Friday 22nd October 2021,
Pinguinoeconomico

LA CRISI DELLE MATERIE PRIME E L’IMPATTO SU ECONOMIA REALE E MERCATI FINANZARI

E’ ormai da inizio anno che si parla di mancanza di materie prime, di gravi ritardi nelle consegne e di aumento dei prezzi.

Si tratta solo di una fase transitoria, alimentata anche da una buona dose di speculazione sui mercati, o il fenomeno sta diventando più serio, esteso nel tempo e dobbiamo iniziare seriamente a preoccuparcene?

 

UN PASSO INDIETRO

L’avvento di un fenomeno esterno, quali la pandemia e le azioni adottate nella gestione del controllo della sua diffusione, hanno avuto implicazioni negative su molte fasi della catena produttiva.

Ad un iniziale crollo della domanda, indotto dai prolungati lockdown in quasi tutti i Paesi occidentali, ha fatto seguito una veloce riapertura delle attività economiche con milioni di cittadini che erano pronti a spendere i sostegni economici ricevuti dai rispettivi governi o comunque desiderosi di riprendere la vita precedente, imprescindibile dai consumi.

 

LA NUOVA REALTA’

Si sono tuttavia alternate nuove ondate di epidemia che hanno generato ulteriori limitazioni agli spostamenti. Alcune attività che avevano riaperto, anche con notevole disagio economico per le perdite subite, hanno evidenziato difficoltà nel riassumere lo stesso od altro personale.

Questo fenomeno si è distinto specialmente nella ristorazione, nel turismo e soprattutto nei trasporti.

 

LE DIFFICOLTA’ NELLA “ SUPPLY CHAIN”

E’ un fenomeno che sta diventando e diventerà più endemico del virus, provocato dalla chiusure delle aziende, le veloci riaperture ed i successivi nuovi rallentamenti.

Mancano lavoratori soprattutto nei posti chiave (trasporti, logistica, porti) per la distribuzione delle merci sui territori. In Gran Bretagna si è aggiunta l’aggravante della Brexit, tanto che già da mesi gli scaffali di alcuni supermercati sono vuoti e settimana scorsa è intervenuto l’esercito per scongiurare il razionamento della benzina nei distributori.

Tuttavia, l’effetto più dirompente è stato quello sui noli dei container in partenza dalla Cina verso l’occidente ed i cui prezzi sono quadruplicati in direzione del Vecchio Continente e aumentati di sei volte verso gli Stati Uniti.

I porti cinesi sono ingolfati, ma altrettanto quelli della California dove si accumulano la fila di navi sia in banchina che in darsena e si teme mancanza di beni per il prossimo shopping natalizio, in virtù dei forti rallentamenti nel carico e scarico delle merci.

Tali ritardi stanno provocando rialzi dei prezzi significativi ed anche ingiustificati, ma sta crescendo la psicosi di avere il bene in casa, facendo anche scorta.

 

L’AUMENTO DELL’INFLAZIONE

La contrazione della catena distributiva e la mancanza delle principali materie prime sta provocando un rialzo dei prezzi incontrollato. Si tratta di numeri In valore assoluto ancora sopportabili, ma parliamo di incrementi anche del 100% in poco più di un anno.

La Federal Reserve ha bollato tali timori come transitori, ma ormai non si tratta più di un fenomeno temporaneo. La Banca Centrale statunitense è consapevole che il fenomeno le stia sfuggendo di mano, ma non vuol alzare velocemente i tassi di interesse per non provocare una nuova recessione.

In Germania, il tasso di inflazione è salito a settembre al 4,1%, il livello più elevato dal 1995, ma allora i tassi di interesse erano pari al sei per cento contro i negativi di adesso.

 

L’IMPATTO SULL’ECONOMIA

Il danneggiamento di pezzi della catena produttiva sta già producendo effetti negativi evidenti, quali il fermo delle aziende per mancanza sia di mano d’opera, ma soprattutto di

molte materie prime e per la riduzione dell’erogazione di energia, esplosa in Cina in maniera dirompente in sedici province nel corso di questa settimana.

Tale fenomeno non sembra però circoscritto in quanto anche Shanghai e Pechino hanno subito qualche interruzione e l’autorità centrale ha avvisato che nuovi blocchi programmati sono previsti per la prossima settimana.

Di conseguenza la corsa dei prezzi dell’energia (petrolio e gas) è proseguita, rinnovando i timori che non sia assolutamente temporanea.

Questi aumenti dei prezzi stanno già impattando sui margini delle aziende, le quali non sono in grado di trasferire tutto l’aumento sui consumatori finali.

 

L’IMPATTO SUI MERCATI

Nell’ultima metà di settembre si è evidenziato un certo nervosismo ed un aumento della volatilità su tutte le asset classes, indistintamente.

In seguito alla riunione della FED della scorsa settimana, i tassi di interesse hanno ripreso a salire, i metalli preziosi a scendere ed il mercato azionario a cedere qualche punto percentuale.

 

LE PROSPETTIVE FUTURE

Non si prevede un trimestre tranquillo per i mercati finanziari, durante il quale bisognerà gestire un aumento della volatilità.

Le Banche Centrali non potranno aumentare il Quantitative Easing, ma al contrario dovranno probabilmente prelevare liquidità dai mercati, qualora la pressione dei prezzi diventasse sempre più elevata.

La Federal Reserve si trova pertanto in un vicolo cieco e rischia di dover accompagnare il rialzo dei tassi, sperando di gestirlo in un modo non troppo repentino.

L’aumento dei rendimenti non privilegia i titoli tecnologici, perché società molto indebitate hanno sfruttato i tassi a zero anche per effettuare ingenti operazioni di buy-back sui propri titoli. Si tratta, altresì, di società che in gran parte hanno raggiunto quotazioni stellari e che sono a rischio di caduta in caso di correzione sia dei mercati che del ciclo economico.

Meglio spostarsi su titoli ciclici (industriali e minerari) e sui metalli preziosi, che hanno ancora molta strada da fare in caso di rialzo dei tassi di interesse, alleggerendo la parte obbligazionaria che dovrebbe invece risentirne.

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