Thursday 01st December 2022,
Pinguinoeconomico

INFLAZIONE e GLI ERRORI DELLE BANCHE CENTRALI

Per quasi un decennio le Banche Centrali ci hanno raccontato la favola che il Quantitative Easing, ossia la stampa di nuovo denaro da parte delle principali autorità monetarie mondiali, non avrebbe creato inflazione, dandoci l’illusione che si potesse stampare denaro all’infinito senza nessuna conseguenza.

Nonostante il denaro si sia incanalato interamente negli assets finanziari, creando bolle gigantesche che ora stanno cominciando a sgonfiarsi, l’inflazione è la conseguenza.

 

LA PANDEMIA

La gestione del virus attraverso i lockdown è stata la scintilla attraverso la quale la crescita dei prezzi si è trasferita velocemente dall’economia finanziaria a quella reale.

Le chiusure delle aziende hanno generato fermi nelle catene produttive, anche solo per un trimestre, ma sufficienti in un mondo globalizzato a generare la mancanza di approvvigionamenti di molte materie prime con immediate ripercussioni sui prezzi delle spedizioni navali e dei prodotti finiti.

In aggiunta, durante il periodo di forzata chiusura, la maggior parte dei governi occidentali ha sostenuto i privati attraverso bonifici diretti sui propri conti correnti.

 

LO SCOPPIO DELL’INFLAZIONE

Alla riapertura delle economie, più o meno dal maggio del 2020 a seconda della diffusione del virus nei vari Paesi, la domanda di beni di consumo si è impennata velocemente e, non potendo facilmente incontrare l’offerta di prodotti, ha esacerbato l’incremento di prezzi.

 

GLI ERRORI DELLE BANCHE CENTRALI

Sembra incredibile per Istituzioni che hanno uffici studi ed analisti in numero e qualità all’avanguardia, ma il fenomeno della crescita dei prezzi è stato definito come temporaneo per oltre un anno.

Successivamente, quando l’inflazione è poi schizzata oltre l’otto per cento nelle principali economie occidentali all’inizio dell’anno, le autorità monetarie hanno alzato bandiera bianca, dichiarando che il movimento era diventato ormai strutturale e sono state costrette ad intervenire.

La convivenza con un tasso di inflazione elevato comporta la gestione di svariate problematiche, acuite dalla mancanza di alcune tra le più importanti materie prime, fenomeno esacerbato anche dal prolungamento del conflitto bellico e dalle successive sanzioni.

 

TASSI DI INTERESSE, DEBITO ED INFLAZIONE

L’ultimo periodo di elevata inflazione a livello planetario risale alla metà degli anni ’70 fino agli inizi del decennio successivo.

In quel periodo, tuttavia, i debiti pubblici erano ancora molto contenuti e le banche Centrali hanno potuto alzare i tassi di interesse fino al 15-20% per contrastare la crescita dei prezzi.

Quarant’anni più tardi tale politica di contrasto della crescita dei prezzi non è assolutamente più replicabile.

I debiti pubblici sono infatti lievitati ed in particolare nell’ultimo decennio, in virtù delle politiche monetarie espansive adottate in misura molto aggressiva (Quantitative Easing).

Inoltre, molte economie stanno entrando in recessione, dopo anni di crescita e di tassi di interesse favorevolmente bassi, e non potranno sostenere un periodo prolungato di rialzi.

 

BANCHE CENTRALI – COME COMBATTERANNO L’INFLAZIONE

L’inflazione è diventata strutturale interessando sia le materie prime che i servizi erogati alla clientela. Compagnie aeree, ristoranti, alberghi e persino banche ed assicurazioni hanno trasferito gli aumenti dei prezzi delle materie prime sul consumatore.

La crescita dei prezzi è stata così elevata che ha preso in contropiede anche le Banche Centrali, le quali si sono trovate improvvisamente con le spalle al muro.

La più veloce a reagire è stata la Federal Reserve, che ha alzato i tassi di interesse da zero all’1,5% in tre mesi e progetta ulteriori aumenti entro la fine dell’anno. Ancora più aggressiva è stata la Bank of Canada, che è già salita al 2,5% nel tentativo di gestire con conseguenze limitate la significativa bolla immobiliare domestica.

Assolutamente al palo, al contrario, sia la BCE che la Bank of Japan. La prima è intervenuta settimana scorsa con il primo rialzo, dopo ben undici anni, di mezzo punto percentuale, mentre la seconda è ancora ferma, non potendosi permettere di alzare il rendimento dei bond governativi, di cui ormai detiene una percentuale molto significativa dell’elevato debito pubblico domestico.

Tale politica attendista ha riflessi importanti sulla svalutazione delle monete interne, euro e yen, le quali diventeranno più competitive ma importeranno ulteriore inflazione.

In conclusione, le Banche Centrali non hanno molto margine per alzare i tassi di interesse senza rischiare di danneggiare la crescita economica sino a farla sprofondare in una recessione, probabilmente anche prolungata.

Una possibilità è quella di sgonfiare gli assets (immobiliare e mercato azionario) in modo controllato per diminuire la domanda di beni e servizi con una conseguente pressione al ribasso sui prezzi.

Il compito è arduo e la battaglia contro la corsa dei prezzi sarà molto lunga e si estenderà anche ai prossimi anni, sperando che le autorità monetarie la possano ancora vincere.

 

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