Saturday 01st October 2022,
Pinguinoeconomico

WALL STREET IN BALIA DELLE VALUTE – SECONDA PARTE

Nel primo articolo abbiamo approfondito le tematiche che stanno appesantendo Wall Street in modo evidente da inizio anno, ma molto più latente già da febbraio dello scorso anno, quando è iniziato il crollo di diverse società a piccola e media capitalizzazione.

Rispetto ai massimi assoluti, il 45% delle società quotate a New York ha perso oltre il 50%, il 22% ben il 70% ed il 5% il 90%, il tutto in pochi mesi e comunque in meno di un anno.

Tuttavia, molti investitori, sia istituzionali che privati, sono da anni convinti che Wall Street non cederà neanche stavolta.

La liquidità presente sui mercati finanziari è ancora significativamente elevata e la Federal Reserve ha solo annunciato il “tapering”, la riduzione del proprio attivo di bilancio, che dovrebbe attivare forse dal mese di maggio.

Da inizio anno, nel giro di soli quattro mesi, abbiamo assistito a diversi sconvolgimenti nei principali asset finanziari.

L’inizio infatti di una correzione sui mercati azionari, superiore al dieci per cento rispetto ai massimi, è poi in parte rientrato con il rimbalzo a cavallo tra marzo ed aprile, ma si è di nuovo pesantemente accentuato subito dopo le vacanze pasquali.

Il Nasdaq ha ceduto ad aprile il 13,6%, la peggior performance da ottobre 2008 mese del fallimento di Lehman Brothers. Lo S&P500 ha perso il 9,6%, livello che non si registrava da giugno 2020 e presenta il rosso più eclatante da inizio anno dal 1938.

In aggiunta, negli ultimi mesi i rendimenti obbligazionari sono già saliti vertiginosamente, in particolare sulla parte breve della curva dei tassi di interesse, anticipando la prossima stretta creditizia della Federal Reserve, costretta a combattere l’incremento dell’inflazione, la quale ha raggiunto i livelli più elevati dagli anni ’80. E’ sbalorditiva la crescita dei rendimenti del Treasury a due anni, passato in soli due mesi dallo 0,25% al 2,6%.

 

COME SI MUOVONO LE PRINCIPALI VALUTE

Anche i movimenti sui cambi, in particolare delle divise più note e scambiate, sono stati netti e repentini. Tali trend sono stati scatenati da situazioni endogene, alcune già presenti ed altre nate e coltivate dalle conseguenze del binomio Covid/guerra, con impatti che potrebbero influire negativamente sulla resistenza di Wall Street e di tutti i principali mercati azionari mondiali già dai prossimi mesi.

Alle due principali divise asiatiche in fase di accentuata svalutazione, si aggiunge infatti  lo strapotere del dollaro americano che sembrava condannato, invece, ad una rovinosa caduta.

 

YEN GIAPPONESE

Partiamo dalla divisa nipponica in quanto il suo velocissimo indebolimento è stato poco considerato, mentre merita la massima attenzione.

Alla radice del recente e significativo deprezzamento giace la differente politica monetaria delle due banche centrali: quella statunitense e quella nipponica.

La prima ha ormai dichiarato il suo cambio di missione, mentre la seconda si ostina a mantenere il livello del rendimento del titolo governativo decennale – il loro benchmark – al di sotto dello 0,25%.

Tale politica, necessaria a causa dell’elevatissimo livello del debito pubblico, che non può permettersi interessi più elevati, sta penalizzando oltre misura la divisa domestica. Nello specifico, lo yen è passato in meno di tre mesi da 110 a 131 nei confronti del biglietto verde. Una volta sfondato al ribasso il decennale supporto a 115, la moneta è rotolata a livelli visti prima nel 2001 ed ora nel 1999, il tutto con una velocità impressionante. Una simile discesa avrà implicazioni sul tasso di inflazione domestico, poiché il Giappone importa qualsiasi materia prima.

Infine, il tappo difensivo sul mercato obbligazionario orchestrato dalla Banca Centrale del Giappone rischia di cedere con conseguenze negative difficili da stimare.

 

YUAN CINESE

Di riflesso, anche lo yuan ha iniziato a svalutarsi e tutto nell’ultimo mese. La necessità di essere competitivi con le proprie esportazioni si è aggiunta al periodo economico molto complicato anche per l’economia cinese, in aggiunta ai nuovi lockdown nelle principali città del Paese, tra cui Shanghai, che stanno provocando grossi disagi alle attività produttive, distributive, logistiche e portuali.

Nel giro di qualche settimana la divisa locale è passata da 6,33 a 6,60 rispetto al biglietto verde, un vero terremoto, vedendo gli scostamenti degli anni precedenti sempre molto controllati dall’autorità monetaria cinese.

 

DOLLARO USA

E’ l’inaspettato protagonista nel caos valutario di inizio anno. Lo davano già in molti per defunto, in virtù dell’eccessiva liquidità creata dalla Banca Centrale statunitense negli ultimi anni.

In realtà il biglietto verde si è rafforzato, in quanto l’economia a stelle e strisce è sempre la più resistente, anche rispetto ai recenti shock macro economici. La guerra si combatte infatti in Europa e gli Stati Uniti hanno discreti giacimenti di materie prime nel sottosuolo e distese sconfinate di campi coltivati. Il dollaro è inoltre da sempre e tuttora la principale moneta di scambio mondiale e l’aumento dei prezzi di tutto ciò che è determinato in quella divisa ne richiede una quantità aggiuntiva.

Il biglietto verde è salito in sordina fino a 1,05 nei confronti della moneta unica e si torna a paventarne la parità, già prima dell’estate.

 

WALL STREET: COSA DEVE TEMERE DAL CAOS VALUTARIO

La forza del dollaro può esacerbare il problema inflattivo nei Paesi in via di sviluppo, al pari della capacità di rimborso dei debiti denominati nella divisa americana. Ad inizio mese, già lo Sri Lanka ed il Perù hanno alzato bandiera bianca, dichiarando un default sul debito e la necessità di riscadenziarlo, in seguito a rivolte popolari per la mancanza dei generi di prima necessità e non solo alimentari.

Wall Street è appesa ai titoli tecnologici ad elevata capitalizzazione, che stanno sostenendo il listino in questa fase di debolezza prolungata per gran parte dei titoli. Amazon (-14% nell’ultima seduta di aprile) ha dimostrato di non esser più in grado di replicare crescite trimestrali a due cifre, non potendo trasferire gli incrementi dei costi sui prezzi di vendita. Il titolo è tornato ai livelli di giugno 2020. Rimane Apple, ultimo baluardo, che sembra inattaccabile dall’alto della sua mostruosa capitalizzazione che sfiora i tre trilioni di dollari. La società di Cupertino cresce ancora, almeno in linea con il tasso di inflazione domestico, ma lancia un monito sui rischi della filiera produttiva.

Concentrati sui singoli temi, non dobbiamo perdere di vista i rischi sistemici che non si limitano a guerra, “supply chain” ed aumenti delle materie prime.

Gli eccessi monetari degli ultimi tre lustri, esacerbati nell’ultimo biennio per affrontare le chiusure della pandemia, hanno provocato le tensioni valutarie descritte, le quali potrebbero essere un ulteriore catalizzatore per deprimere le quotazioni azionarie nel corso del corrente anno.

 

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