Tuesday 12th December 2017,
Pinguinoeconomico

USA – LA CRISI PETROLIFERA (2016) e QUELLA DEI MUTUI SUBPRIME (2008)

Il crollo del prezzo del greggio negli ultimi diciotto mesi ha già provocato il fallimento di diverse  società petrolifere statunitensi, assai indebitate, mentre  altre rischiano la stessa fine nei prossimi cinque anni per l’impossibilità di rimborsare o rinnovare le obbligazioni emesse che giungeranno a scadenza.

In un periodo di incremento della volatilità sui mercati finanziari è comprensibile fare paragoni con la crisi dei mutui subprime, sempre negli USA, il cui collasso provocò, negli anni successivi, la peggiore recessione mondiale dalla fine della seconda guerra mondiale.

Secondo uno studio della banca d’affari Goldman Sachs le due crisi non sono paragonabili per almeno le seguenti ragioni.

Innanzitutto per la dimensione del debito. L’esposizione dei mutui sul totale dei prestiti bancari a fine 2007 era pari a 5 trilioni di dollari rispetto agli 1,5 trilioni del settore “oil & gas”, misurato ad inizio 2015. Analizzando la parte più rischiosa, la quota subprime totalizzava 800 miliardi di dollari nel 2007, rispetto ai 300 di oggi del settore energia.

Con riferimento ai cali dei prezzi del settore immobiliare ed a quello dell’oro nero, la banca d’affari conclude che il primo fu del tutto imprevisto, mentre il secondo era, al contrario, più stimabile. Affermazione discutibile, in quanto la stessa istituzione creditizia sostenne che il petrolio non sarebbe comunque mai sceso oltre quota 75 dollari al barile.

Proprio l’imprevedibilità del prezzo del petrolio è il principale motivo del minor livello di rischio assunto dalle banche verso il settore dell’energia, a causa della volatilità del prezzo della materia prima. Sembra un controsenso, ma la stabilità dei prezzi delle case e la difficoltà o la miopia nel prevedere un crollo delle quotazioni hanno alimentato un uso molto spinto della leva finanziaria nel settore immobiliare, tra il 2004 ed il 2007, con le conseguenze nefaste a tutti ben note.

Infine, la consistenza patrimoniale del sistema bancario americano è molto più solida ora, rispetto al 2007, mentre l’esposizione verso il settore energia è oggi inferiore rispetto a quella dei mutui subprime. Le stime più aggiornate parlano di una incidenza del 2,5% attuale verso il settore energia sul totale dei prestiti erogati, rispetto al 33% dei mutui subprime nel 2007.

I dati sono sicuramente inconfutabili, ma i mercati la pensano diversamente. Goldman Sachs si dimentica, od omette volontariamente, che la nuova crisi petrolifera si sviluppa in un contesto economico mondiale già molto deteriorato che sconta ancora la debole ripresa, proprio dalla precedente bolla dei “mutui subprime”.

In sintesi, in una economia sempre più globalizzata, anche lo scoppio di un nuovo focolaio, seppure di entità più contenuta, può scatenare un incendio simile a quello del 2008 e la nuova minaccia non andrebbe sottovalutata, qualora sia ancora possibile contenerla.

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