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L’ASSOLUTA FOLLIA DEL MERCATO AZIONARIO AMERICANO

Pinguinoeconomico 17 giugno 2014 Mercati finanziari Nessun commento
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“Vendi quando puoi e non quando devi”. Così si potrebbe sintetizzare con un’altra massima l’esuberante follia del mercato azionario americano.

Poco più di cinque anni orsono, nel marzo 2009, sembrava che sia il mondo economico che quello finanziario si stessero disgregando. Quando fallì la banca d’affari statunitense Lehman Brothers, il mercato finanziario rischiò il collasso per mancanza di liquidità. La Fed intervenne con una iniezione di denaro straordinaria, il “quantitative easing”, misura che avrebbe dovuto essere temporanea ma che invece diventò strutturale, alimentando la sicurezza di investitori e speculatori in un paracadute eterno da parte della Banca Centrale americana. La manovra non fu innovativa, in quanto già utilizzato da quasi un ventennio in Giappone, con efficacia economica praticamente inesistente: un ventennio di crescita piatta, quasi tutta in pesante deflazione e la creazione di un debito pubblico mostruoso, malgrado tassi di interesse mantenuti bassi artificialmente.

La crisi finanziaria americana, e poi mondiale, fu innescata dallo scoppio della più gigantesca bolla immobiliare nella storia economica del Paese. Il sistema finanziario implose per l’insolvenza sui mutui, inizialmente, e successivamente per la crisi economica che mise in ginocchio aziende e famiglie, già pesantemente indebitate da oltre un ventennio. Washington intervenì, prima negli ultimi mesi della presidenza Bush (repubblicano) e poi con Obama (democratico), non solo per salvare la finanza, ma anche interi settori dell’economia reale ed in particolare gran parte del settore automobilistico (General Motors e Chrysler).

Sembra passata un’eternità, con il Dow Jones che crollava a 6.500 punti dai 14.500 precedenti e lo S&P500 a 650, mentre eravamo invece solo nel 2008 e nel 2009, quando ciò accadde. Torniamo ad oggi e dopo $4 trilioni di carta (money) stampata, i due indici scimmiottano, rispettivamente, verso quota 17.000 e 2.000 punti. Gli indici sono saliti in modo parabolico, sostenuti dalla liquidità e dalla autoconvinzione mediatica che l’economia sia in stabile ripresa. Ora la bolla è tornata, ma ancora più allargata rispetto al passato.

Pessimisti, come il sottoscritto, convinti che la Fed abbia creato questo nuova bolla sui mercati azionari, sono mosche bianche, anche se stanno crescendo di pari passo con l’incredibile ascesa dei mercati. Molti consulenti finanziari, anch’essi perplessi da questo andamento, sono tornati positivi più per necessità che per convinzione, non trovando alternative di investimento per i loro clienti.

Aleggia poi la convinzione che non sia interesse di nessuno far crollare i mercati perché questa volta molte economie ed il sistema finanziario, ancora troppo indeboliti dalle conseguenze di sei anni di Grande Recessione,  non resisterebbero all’impatto negativo, rischiando un effetto domino devastante e non controllabile nemmeno dalle potentissime banche centrali, ormai con le polveri bagnate.

Affermazioni superficiali: sappiamo infatti che i mercati possono cambiare direzione nel giro di poche ore ed altrettanto violentemente. Lo hanno fatto in passato e sarà così anche questa volta, forse ancora più pesantemente, in quanto la salita è stata tropo rapida e veloce e non sostenuta né dai fondamentali economici, né tantomeno aziendali. Gli utili societari sono infatti saliti brillantemente nei primi tre anni di ascesa del mercato, ma ora sono solo sostenuti dal riacquisto di azioni, mentre i fatturati di molte società quotate sono già in calo, anche da diversi trimestri.

Tuttavia, anche l’aspetto tecnico del mercato va attentamente analizzato. Non sto parlando dell’analisi tecnica che analizza i grafici, ma molto semplicemente dell’attività interna che deve far riflettere. Mi riferisco ai volumi, in calo da diversi anni, sia per controvalore che per volumi di titoli trattati. Non si tratta di pochi punti percentuali, ma del -50%, rispetto ai massimi di fine 2008. Le banche hanno già messo le mani avanti, comunicando che l’attività di trading sta crollando, anche nel settore dei bond e dei cambi e che le commissioni generate saranno molto contenute nel trimestre in corso. La volatilità, che misura la paura e lo scarto tra minimi e massimi degli indici, è ai minimi storici. Lo stesso accadde anche in periodi più recenti e prima dei due precedenti gravi crolli, gli unici di questo nuovo millennio, nel 2000 e nel 2007.

Ma la mancanza di paura e la compiacenza sono tra i principali rischi che l’investitore corre, lasciandosi trasportare dall’esuberanza dei mercati. Ci si dimentica infatti sempre del passato, quando le cose vanno bene. Giusto nella vita, forse, ma non sui mercati finanziari. Le economie non decollano e anche quella americana ha avuto una brusca frenata nel primo trimestre con il Pil in crescita negativa del -1%, che sembra sarà rivisto al ribasso, ancora più pesantemente. Sappiamo che la Fed ha sostenuto artificialmente gli indici azionari con la politica di tassi bassi prima, ed inondando i mercati finanziari di liquidità, grazie al QE, successivamente, come mai era avvenuto nella storia recente e passata.

Non è comunque possibile prevedere l’esatto punto di svolta del mercato, specialmente in questo contesto molto irreale. Ma quando ciò accadrà, i portafogli inizieranno a perdere e gli investitori faranno a gara ad uscire dal mercato, spingendo, come sempre avviene, le quotazioni ancora più in ribasso. Questo è ciò che avviene quando il mercato corregge, storna o addirittura crolla.

Ecco perche è meglio vendere quando è ancora possibile e non quando costretti dal panico.

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