Monday 10th August 2020,
Pinguinoeconomico

CINA – LA NECESSITA’ DI ANNIENTARE VELOCEMENTE IL VIRUS

La diffusione del Coravinus tiene in scacco la prima economia asiatica e preoccupa molto più delle precedenti epidemie che sono scoppiate nel Paese negli ultimi 25 anni.

La diffusione questa volta è stata molto veloce ed aggressiva e di conseguenza sembra che le autorità di Pechino abbiano inizialmente sottovalutato il fenomeno. O forse, al contrario, il tasso di crescita delle persone infettate non era così facilmente gestibile in una area ad alta concentrazione di abitanti.

 

Il Capodanno lunare

La settimana festiva è tradizionalmente molto tranquilla, in quanto le aziende e le scuole sono chiuse per la festività nazionale. Ne beneficiano tuttavia i consumi trainati da cento milioni di cinesi, che si spostano durante la settimana di vacanza.

Il virus ha rallentato i consumi già durante la settimana di chiusura, ma le conseguenze sono sicuramente trascurabili.

 

La festività si estende

Per evitare e contenere l’ulteriore diffusione dell’epidemia, il governo ha imposto la chiusura di scuole, uffici, aziende internazionali e domestiche per un’altra settimana in molte zone del Paese. In aggiunta, sia alcuni distretti scolastici che diverse aziende straniere hanno già comunicato che estenderanno le chiusure anche nelle settimane successive o almeno fino alla fine del corrente mese.

Inoltre , prima in ordine sparso e poi a ritmo serrato tutte le compagnie aeree internazionali hanno cancellato i voli verso tutto il territorio cinese. Sostanzialmente è rimasto aperto il traffico commerciale, ma anche alcuni porti sono chiusi o in quarantena per chi vi giunge.

 

Il peso sull’economia mondiale

Ai tempi dell’epidemia della Sars nel 2003, che provocò quasi 800 decessi, di cui oltre 300 nella sola Hong Kong, il Pil cinese nominale era solo il 3,8% dell’economia mondiale, rispetto al quasi il 16% attuale.

Secondo una ricerca pubblicata da alcune banche internazionali, la Cina consuma il 53% del rame mondiale rispetto al 17,8% del 2003, il 47,5% dell’acciaio (22,6%), il 57,3% dell’alluminio (16,5%) come mostra la tabella seguente. Altissime anche le percentuali di consumo di altri metalli, quali il Nickel e lo zinco che sfiorano il 60%.

Molto più contenuto, invece, l’incidenza del petrolio sul consumo mondiale, pari al 13,5% che tuttavia rimane il doppio rispetto al 6,6% del 2003, anche se si stima che nel primo semestre il consumo domestico di greggio diminuirà del 25%, provocando un calo della domanda mondiale tra i due ed i tre milioni di barili al giorno.

Tra i prodotti venduti spiccano gli smartphones, i semiconduttori e le auto che arrivano ad un terzo delle vendite mondiali.

A livello di esportazioni, oltre agli Stati Uniti che la fanno da padrone con una quota del 21%, anche Hong Kong (12.1%), Giappone (5.9%), Sud Corea (4.4%), Vietnam (3.4%), Germania (3.1%), India (3.1%) e Olanda (2.9%) saranno i Paesi più colpiti.

 

La situazione attuale

Ci sono almeno 21 province chiuse o con restrizioni alla circolazione delle persone. L’area interessata rappresenta attualmente l’80% del Pil ed il 90% dell’export cinese. Quasi tutte le grandi multinazionali hanno una sede o un impianto produttivo nell’Hubei, l’area più colpita dal virus e virtualmente blindata dalle autorità cinesi.

Difficile pensare che magicamente da lunedì 10 tutto riparta come prima quando Apple, Starbucks, Ikea ed ora anche Nike ed Adidas, in aggiunta ad altri nomi noti, hanno chiuso i loro centri produttivi e più della metà o tutti i loro punti vendita nel Paese fino alla fine di febbraio.

I trasporti, anche interni, sono alquanto ridotti con punte di calo nel traffico aereo superiori al 50%.

 

L’impatto sulla crescita domestica

Si tratta di una  previsione molto difficile. Si va da un punto percentuale di Pil in meno, con una crescita dichiarata tra il 4,5% ed il 5% rispetto al 6% previsto, ad una situazione molto più catastrofica, che prevede una recessione tecnica con crescita negativa in entrambi i due primi trimestri del 2020, secondo Nomura, addirittura un -2%, con un impatto negativo sul Giappone di mezzo punto percentuale e di uno e mezzo su Hong Kong, che ha definitivamente chiuso tutte le vie di accesso con la madre patria.

La serietà della situazione è confermata dalla comunicazione del governo cinese di tagliare del 50% le tariffe sulle importazioni di beni americani, affermando, altresì, che non sarà in grado per il 2020 di rispettare gli accordi commerciali con gli Stati Uniti, appena siglati nella Fase 1 a metà dicembre.

Le prime previsioni non sono confortanti, con le vendite auto stimate in calo del 20-25% nel primo bimestre e del 5% nell’anno, in discesa per il terzo anno consecutivo.

 

La reazione dei mercati

Wall Street e le Borse mondiali già scontano la ripresa dal secondo semestre dell’anno. Il virus ha fatto paura per una sola giornata, la scorsa settimana, ma la liquidità iniettata nel sistema finanziario dalle Banche Centrali continua a fare da paracadute e lancia i listini a frantumare nuovi record quotidianamente, incuranti del deterioramento dei fondamentali macro economici.

Chi ha puntato, sperato o solo razionalmente pensato che il Coranavirus potesse essere il nuovo cigno nero dei mercati è rimasto profondamente deluso, almeno per ora.

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