Sunday 26th June 2022,
Pinguinoeconomico

LA TEMPESTA PERFETTA SUI MERCATI FINANZIARI

Il Nasdaq e i listini americani cedono il tre per cento, quello spagnolo il quattro ed il nostro indice il cinque nell’ultima seduta della scorsa ottava, in scia alla pubblicazione del dato sull’inflazione del mese di maggio all’ 8,6% su base annua, oltre le previsioni del 8,3% ed in aumento in quattordici  delle ultime sedici settimane.

Tuttavia, non è sicuramente solo l’esito di una seduta negativa che rende l’idea di un periodo molto complicato per gli indici azionari e, come vedremo, non solo.

Il Nasdaq segna una perdita che ormai lambisce il trenta per cento rispetto ai massimi di inizio gennaio con titoli al suo interno che raggiungono crolli anche del 95% nel ricordo della “dot.com bubble” di inizio millennio.

Non sta meglio lo S&P500, che ha chiuso l’undicesima settimana di ribasso nelle ultime dodici, una striscia che non si ripeteva dal 1932, tempi della Grande Depressione, e che surclassa anche quella della più recente Grande Recessione del 2008-09.

 

LA CRISI DEL 2022

L’Europa ha finora evidenziato una maggiore capacità di tenuta rispetto alle Piazze americane ed in alcuni casi (Hong Kong in particolare) anche asiatiche.

La débacle dei mercati finanziari non si arresta, tuttavia, solo ai mercati azionari.

Il crollo delle quotazioni ha investito pesantemente anche il mercato obbligazionario, subissato di vendite per l’impennata dell’aumento dell’inflazione ed il timore di prolungati rialzi dei tassi di interesse da parte delle Banche Centrali.

Nella sola giornata di venerdì scorso il rendimento del titolo biennale governativo statunitense è balzato di 40 punti base superando di slancio la quota del tre per cento, mentre solo sei mesi fa rendeva lo 0,25%.

Per non parlare delle dolenti note nostrane con il BTP decennale, che è risalito fino al 3,8% dallo 0,5% poco prima di Natale, tornando ai livelli del 2018.

Lo spread sul Bund, balzato all’ 1,5% da un rendimento negativo dello 0,5% solo sei mesi prima, si è allargato a 230 punti base rispetto ai 110 dell’inizio della presidenza Draghi.

Dei 17 trilioni di titoli di debito con rendimento negativo nel 2021 sono rimaste poche eccezioni, tra le quali quelli giapponesi, fermamente ancorati a livelli bassissimi (decennale allo 0,2%) per strenua volontà della Banca Centrale domestica, che persiste nella politica monetaria ultra espansiva, la quale tuttavia sta penalizzando fortemente lo yen, la divisa locale, in caduta libera da un paio di mesi.

“Last but not least” (ultimo, ma non per importanza) le criptovalute. Dopo il fallimento di alcune stable coin legate al dollaro, anche la media delle valute quotate ha ceduto percentuali notevoli. Sembravano resistere solo le due più note, Bitcoin ed Ethereum, ma stanno cedendo anche esse ristabilendo nuovi minimi annui.

 

GLI ASSETS SI SCIOLGONO COME NEVE AL SOLE

 “This time is different” (questa volta è diverso) ed il “buy on deep” (compra su ogni debolezza) che hanno caratterizzato l’ultima decade sono assiomi che stanno vacillando.

Per fare un esempio, il danno interno all’indice Nasdaq sembra molto simile a quello del 2000-03, nel quale l’indice perse l’ottanta per cento del suo valore in due anni e ci mise altri dodici per tornare ai livelli precedenti. Da allora, in un solo lustro, è quasi triplicato e questo dato dà la dimensione di quanto la bolla azionaria sia gigantesca e abbia ancora spazio di discesa.

Tornando alle criptovalute, la capitalizzazione si è ridotta di due terzi, passando dagli oltre tre trilioni a poco più di uno, di cui la metà è costituito da Bitcoin la leader indiscussa e più nota, nel solo spazio di sei mesi.

Tornando al mercato azionario, dal mese di aprile hanno iniziato a perdere colpi significativi anche i titoli tecnologici a larga capitalizzazione. Amazon, che soffre la crisi del mercato retail e della difficoltà di trasferire l’incremento dei prezzi a valle con una evidente erosione dei margini, ha lasciato sul terreno il 40% rispetto ai massimi assoluti, seguendo la scia di Netflix (-70%) e Facebook (-50%).

Apple e Microsoft sono ancora dentro al 20% di perdite dal record storico, ma stanno per entrare anch’esse in “bear market”: Apple ha cancellato un trilione di capitalizzazione degli oltre tre che aveva raggiunto.

Queste premesse sono necessarie per capire che c’è ancora spazio di discesa, anche ampio, a meno che la Fed non decida di intervenire come ha fatto negli ultimi anni (2009-2018-2019 e 2020) per evitare un crollo che potrebbe avere conseguenze irrimediabili non solo sull’economia finanziaria, ma anche su quella reale.

 

LA FED (E LE ALTRE BANCHE CENTRALI) IN UN VICOLO CIECO

 

Alzare i tassi di interesse per contenere ed abbassare l’inflazione: questo è il nuovo dilemma delle Banche Centrali. Solo la Fed e la Bank of England stanno iniziando ad incamminarsi in questo ginepraio mentre la BCE e la Banca del Giappone sono alla finestra dovendo, tuttavia, assistere ad una svalutazione rapida e incontrollata delle loro divise.

Ormai gli investitori hanno capito che le Banche Centrali non possono più controllare contemporaneamente tassi di interesse e valute locali.

 

INFLAZIONE E/O RECESSIONE

Allo stesso modo l’inflazione non può essere controllata e ridotta senza alzare i tassi di interesse. Tuttavia, le economie mondiali, ultra indebitate, non possono sostenere un rialzo eccessivo dei tassi di interesse, che rischia di portare le economie rapidamente in recessione.

Alcuni segnali potrebbero già condurre a questa conclusione, come la riduzione della fiducia dei consumatori americani, il calo dei prezzi dei noli e la diminuzione della domanda di petrolio da parte della Cina.

Alcuni economisti sostengono che il rischio di una contrazione economica in diverse economie occidentali è molto probabile e già dal terzo trimestre.

 

WALL STREET

E’ assai improbabile che la Federal Reserve, impegnata a combattere l’inflazione, possa andare in soccorso del mercato azionario, dovendo già cercare di contenere a fatica la discesa di quello obbligazionario.

Tuttavia, la principale Banca Centrale mondiale non potrà permettere che il mercato azionario subisca nuovi ed ulteriori crolli senza intervenire.

Qualora la recessione incominci a contrarre gli utili aziendali, il metro di valutazione potrebbe cambiare e Wall Street rischia di continuare a scendere, adattando le valutazioni ai fondamentali microeconomici in deterioramento.

Sicuramente la fase di instabilità è destinata a persistere anche nei prossimi mesi, mantenendo la volatilità elevata con rischi più probabili di ribassi alternati a repentini rimbalzi, i cosiddetti “bear market rally”.

 

 

 

Like this Article? Share it!

About The Author

Leave A Response