Tuesday 12th December 2017,
Pinguinoeconomico

LA BREXIT CI RIPORTA ALLA REALTA’

L’incubo della Brexit si è rivelato tale, per quanto fino all’ultimo sottovalutato, generando il crollo verticale dei mercati finanziari e distraendo, quasi totalmente, l’attenzione dall’economia reale ai mercati finanziari, nelle precedenti settimane.

E infine, gli inglesi hanno deciso: si esce. La fase di transizione sarà lunga ed è troppo presto per ipotizzare qualunque scenario, mentre ora osserviamo solo le reazioni dei mercati. Gli scenari che si aprono sono veramente terreno sconosciuto e ci vorrà molto tempo per capire le conseguenze di questa decisione.

Resta fra i banchieri centrali la preoccupazione dell’impatto dell’uscita del Regno Unito sulle economie anche degli altri Paesi: in settimana avevano ribadito questi timori sia il Presidente della Bce Draghi che quello della Fed, Yellen, ai quali si è aggiunto anche il Fondo Monetario Internazionale.

Il mercato, che si era preoccupato molto già da un paio di settimane fa, aveva iniziato a scontare una vittoria dei “sì”, in particolare dopo la tragica uccisione della deputata del fronte del Remain, Jo Cox. L’appetito per il rischio non si era più fermato: i recuperi dei listini azionari dell’Area euro avevano sfiorato la doppia cifra in percentuale con punte del 12% per il FtseMib, il listino italiano. Segnali di ottimismo erano giunti anche dal restringimento degli spread tra i titoli di Stato dei Paesi periferici e la Germania, con il rendimento del Bund che, dopo la breve escursione in territorio negativo, era tornato su valori positivi. Sul mercato delle divise, la sterlina si era apprezzata in misura considerevole contro le principali divise

L’illusione è finita nella mattina del 24 giugno e si è trasformata in un incubo. La reazione a caldo dei mercati finanziari è stata molto violenta con gli indici dei Paesi europei finanziariamente più deboli, quali Spagna ed Italia, che lasciano sul terreno il 12% in una sola seduta, un drammatico record storico negativo, con molti titoli del settore finanziario in crollo verticale di oltre il 20%.

I rendimenti su Bund e Treasury si riducono drasticamente (nuovo record per il Bund fino a -0,10%) per la ricerca di investimenti con basso grado di rischio. Tra le divise crolla la sterlina che segna il minimo dal 1985 contro il dollaro che recupera significativamente. mentre vengono premiate le tradizionali valute rifugio: yen e franco svizzero.

Brexit ha messo in ombra qualunque altro evento. La corsa a ostacoli della scorsa settimana non si è ancora conclusa: l’ultimo è rappresentato dalle elezioni in Spagna, dopo sei mesi di stallo nella formazione di un nuovo governo a seguito dell’ultimo appuntamento elettorale.

Guardando oltre Brexit, restano i timori sulla crescita per le economie e se la ripresa potrà avere battute d’arresto; l’esito del referendum non fa che aumentare i rischi in tal senso.

Il Fondo Monetario Internazionale, ad esempio, ha rivisto al ribasso le stime di crescita del Prodotto Interno Lordo statunitense portandole al 2,2% per l’anno corrente dal 2,4% precedente; ha invece confermato al 2,5% la crescita del 2017.

Secondo il Fmi, i problemi derivano da alcune forze che mettono a rischio la crescita futura, fra cui il calo della partecipazione alla forza lavoro ed il progressivo invecchiamento della popolazione.

Nelle economie occidentali i tassi d’interesse si aggirano attorno allo zero, al pari dei rendimenti delle obbligazioni ormai quasi tutti in territorio negativo. L’inflazione sembra destinata a salire verso la fine dell’anno, anche se le pressioni sui prezzi al consumo rimangono al momento modeste, al di fuori degli Stati Uniti dove si è riacceso qualche focolare inflazionistico.

