Monday 11th December 2017,
Pinguinoeconomico

L’ILLUSIONE ECONOMICA E LA REALTA’ DEI NUMERI

Il Pil del primo trimestre USA è stato rivisto in crescita negativa del -1%. La prossima ed ultima revisione, prevista per fine giugno, è stata aggiornata ancora al ribasso, dal -1,6% di JPMorgan al -2% di Barclays. Goldman Sachs, la prima banca di affari al mondo, si è fermata al -1,9%, dal +3% previsto e strombazzato a gennaio. Cinque punti di differenza, un vero baratro, che conferma come tutte le previsioni vengano artificialmente manipolate, solo per mantenere inalterata la salita dei mercati.

E’ evidente che quando il trucco sarà definitivamente smascherato ed i fondamentali torneranno ad avere il giusto peso e significato economico, gli indici borsistici crolleranno come castelli di sabbia e le quotazioni dei titoli si squaglieranno come neve al sole.

Dopo l’abbaglio del primo trimestre, si spera che il dato finale sia molto negativo, in quanto consentirebbe un rimbalzo della crescita, già stimato tra il 3-4%. Anche la Federal Reserve conferma una crescita del +2.8% per l’intero anno 2014. Tuttavia, il raggiungimento di questo obiettivo richiederebbe una crescita annua del +4%, in ognuno dei tre successivi trimestri. L’ultima volta che ciò accadde fu nel 1983. Difficile, anzi impossibile, ripetere tale performance se, dal 2009 al 2013, l’economia è cresciuta in media di un +1,8%, il tasso più modesto in periodi post-recessione, malgrado uno stimolo monetario di $4 trilioni e tassi di interesse ai minimi storici.

E’ evidente che la Fed taglierà le previsioni di crescita al prossimo meeting. Non è affatto una sorpresa, in quanto è diventato il suo “modus operandi” dal 2011 e sempre, costantemente, le stesse sono state ampiamente riviste al ribasso.

Quindi: perché esistono gli economisti? Sicuramente per fargli fare previsioni migliori! Anche gli ultimi dati macroeconomici e settoriali (vendite al dettaglio ed immobiliare) evidenziano che la ripresa ha il fiato corto e la caduta della crescita nel precedente trimestre contiene diverse implicazioni strutturali (consumi e transazioni immobiliari in calo), piuttosto che temporanee (il maltempo eccessivo del primo bimestre nella parte centrale ed orientale del Paese).

Basta leggere per interpretare correttamente i dati, ma molti economisti, si sa, hanno le fette di salame sugli occhi, lautamente remunerati da case di investimento o banche di affari per essere sempre “bullish”, vale a dire ottimisti.

Non solo ci sono crepe sul fronte della domanda aggregata, nella quale i granitici consumi americani stanno evidenziando serie difficoltà. Il risparmio privato è sceso infatti a maggio al 3,8%, livello bassissimo, mentre il credito al consumo ha avuto un balzo inaspettato, il quinto di sempre nella storia. Il solito ritornello: per mantenere lo stesso standard di consumi, il cittadino dopo aver dato fondo ai risparmi, aumenta i propri debiti. Un “déjà vu”, ormai da 30 anni, ma che portò allo scoppio della bolla creditizia e finanziaria del 2008. Ci sono però altri indicatori che spesso vengono ignorati, volutamente in momenti di euforia da panico dei mercati finanziari, ma che confermano che la ripresa americana abbia ormai finito la benzina.

Tra questi prenderei in considerazione il traffico ferroviario, le spedizioni di merci navali ed alcune materie prime molto specifiche, come il legno ed il rame.

I primi due sono indicatori del grado di circolazione delle merci. Sono da valutare con le dovute cautele, perché spesso influenzati anche da fattori esogeni. Il trasporto ferroviario è correlato al prezzo del carburante: tanto più questo aumenta, le spedizioni su strada ferrata si incrementano. Viceversa, le spedizioni navali sono molto legate anche al numero di navi in circolazione, che richiedono diversi anni per essere costruite ed è quindi un indice più previsionale dei futuri andamenti economici, rispetto al precedente.

In entrambi i casi, le aziende non prenotano le spedizioni finchè non hanno container da spedire. Infine, non c’è dubbio che, qualora la domanda di materie prime si incrementasse, anche i prezzi delle spedizioni dovrebbero crescere, alimentando la tanto agognata ripresa dell’inflazione.  In realtà, osservando entrambi questi due indicatori, si evince che ci sia stata, nell’ultimo quinquennio, una continuazione della lotta per la sopravvivenza, piuttosto che una stabile e significativa ripresa.

La stessa cosa accade anche per il rame. A causa del suo variegato utilizzo in molti settori economici, dalle costruzioni all’automobilistico, la domanda di rame è sempre stata considerata come un indicatore efficiente del livello di salute delle economie. Non a caso, tra i metalli, il rame viene simpaticamente nominato, “Dr. Copper”, il dottor rame, proprio per questa sua capacità di fornire una informazione anticipata sull’andamento del ciclo economico.

Anche per il rame, come per le spedizioni, i prezzi spesso sovrastimano l’attuale andamento economico, almeno negli ultimi anni, nei quali il prezzo di una materia prima spesso non riflette l’andamento economico, ma contiene, invece, una elevata componente speculativa.

Il prezzo del legno è invece crollato di circa il 20%, da inizio anno, e testimonia le difficoltà del mercato immobiliare statunitense, tra l’incudine (alti prezzi) ed il martello (calo delle transazioni e crollo dei mutui).

news 2-8 giugno - timbert

Ma i mercati ignorano ormai da alcuni anni questi indicatori e guardano solo alla Fed, al QE e al passo del suo attuale rallentamento, il “tapering”. Se la FED proseguisse con l’attuale rallentamento, il QE verrebbe azzerato ad ottobre e l’indice S&P500 potrebbe salire fino ai 2.000 punti, un +8% da inizio anno, la solita follia per una economia che è a malapena in crescita, dal momento nel quale la banca centrale ha iniziato a ridurre lo stimolo monetario.

Mentre i mercati si avvicinano in ipossia (senza alcuna pausa) alla cima del monte Everest (quota 2.000 punti), la riduzione dello stimolo e l’esuberanza illogica che ha raggiunto il paradosso, in aggiunta ai continui dati macroeconomici e settoriali deludenti, potrebbero sovvertire il “trend positivo” che sembra ormai inarrestabile.

Considerando infine che sono ormai trascorsi 26 mesi dall’ultima correzione degli indici, superiore almeno al 10%, le possibilità di un crollo dei mercati azionari sono sempre più elevate.  La paura, come al solito, farà il resto, stabilendo se assisteremo solo ad una correzione o se il panico tornerà sovrano, risvegliando l’orso da un lunghissimo letargo.

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