Saturday 07th December 2019,
Pinguinoeconomico

Rendimenti in rialzo – L’impotenza delle banche Centrali e l’impatto sui mercati azionari

Il processo di inversione della curva dei rendimenti si è improvvisamente interrotto da alcune settimane.

I rendimenti dei titoli obbligazionari sono riparti al rialzo già da inizio settembre e non sembra che l’ultimo taglio della Fed di fine ottobre, il terzo in quattro mesi, sia in grado di fermare questo  cambiamento di tendenza.

Tale processo si era già verificato nel corso dell’anno, ma il cambiamento di direzione della politica monetaria da parte della Federl Reserve aveva schiacciato i rendimenti di nuovo al ribasso.

Tuttavia, la situazione sta cambiando non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. Nello specifico, le obbligazioni con rendimento negativo sono diminuite da poco oltre i 17 trilioni di dollari a poco meno di 12.

Venerdì sera il rendimento del Tbond americano è salito al 1,94%, rispetto all’1,47% di agosto, mentre il titolo a 3 mesi si è fermato all’1,56%. In pochi mesi lo spread tra le due scadenze è balzato da -21 a +38 punti base con un delta di 59, mentre il debito pubblico statunitense ha superato da pochi giorni i $23 trilioni.

In aggiunta, la Fed sta intervenendo pesantemente sia direttamente, attraverso una nuova forma di Quantitative Easing per 60 miliardi di dollari mensili da inizio settembre, che indirettamente, utilizzando le operazioni di rifinanziamento a sostegno della scarsa liquidità del mercato interbancario.

In definitiva, l’autorità monetaria centrale ha iniettato, negli ultimi due mesi, ben 280 miliardi di dollari nel sistema finanziario, sostenendo sia le carenze di liquidità impreviste evidenziate nel mercato interbancario ed agevolando, di conseguenza, la lievitazione del mercato azionario verso nuovi record.

 

LA CADUTA DEI BOND

Quando salgono i rendimenti, i prezzi delle obbligazioni scendono, ma questo fenomeno si sta sviluppando molto velocemente, malgrado la presenza massiccia dell’intervento delle Banche Centrali ed in particolare della Federal Reserve.

Per i detentori di obbligazioni a tasso negativo si tratta di una esperienza assai penalizzante con minusvalenze già consistenti, che potrebbero anche aumentare.

 

LA SITUAZIONE EUROPEA

Anche l’Europa non sembra immune da questo fenomeno.

Il BTP nostrano è diventato la scorsa settimana il titolo che paga il premio più elevato tra quelli in euro, superando anche quello greco. Quest’ultimo beneficia, tuttavia, di un mercato molto poco liquido e di pochissime scadenze da rinnovare, in quanto la quasi totalità delle obbligazioni del debito ellenico sono detenute dal Fondo Monetario Internazionale e dalla BCE.

Passando invece al più noto Bund tedesco, il rendimento è salito al -0,26% in chiusura di settimana, con un rialzo di 50 bps rispetto al minimo di metà agosto. Il ventennale è passato positivo (0,03%) ed ovviamente anche il trentennale. Quest’ultimo era stato offerto in asta il 21 agosto al -0,11% senza rendimento cedolare e l’offerta fu sottoscritta solo per il 40%.

Anche l’OAT francese ha terminato la settimana di nuovo con rendimento positivo (+0,02%) in rialzo di quasi 50 bps rispetto al minimo di luglio (-0,45%)

In Spagna siamo invece saliti allo 0,39% rispetto allo zero di fine estate e nuova pressione potrebbe riflettersi sui Bonos dopo l’ennesimo risultato elettorale senza un vincitore nelle elezioni politiche, le seconde in un anno, dello scorso weekend.

Il Belgio è speculare alla Francia: da -0,38% a +0,02%.

L’Italia ha fatto meno peggio, passando dallo 0,82% di inizio settembre al 1,18%, ma su questo andamento incidono gli acquisti della Bce e i mal di pancia del nostro governo.

 

IL RESTO DEL MONDO

In  Svizzera, il primo Paese ad emettere un titolo decennale con rendimento negativo  nell’aprile 2015, tale scadenza ha raggiunto un picco negativo al -1,1% il 16 di agosto e da allora ha guadagnato 70 bps risalendo al -0,4%.

In Giappone, in un mercato completamento “controllato” dagli acquisti della Banca Centrale nipponica, il rendimento del decennale è passato dal -0,29% di tre mesi fa al -0,06% attuale.

La somma di tutti questi eventi ha ridotto l’ammontare mondiale di obbligazioni con rendimenti negativi da 17,03 trilioni di dollari il 29 di agosto agli $11,94 di venerdì scorso.

Parte di questi flussi sono affluiti sul mercato azionario alimentandone il rialzo, quasi giornaliero, e rendendo possibile il raggiungimento di nuovi record assoluti a Wall Street e annuali per molti listini europei.

 

GLI EFFETTI NEGATIVI

Al di là dell’euforia dei mercati azionari, in questi ultimi tre mesi si sono realizzate notevoli minusvalenze in quello obbligazionario.

E’ ormai acclarato che la persistenza dei tassi negativi ha danneggiato sensibilmente il sistema bancario mondiale, costretto ad operare con margini assai modesti e con rischi di credito sempre più elevati in particolare in un momento economico di forte stagnazione, soprattutto in Europa.

La risalita così repentina dei rendimenti è inoltre molto onerosa per gli emittenti, in previsione delle scadenze dei titoli nel 2020, che ovviamente dovranno essere rinnovate.

L’ascesa dei tassi di interesse non nasconde ancora una ripresa economica, ma piuttosto un malessere, che le Banche Centrale stanno già combattendo da mesi con la stessa medicina:  inondare i mercati di ulteriore massiccia liquidità. Quest’ultima sembra però indirizzarsi solo sui mercati azionari, inflazionando ulteriormente questa bolla.

C’è da augurarsi che la fiammata dei rendimenti rientri, come già avvenuto nel primo semestre dell’anno. Tuttavia, qualora il fenomeno si accentui ed il Tbond dovesse superare la soglia psicologica del 2%, le vendite sul mercato obbligazionario potrebbero ulteriormente accentuarsi, diventando un serio problema da gestire anche per le Banche Centrali.

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