Tuesday 12th December 2017,
Pinguinoeconomico

CINA – QUANTI DEFAULT POTRA’ SOSTENERE ?

Il Pil del primo trimestre cinese si attesta al +7,4%, rispetto alle attese del +7,3%. Si tratta, tuttavia, del più modesto incremento da 18 mesi (sei trimestri), mentre la crescita sul precedente trimestre è solo del +1,4% che, qualora replicata su base annua, limiterebbe la crescita sotto il 6%. E’ evidente inoltre, e continuo a ribadirlo, che i dati sono sempre truccati e quindi il Pil reale è sicuramente inferiore, alla luce di una serie di altri dati che vengono pubblicati sulla salute dell’economia cinese. Nelle vendite al dettaglio, produzione industriale, investimenti fissi, esportazioni, stock di rame e alluminio molto elevati, si percepisce che la crescita sta rallentando ad un ritmo molto più accelerato di quanto previsto.

Un solo elemento continua a crescere a ritmo impressionante e preoccupante: il volume del credito, salito anche a marzo a doppia cifra, rispetto allo scorso anno.

Il sistema finanziario cinese è sotto attento scrutinio da inizio anno per i primi default che si sono verificati sul pagamento di obbligazioni e prestiti erogati alle imprese.

Alcuni analisti sostengono che la quantità di “bad loans” (debito non solvibile) in circolazione possa essere gestito dal Governo, in grado di acquistare i crediti in sofferenza per evitare una catena di insolvenze, con effetto domino devastante, non solo sull’economia locale, ma anche sul sistema finanziario mondiale, dato che la Cina è ormai a tutti gli effetti la seconda economia mondiale per Pil assoluto. Altri osservatori, invece, sostengono che la situazione sia molto seria, in particolare quella dei governi locali, che si sono finanziati senza limiti per costruire infrastrutture ed altri progetti faraonici. Questo meccanismo è partito da lontano, almeno vent’anni fa, con il boom economico del Paese (senza credito nessuno cresce), ma ha subito una fortissima accelerazione nell’ultimo triennio, quando la crescita cominciava a dare segnali di cedimento ed il Pil è passato da tassi di ascesa del +10% ad appena il +7%.

Il debito societario, in percentuale del Pil, è il più alto del mondo (150%) e supera di gran lunga Paesi molto indebitati, quali la Gran Bretagna (115%), il Giappone (113%) e gli Stati Uniti (75%).

Non sorprende invece la liquidità iniettata nel sistema finanziario, pari a $15 trilioni negli ultimi tre anni, che fa impallidire l’operato della Fed.

A fine dicembre 2013 il debito delle aziende cinesi ha raggiunto la cifra record di $12 trilioni. Ciò comporterà una serie di ristrutturazioni e nuovi default, visto che i problemi di restituzione del debito continuano a crescere. L’ascesa di questo debito è stata esponenziale nei confronti delle società non finanziarie con un incremento del +260% dal 2008 al 2013.

Mentre una vera crisi creditizia è da molti sottovalutata o ritenuta improbabile, società nel settore navale, edilizio, macchine industriali e delle materie prime stanno procedendo a vendita di parte dei loro attivi patrimoniali, o cercano di fondersi con altre società per evitare prossimi fallimenti. Anche la risalita dei tassi di interesse, a causa della scarsità di liquidità sul mercato del credito, peggiora la situazione finanziaria di molte aziende già sull’orlo del baratro.

Da ultimo c’è stata una pessima allocazione degli investimenti, fenomeno molto frequente quando il denaro a disposizione è infinito ed a basso costo. Molti progetti finanziati nel settore minerario e delle costruzioni sono ora già in pre-default, con un destino già segnato.

Ciò premesso, quanto debito che non sarà ripagato la Cina può assorbire ?

Ci sono sostanzialmente tre categorie di prestiti in sofferenza in Cina: bancari, trust e quelli forniti dal settore esterno (finanziarie e banche ombra). I problemi con le ultime due categorie sono sempre stati gestiti dai governi locali, mentre i prestiti bancari sono stati “salvati” attraverso società finanziate direttamente dal Ministero delle Finanze.

