Tuesday 12th December 2017,
Pinguinoeconomico

WALL STREET IGNORA I SEGNALI DELL’ ECONOMIA AMERICANA

L’elezione di Trump ha provocato una euforia quasi inspiegabile sui mercati americani, che hanno innestato la sesta marcia proprio in seguito alla sua imprevista incoronazione e questo elemento va in qualche misura rimarcato.

Ancora in questa settimana lo S&P500 ha finalmente superato la soglia dei 2.400 punti, tre volte e mezzo il minimo siglato nel marzo del 2009 a 683.

Tutto il rialzo da inizio anno dell’indice borsistico più importante al mondo è stato realizzato da cinque titoli, vale a dire i soliti noti: Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google, mentre le 495 rimanenti società inserite nel listino hanno perso in capitalizzazione quanto guadagnato dai “top five” indicati. Tra queste cinque società il caso più clamoroso è quello di Amazon, che recentemente ha superato i 1.000 dollari di valore e raggiunto quasi mezzo trilione di capitalizzazione, proprio a vent’anni dalla sua quotazione, mentre la società continua a perdere soldi e solo recentemente ha iniziato a guadagnarne ma ancora in misura contenuta, pur essendo leader di mercato nel suo settore.

Qualcuno definisce Amazon la più grande macchina mangia soldi mai inventata, in grado di attrarre dagli investitori quasi mezzo trilione di dollari senza quasi realizzare profitti, con un cash flow molto basso e senza aver mai pagato un dividendo.

Ma questo è il mercato americano delle “start-up” e della tecnologia, che ha reso diversi fondatori di queste società ricchi, lasciando spesso un pugno di mosche in mano agli azionisti. Per ogni cavallo vincente nel Nasdaq o nello S&P500 ci sono, infatti, centinaia di perdenti.

Tuttavia il listino tecnologico ha chiuso il mese di maggio in guadagno per il settimo mese consecutivo, un evento che non si verificava dal 2009.

Al contrario, negli ultimi anni sembra che l’andamento dell’economia sia stato del tutto ininfluente sulla performance di Wall Street.

I “millenials” considerano ormai il “nuovo normale” convivere con una quantità eccessiva di debito e condurre una qualità di vita decisamente più modesta rispetto alla precedente generazione. Essi convivono con l’instabilità del posto di lavoro, destreggiandosi tra outsourcing, offshoring e progressiva automazione.

La “normalità” a stelle e strisce è rappresentata da una crescita economica poco superiore al due per cento di media nell’ultimo decennio, la metà di quanto visto nel secolo scorso, malgrado uno stimolo monetario senza precedenti messo in campo dalla Fed. Oggi la leva finanziaria (debito) non è più sufficiente a far decollare l’economia, ma appesantisce come una zavorra privati, aziende e Stati nazionali.

Anche la Federal Reserve e le altre Banche Centrali non sono riuscite nel loro intento di rilanciare la crescita economica, ma solo in parte in quello di stabilizzare lo squilibrio finanziario creatosi dopo il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers.

In aggiunta. i tassi d’interesse, tenuti artificialmente bassi dalle Banche Centrali mondiali, hanno generato bolle in molte “assets class” e la protezione infinita ai mercati finanziari, che potrebbero non scendere mai più, secondo i più ottimisti.

Tuttavia, le Banche Centrali producono nuova moneta, ma non possono creare beni e servizi.

Molti banchieri centrali hanno ormai già riconosciuto che c’è un limite agli obiettivi della crescita, peraltro ormai già raggiunti da anni, di una tale politica economica ultra espansiva e che l’aumento di ricchezza delle decadi precedenti non è più raggiungibile.

Inoltre, la manipolazione dei tassi di interesse rende meno attendibile il costo dei beni e dei servizi. Utilizzando, infatti, la leva creditizia in eccesso, il consumatore perde il contatto con la realtà ed eccede nel carrello della spesa con l’illusione che indebitarsi costi poco.

Tutto sembra economico, sulla carta, e di conseguenza anche il mercato azionario è sostenuto artificialmente dalle società che utilizzano i tassi di interesse così bassi per indebitarsi e pagare dividendi o ricomprarsi le proprie azioni (buybacks).

In definitiva, il denaro facile spinge gli utilizzatori verso investimenti più rischiosi o spese inutili con un effetto distorsivo sia sui mercati finanziari che sull’economia reale.

Infine, sebbene Trump non possa essere ancora ritenuto responsabile per l’attuale incertezza economica  le enormi aspettative economiche che hanno seguito la sua elezione stanno velocemente evaporando, lasciando il mercato sospeso in un limbo e già orfano della rete di protezione della Federal Reserve.

Questa incertezza potrebbe portare ad un rialzo della volatilità, ora di nuovo schiacciata, sin dai prossimi giorni e provocare l’auspicata correzione dei mercati azionari.

 

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