Friday 15th November 2019,
Pinguinoeconomico

IL VERO STATO DI SALUTE DELL’ECONOMIA AMERICANA

Mentre lo S&P500 ha messo a segno la scorsa settimana un nuovo massimo storico, la Banca Centrale domestica ha ammesso che le incertezze sul futuro della crescita interna stanno aumentando e che un prossimo intervento di riduzione del taglio dei tassi di interesse, associato ad una politica monetaria di nuovo espansiva, si fa sempre più probabile.

In questo nuovo contesto, economisti ed esperti si stanno sempre più interrogando su quale sia l’attuale e prossimo scenario di crescita dell’economia a stelle e strisce.

A tal proposito, il mercato obbligazionario sconta circa quattro tagli dei tassi di interesse, ciascuno di 25 punti base nei prossimi 18 mesi, mentre la Fed potrebbe anche non tagliare a luglio.

Negli ultimi sei mesi i rendimenti obbligazionari sono precipitati con il Tbond, che è crollato dal 3,20% fino al 2%, un segnale che alcuni economisti interpretano come un’anticipazione della prossima recessione.

In realtà stiamo ancora parlando di una crescita interna superiore al due per cento e di un mercato del lavoro fortissimo, con un tasso di disoccupazione (3,6%) al minimo degli ultimi 60 anni.

Di conseguenza, risulta difficile comprendere quale scenario stia anticipando il mercato obbligazionario e se sia già noto anche alla Federal Reserve, che deve evitare qualsiasi tipo di rallentamento economico, per non compromettere la rielezione di Trump  tra 18 mesi.

Ad aggiungere incertezza vi sono tutte le incognite e le ricadute, alcune già evidenti, su alcuni settori particolarmente coinvolti nella guerra commerciale cino-americana, che sta lasciando già diverse ferite: in particolare nel comparto auto, agricolo e dei metalli pesanti (acciaio ed alluminio), ma anche nel calo delle importazioni registrate sia nei porti del Pacifico che dell’Atlantico e delle vendite dei semi conduttori e dei beni durevoli, settori molto esposti verso la Cina, fino alle vendite al dettaglio.

Anche l’immobiliare sta accusando segnali di affaticamento. Il numero di transazioni è in calo da diversi mesi, sia per le nuove abitazioni che per l’usato ed il trend non si inverte malgrado il forte ribasso dei tassi di interesse degli ultimi mesi, che si è riflesso su mutui diventati meno onerosi.

Non tutte le note negative sono domestiche, ma riflettono un calo generalizzato dell’economia mondiale: ad esempio il petrolio, il cui prezzo è sceso del 25% da metà aprile, prima del recente rimbalzo sulle tensioni nel Golfo Persico, per le preoccupazioni sul calo della domanda mondiale.

Infine, i dati manifatturieri sia nazionali (PMI) che regionali (New York e Filadelfia) confermano un trend di indebolimento anche del settore produttivo interno.

 

IL RUOLO DELLA FED

Sotto la pressione quasi quotidiana di Trump, la Banca Centrale americana cercherà con tutti i mezzi di evitare la prossima recessione.

Probabilmente riuscirà a rimandarla, ma questa volta non a prevenirla, in quanto l’efficacia della politica economica è ormai spuntata, dopo un decennio di manovre ultra espansive e ultra convenzionali.

In aggiunta, rispetto al 2008, la zavorra dei debiti è più pesante ed il basso costo di finanziamento nasconde significative inefficienze in molti settori dell’economia e non basterà un nuovo eccesso di liquidità per tamponare la situazione.

 

I MERCATI AZIONARI 

Lo S&P500 ha dimostrato di essere in grado di vivere di luce propria. I timori di recessione e la guerra commerciale hanno provocato solo correzioni a dicembre e maggio, prontamente rientrate. Il mercato è sostenuto dalle aspettative del calo dei tassi  di interesse e dalla ingente somma di denaro che rientra in gioco dai buybacks. Da inizio anno, l’indice americano guadagna il 18%, il maggior rialzo dal 1997.

In questo contesto e nel caso di un allentamento delle tensioni tra Cina e Stati Uniti, l’indice principale potrebbe superare agevolmente la soglia psicologica dei 3.000 punti e raggiungere anche i 3.100, incurante delle sovra valutazioni in alcuni settori merceologici.

 

I METALLI PREZIOSI

In una corretta analisi intermarket non va dimenticata la spinta rialzista dei metalli preziosi. La scorsa settimana l’oro ha superato la resistenza che lo bloccava negli ultimi sei anni e sembra avviato verso un importante trend rialzista.

Le motivazioni alla base del rimbalzo (+12% nell’ultimo mese)  del metallo giallo possono essere diversamente interpretate. L’enorme liquidità, sempre presente sui mercati, ha rivitalizzato anche i metalli preziosi, da anni ai margini dei forti rialzi delle altre asset class.

Tuttavia dietro al rialzo vi sono anche altre ragioni, quali la qualifica storica di bene rifugio ed il timore per le sorti dell’economia mondiale ed americana. Di conseguenza, malgrado lo scenario di bassa inflazione dipinto dalle Banche Centrali, incapaci di rivitalizzarla con qualsiasi politica, i metalli preziosi sembrano destinati a confermare il loro trend positivo nei prossimi mesi.

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