settore immobiliare durante il boom del settore e che poi hanno fatto ritorno a casa, una volta scoppiata la bolla.

Quando parliamo di occupazione dobbiamo anche analizzare la forza lavoro, vale a dire quante persone sono occupate sul totale della popolazione. Questo parametro è in continua discesa negli Stati Uniti: non solo è tornato ai livelli del 1979, ma scende dalla metà di inizio millennio, quando si è registrato il picco del boom economico, che ha poi portato allo scoppio della bolla immobiliare ed alla conseguente crisi finanziaria, con il crollo del mercato azionario.

Le ragioni sono diverse. Sicuramente i pensionamenti più numerosi della media, perché ora stanno andando in pensione i figli del baby boom post bellico, ma anche le conseguenze della crisi economica con centinaia di migliaia di persone che hanno smesso di cercare un lavoro, in quanto sfiduciate.

Ora si aggiunge anche l’introduzione della nuova riforma sanitaria (Obamacare), che prevede costi aggiuntivi per le aziende che utilizzano lavoratori oltre le 35 ore settimanali: il Dipartimento del Lavoro ha stimato che di conseguenza ci potrebbero essere 2,5 milioni di occupati in meno nei prossimi anni.

Tornando alla giapponesizzazione degli Stati Uniti, la riduzione della forza lavoro non è l’unica ragione per la quale l’economia a stelle e strisce comincia ad assomigliare a quella del sol levante.

Il principale anello della stagnazione nipponica, ormai ventennale, fu la devastante crisi del settore bancario ed aziendale e l’incapacità di risolverla in tempi brevi. Le banche erano infatti piene di crediti insolventi, mentre le aziende accumulavano liquidità che non volevano investire. Così gli Istituti di credito hanno ridotto gli impieghi ed hanno iniziato a comprare titoli di stato governativi, esattamente quello che sta accadendo da un triennio in EUROPA, mentre negli Stati Uniti ci ha pensato la FED, stampando oltre $3 trilioni di dollari ed acquistando titoli del debito pubblico.

La Banca centrale nipponica ebbe la grave responsabilità di non intuire in anticipo lo scoppio della bolla immobiliare ed accentuò la crisi, alimentando il crollo del mercato azionario. L’atteggiamento remissivo di non vedere la crisi rimandò la riduzione dei tassi di interesse di un biennio, provocando una profonda recessione.

Lo Stato, da parte sua, ha realizzato ulteriori disastri, attuando manovre di stimolo della spesa pubblica con progetti faraonici e costosissimi i quali, non solo non hanno rilanciato la crescita economica, ma hanno duplicato il debito pubblico, salito dal 70% del PIL alla fine degli anni ’80 al 240% di oggi.

Dal 2001 inoltre la Bank of Japan si è imbarcata in quello che è oggi chiamato “quantitative easing” con i risultanti disastrosi che tutti conosciamo per l’economia asiatica.

Per gli investitori le implicazioni sono state nefaste. L’indice azionario giapponese non ha mai raggiunto il massimo storico del 1989. Ci sono stati periodi di guadagni favolosi, sempre inframezzati da spettacolari cadute. Nello specifico: il “rally” del 60% nel ‘93, seguito dal – 40% che ha cancellato tutti i guadagni. In seguito un altro rialzo del +60% nel ’99 ed un altrettanto – 60% nel triennio ’00-’03. Uno spettacolare rimbalzo del +140% tra il ’03-’07, seguito da un crollo del -60% fino ai minimi del  2009. Infine l’ultimo rialzo del +60% nel 2010 con la successive caduta del -28%. Ed ora il raddoppio dagli ultimi minimi, fino ai recenti massimi, dai quali però siamo già arretrati del -10%.

In tutto questo periodo il Giappone sta riuscendo solo ora, in minima parte e solo grazie a stimoli monetari da cavallo e alla massiccia svalutazione dello yen, ad uscire dalla pesante deflazione.

Sembra invece che gli Stati Uniti, come peraltro l’Europa, siano già entrati nell’inferno, rischiando la stessa fine dell’economia nipponica. Fed e Bce continuano a negare l’evidenza, non avendo più munizioni a disposizione.

L’aggiustamento dei consumi a seguito della Grande Recessione è già evidente in Europa ed il calo dei prezzi è una logica conseguenza. Negli Stati Uniti è invece appena iniziato, ma poiché i consumi compongono il 70% del Pil americano le conseguenze negative saranno molto più accentuate.

Cosa possono fare gli USA per evitare la giapponesizzazione ? Oramai ben poco, viste le attuali politiche monetarie e fiscali adottate. Si può cercare di cambiare la rotta in corsa, prima che il peggio sia irrecuperabile: contenere deficit e debito e ridurre la politica monetaria così espansiva.

Qualcosa si è visto ma troppo timidamente e forse è già troppo tardi.

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2 Comments

  1. Polarbear 21 febbraio 2014 at 10:24

    Grazie Pinguino, e L’Europa cosa puo’ fare per non andare al traino di USA e Giappone? La svalutazione e’ un’ opzione anche per l’Euro?

    • Pinguinoeconomico 23 febbraio 2014 at 17:22

      I due principali esportatori europei Germania ed Italia hanno una quota export pari al 38% ed al 25% del PIL. Sicuramente beneficerebbero di una valuta più debole. E’ chiaro che la svalutazione aumenterebbe il costo delle importazioni, soprattutto per noi che abbiamo un alto costo energetico. Quindi non è la panacea. Ma visto che da qualche parte bisogna incominciare, prima di ristrutturare il debito, tagliare pensioni o stipendi o parlare dell’ennesima patrimoniale, è giusto provarci. Se USA, GB, e Giappone hanno svalutato di almeno il 25% nell’ultimo quinquennio, perché non possiamo farlo anche noi ?

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