Il problema è capire come e se queste due entità, locale e centrale, possano gestire un incremento delle sofferenze sui prestiti.

A livello periferico le autorità locali sono già molto indebitate, mentre il Governo riesce più facilmente a gestire un livello ancora accettabile di default. Tuttavia, in entrambi i casi, le sofferenze impattano negativamente sui bilanci delle banche, che riducono il credito e quindi aumentano le possibilità di un “credit crunch”.

Ci si chiede infine se la possibile crescita esponenziale possa minare la solidità finanziaria del Governo centrale e delle autorità locali. Nel secondo caso non c’è dubbio, in quanto queste entità periferiche sono già sotto un pesante stress finanziario, con cali di entrate per il rallentamento della folle corsa alla costruzione di immobili ed infrastrutture. Finora i default sono stati ancora contenuti e pertanto la preoccupazione degli analisti è forse stata eccessiva, ma è sicuro che aumenteranno, mettendo il sistema locale sotto maggiore stress.

Il Governo centrale ha sicuramente più margine di manovra, ma tutte le risorse che dovrà spendere per salvare aziende decotte saranno drenate da progetti di sviluppo o stimoli alla economia e di conseguenza impatteranno negativamente sulla futura crescita.

Sembra quindi che la Cina non sia in grado di sostenere un grande incremento di crediti in sofferenza e che la possibilità che il Governo possa salvare il sistema finanziario sia quasi  impossibile, o perlomeno molto forzata.

Inoltre con un salvataggio molto aggressivo, c’è il rischio che l’autorità monetaria perda il controllo del cambio (vendita di riserve valutarie e sfiducia verso il Paese). Se lo yuan si svalutasse ulteriormente (già -3,5% da inizio anno) ci potrebbe essere un pericoloso effetto domino per possibili default a catena, in seguito alla chiusura di posizioni speculative sulla valuta (carry trade). Una situazione quindi non facile da gestire se il bubbone dovesse esplodere.

L’unica soluzione ancora possibile, ma per ora non praticata, è quella di ridurre il credito alle aziende ed instaurare un meccanismo di “moral suasion”. Nessun Paese, Stati Uniti per primi, sono disponibili a ridurre il credito, consapevoli che avrebbe un effetto negativo sull’economia.

Il dado è tratto e la bolla creditizia sta già scoppiando. La festa è finita, ma non è chiaro chi pagherà i danni.

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2 Comments

  1. PolarBear 20 aprile 2014 at 3:37

    Pinguinoeconomico, possiamo ipotizare uno scenario equivalente alla ‘Knickerbocker crisis’ del 1907, poco nota e sottovalutata crisi foninanziaria che portò istituti di credito amatoriali a cadere come mosche? Certo oggi esistono controlli e valvole di sicurezza più che allora ma bastetebbero in un mercarto della scala di quello cinese? Grazie

    • Pinguinoeconomico 23 maggio 2014 at 15:11

      Parallelo molto interessante. Dopo quella grave crisi bancaria negli USA fu Istituita la FED, la banca centrale, con l’obiettivo di prevenirle. Ad un secolo di distanza direi che sia servita ben poco. C’è stata la crisi del 1937 e quella delle Savings and Loans degli inizi degli anni ’90, nonché l’ultima gravissima del 2008, con il fallimento di due banche di investimento (Bear Stearns e Lehman Brothers) ed il salvataggio del governo americano. Si va sempre oltre il limite ed è la stessa cosa che sta accadendo anche in Cina. La bolla immobiliare sta esplodendo e la ricaduta sul sistema bancario asiatico sarà molto difficile da controllare anche questa volta. Oggi si pensa che stampando denaro e creando opportunità di credito a tassi bassi si possa risolvere ogni problema. Nel breve periodo si sposta in avanti la crisi, ma poi i debiti rimangono, la domanda crolla e l’eccesso di capacità produttiva rende difficile rientrare dalle esposizioni molto, anzi troppo, a leva. Un dejà vu, noto non solo alla Cina, ma anche ai mercati occidentali ed a molti emergenti. Vedremo come andrà a finire.

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