L’economia americana marcia a scartamento ridotto, alla metà del suo reale potenziale. Il settore manifatturiero si confronta da oltre un anno con il dollaro forte e la debolezza della domanda estera, mentre anche la fiducia nel settore dei servizi ha subito un calo inaspettato negli ultimi due mesi. Inoltre, la crescita della produttività è fiacca e le prospettive di investimento rimangono al di sotto della media, in presenza di profitti aziendali e dei tassi di utilizzo della capacità produttiva relativamente bassi. Il deludente report di maggio sul mercato del lavoro ha giustificato l’ennesimo rinvio di un aumento dei tassi di interesse a giugno, mentre anche il rialzo di luglio appare quasi del tutto fuori discussione. Inoltre, più ci si avvicina all’election day di novembre e tanto più sarà difficile manovrare, per la Federal Reserve, la leva dei tassi in campagna elettorale.

La combinazione tra crescita modesta ed inflazione, quest’ultima sotto il livello programmato del 2%, implica che la Fed continuerà ad adottare un approccio prudente ed attendista, così come sta avvenendo da diversi anni.

L’economia dell’area euro ad inizio anno è cresciuta in maniera piuttosto solida, ma sta già decisamente rallentando nel secondo trimestre. Detto questo, la ripresa è ancora lontana dall’essere significativa ed alcuni freni strutturali rimangono irrisolti. Nonostante il nuovo accordo politico siglato a fine maggio, la situazione greca resta strutturalmente in bilico, mentre la fiducia nelle politiche economiche è molto bassa in un numero significativo di Stati membri dell’UE e diminuirà ulteriormente post referendum. L’agenda politica di questo mese è stata dominata dalla consultazione elettorale britannica, il cui esito inaspettato avrà ripercussioni sia politiche che economiche sull’economia continentale, da qui a fine anno. Nuove elezioni si terranno in Spagna nel weekend e saranno pesantemente condizionate dal risultato di questa mattina.

Nella sua conferenza stampa di giugno, la BCE è rimasta ferma sulle sue posizioni in attesa degli effetti delle misure di politica monetaria annunciate nel mese di marzo. Draghi, nel frattempo, ha lasciato la porta aperta ad ulteriori azioni da compiere in un secondo momento, ma deve essere chiaro che l’opposizione tedesca sta crescendo e che l’allentamento monetario è ormai al capolinea. Francoforte probabilmente allargherà ulteriormente la base di acquisto dei titoli obbligazionari e offrirà nuovo credito al sistema bancario a tassi negativi sempre più favorevoli, ma oltre queste misure non può andare a meno di adottare l’auspicato, da alcuni economisti, “helicopter money”.

Il feeling nei confronti dei mercati emergenti è migliorato in questi ultimi mesi, in scia alla stabilizzazione del dollaro e ad una risalita del prezzo delle materie prime, eventi entrambi a rischio come il post Brexit ha già dimostrato. Ma i mercati emergenti non sono ancora fuori pericolo. I timori di un atterraggio duro della Cina in questi ultimi mesi sembravano apparentemente diminuiti, malgrado il cambio sia scivolato ai minimi del 2012 rispetto al biglietto verde.

In aggiunta, la presenza di numeri sulla crescita fittizi, i prezzi delle case in rapido aumento e la crescita esponenziale del credito sono indicatori evidenti della bolla speculativa a rischio di deflagrazione.

 

SINTESI

La Brexit fa molta paura perché si aggiunge ad una crescita debole, in particolare nel continente europeo, e costringe i Paesi dell’Unione a ragionare velocemente sulla efficacia e le metodologie di gestione per evitare che la struttura di coesione possa presto implodere. In aggiunta, il crollo degli Istituti di credito in Borsa con l’indice di settore europeo che ha perso il 14,5%, un nuovo record negativo, evidenzia che il comparto è in uno stato pre fallimentare, tenuto in vita solo dalle politiche ultra espansive della Banca Centrale Europea. Lo scossone britannico riporterà presto alla luce i vecchi problemi strutturali delle economie mondiali che il rialzo dei listini azionari, da febbraio a maggio, aveva fatto dimenticare.

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