Tuesday 12th December 2017,
Pinguinoeconomico

TURCHIA: LA CRISI ECONOMICA ED IL RISCHIO CONTAGIO.

La Turchia non è nuova a crisi finanziarie dalle quali si è sempre rocambolescamente ripresa. Tutto normale, in quanto parliamo di un Paese emergente e quindi avvezzo alle “montagne russe”: periodi di forte crescita che generano spesso squilibri e sono seguiti da dolorose e pesanti crisi finanziarie, anche se piuttosto brevi, come nel recente passato del Paese islamico.

Lo scenario è ora molto diverso. La Turchia è ormai un Paese europeo, molto integrato e dipendente dall’economia del continente. Rispetto alle precedenti crisi finanziarie, il coinvolgimento economico europeo è sensibilmente cresciuto nei confronti della Turchia. Grandi affari quando il vento spira dalla parte giusta, ma grossi problemi, invece, quando diventa contrario.

Tutti sono distratti dai mercati azionari e dal tentativo di intuire le prossime mosse della FED nella progressione del “tapering”. Sembra non esistere altro che capire se ad ogni storno degli indici (ma quali ?) si debba sempre rientrare, visto che c’è il paracadute infinito delle banche centrali mondiali con il loro “quantitative easing”.

Ma intanto la Turchia sprofonda e molto rapidamente nel disinteresse quasi totale. La crisi è nata lo scorso maggio e si è inasprita sensibilmente nei mesi successivi. Le conseguenze sono state immediate: fuga dei capitali stranieri con il crollo della Borsa, ma soprattutto il collasso della la lira turca, la moneta nazionale.

A differenza dell’Egitto, Paese nel quale i musulmani sono stati deposti da un colpo di stato militare, in Turchia il premier islamico Erdogan, al potere da un decennio, non cede lo scettro e cerca di eliminare i suoi crescenti oppositori (giudici, militari, giornalisti), arrestandoli in segreto.

La mancanza di democrazia e di dialogo accende lo scontro. Il recente scandalo per corruzione che ha travolto oltre 50 membri del partito di Erdogan e della coalizione di governo ha portato anche alle dimissioni di tre ministri a fine anno. Il potere è in mano ad una dittatura musulmana che userà ogni mezzo, anche la forza come è già avvenuto lo scorso anno, per mantenerlo saldamente.

A seguito dei primi disordini dello scorso maggio è iniziato inesorabile il crollo della lira turca per la mancanza di fiducia nelle autorità di risolvere pacificamente la grave crisi. Ma quello che sembrava un movimento temporaneo è diventata una slavina incontrollabile: -27% in 7 mesi contro il dollaro – che non è certo una divisa forte – ed un’altra perdita del 13% da inizio anno. Come risulta dal grafico, negli ultimi giorni, infatti la moneta locale continua a registrare nuovi record negativi quotidiani, arrivando ieri oltre 2,26.

LIRA TURCA

Ovviamente per Erdogan la colpa è degli USA e del tapering, visto che casualmente il declino della lira coincide con la famosa dichiarazione della FED del 22 maggio.

Una svalutazione così violenta, tuttavia, è molto rischiosa. I tassi di interesse sono schizzati all’insù ed il Paese fatica a finanziarsi all’estero a tassi decorosi. Le importazioni diventano carissime (la Turchia importa quasi tutto il fabbisogno di petrolio), l’inflazione sale ed il deficit delle partite correnti decolla all’8% del PIL, uno dei più elevati in percentuale tra i Paesi emergenti.

In questo contesto la banca centrale rimane immobile. In questa settimana ha dribblato le aspettative per un evidente rialzo dei tassi, dichiarando inaspettatamente che tale mossa fosse assolutamente ingiustificata e contribuendo altresì all’ulteriore indebolimento della divisa.

Tutti i parametri di crescita per il 2014 andranno rivisti al ribasso. Il PIL, già intorno al 4% nel 2013, è la metà  rispetto agli anni ruggenti, e potrebbe non superare il 3%, tra turbolenze politiche, deboli consumi ed investimenti delle aziende.

L’inflazione, invece, non riuscirà a scendere  sotto il 7-8%.

Nel caso tale situazione di incertezza dovesse perdurare, la Banca Centrale sarà costretta ad alzare i tassi. Ci sono poi elezioni amministrative a marzo che avranno una evidente valenza politica.

Il debito pubblico si attesta al 40% del Pil, un livello contenuto rispetto ai disastrosi parametri europei. Tuttavia il rischio default non è da escludere.

La Turchia da mesi, malgrado le rassicurazioni di Erdogan, non mostra alcun segno di stabilizzazione.

Il grafico successivo è emblematico dell’effetto contagio che il mancato pagamento del debito potrebbe innescare a livello mondiale. Negli ultimi 10 anni i debiti verso l’estero sono cresciuti di oltre sette volte: da 50mld fino agli odierni 350 miliardi di dollari, già superati. E’ ovviamente nel calderone ci sono tutti, comprese le solite banche europee ed in particolare quelle greche, le più esposte in assoluto, che sono impegnate per il 5% della cifra totale.

TURCHIA - 0

Agli attuali tassi di cambio la bolletta energetica del paese nel 2014 salirà di 7 miliardi di dollari ed il Paese è sempre più dipendente dai finanziamenti bancari e privati dell’euro zona.

Intanto la scorsa settimana è stato rimosso il Presidente dell’Associazione bancaria turca, tutto il “board” di una delle principali società telefoniche e l’Iraq sta pensando di cancellare tutti i contratti con i turchi, secondo quando dichiarato dal ministro del petrolio.

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