Monday 17th December 2018,
Pinguinoeconomico

PETROLIO E TASSI DI INTERESSE – L’IMPATTO SULLA CRESCITA AMERICANA

Gli ultimi dati macroeconomici usciti in settimana, in attesa della rilevazione sull’andamento del mercato del lavoro nel mese di settembre (tasso di disoccupazione e numero di buste paghe mensili), hanno confermato che l’economia a stelle e strisce gira a pieno ritmo ed anche Wall Street sembra confermarlo, alimentando la ripresa dei titoli industriali.

Questi ultimi hanno trascinato anche il Dow Jones a nuovi massimi storici, l’unico indice che ancora non aveva polverizzato i precedenti record dallo scorso gennaio.

La fiducia dei mercati e dei consumatori lascia ben sperare per la continuazione del trend positivo, che ormai lancia lo S&P500 verso la soglia psicologica dei 3.000 punti, dal quale dista solo due punti percentuali, un livello inimmaginabile quando proprio ad inizio ottobre del 2014 sfondò la barriera dei 2.000 punti.

Nelle ultime quattro/cinque sedute si sono, tuttavia, impennati improvvisamente sia il costo del denaro che il prezzo del petrolio, due variabili che hanno una influenza non indifferente sulle decisioni di investimento e di spesa dei cittadini americani e delle imprese e che vanno, di conseguenza, valutati con attenzione.

 

PETROLIO

L’effetto dell’aumento del greggio è forse quello meno doloroso sulla crescita domestica. I cittadini americani fanno largo utilizzo dell’auto per sopperire alle grandi distanze del Paese ed alla cronica mancanza di mezzi pubblici adeguati a fronteggiare gli spostamenti quotidiani.

L’incremento del prezzo del petrolio alla pompa comincia a farsi sentire, ma incide molto meno sui consumi rispetto al decennio precedente, grazie al boom del commercio elettronico che riduce il traffico verso i grandi magazzini.

Al contrario, la stagione fredda è alle porte ed il costo del riscaldamento salirà in misura esponenziale rispetto allo scorso anno e diventerà una voce di spesa considerevole in particolare per le famiglie già molto indebitate.

 

TASSI DI INTERESSE

L’incremento inaspettato dei tassi di interesse potrebbe provocare un rallentamento della crescita del settore immobiliare ed una discesa dei prezzi e rischiare di far esplodere qualche micro bolla, che si è formata in alcune aree del Paese ed in particolare a San Francisco, nella Silicon Valley ed in altri distretti della California, a Seattle, oltre che a Manhattan.

I tassi sui mutui ipotecari con scadenza trentennale a tasso fisso hanno già quasi raggiunto il 5%, prima dell’ultima impennata, che ha portato il rendimento del Tbond dal 2,90% all’attuale 3,20%. In virtù di quest’ultimo aumento, i tassi sui finanziamenti immobiliari rischiano di salire oltre il 5,2%, un livello che incomincia a diventare piuttosto oneroso.

In aggiunta, anche il Libor, il tasso al quale sono legati i finanziamenti bancari alle imprese, continua a salire e costringe le aziende a finanziarsi o rifinanziarsi a tassi sempre più elevati.

Infine, l’incremento dei tassi di interesse incide anche sul deficit pubblico, tema sul quale pochi argomentano, che continua a lievitare in virtù della riforma fiscale che ha ridotto le tasse e che ha recentemente superato la quota dei 21 trilioni di dollari.

 

L’INFLUENZA SU WALL STREET

I comparti che beneficeranno positivamente della risalita dei tassi di interesse sono il finanziario, mentre l’energia crescerà grazie all’aumento del prezzo del greggio che farà aumentare gli investimenti nel settore petrolifero.

Viceversa, i settori che saranno più esposti alla risalita dei tassi di interesse sono l’immobiliare (real estate), le utilities e le telecomunicazioni: questi ultimi due tipicamente anticiclici e fortemente indebitati.

Ad aumentare le incertezze si somma l’entità dei buybacks azionari, una parte dei quali sono effettuati utilizzando la leva finanziaria da parte delle società le quali rischiano, in alcuni casi, di faticare a rinnovare i prestiti in scadenza.

Da ultimo, nel caso si verificasse un deprezzamento sensibile dei valori immobiliari, il depauperamento della ricchezza potrebbe spingere l’investitore medio americano a disinvestire una parte del portafoglio azionario, un evento che si è verificato anche nel 2008-2009, all’apice della Grande Crisi Finanziaria e che si è esteso fino all’intervento della Federal Reserve con il primo Quantitative Easing.

In realtà, al momento, Wall Street ha superato senza alcun sbandamento quelle che erano le prime soglie di preoccupazione sulla risalita dei rendimenti obbligazionari, dalla rottura della soglia psicologica del 3% del rendimento del Tbond fino a quella del supporto al 3,05% mettendo, al contrario, a segno una nuova serie di massimi storici e continuando ad ignorare qualsiasi motivazione macro economica o monetaria parzialmente negativa, che possa far presagire un rallentamento dell’attuale ciclo di crescita, il più esteso dalla fine della seconda guerra mondiale.

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