Tuesday 12th December 2017,
Pinguinoeconomico

CANADA – COME UNA BOLLA CRESCE E SI SGONFIA

Già da alcuni anni si parla, a più riprese, della gigantesca bolla immobiliare che è stata costruita in Canada, di come si sia inflazionata e di quando scoppierà. Il boom è stato più lungo e clamoroso, rispetto a quello dei cugini americani, in quanto sostenuto anche dalla bolla dei prezzi delle materie prime che ha alimentato la crescita  dell’economia canadese.

Ora è ormai evidente che questo castello ha fondamenta di sabbia. I prezzi delle materie prime, delle quali il Paese è un grande produttore ed esportatore, sono crollati, trascinando nella caduta la moneta nazionale. Anche il mercato immobiliare incomincia a tremare, tuttavia, con segnali di nervosismo ed inquietudine sempre più evidenti. A rischio diventa anche il sistema finanziario, sempre beatificato negli anni scorsi come uno dei più solidi e solvibili al mondo, con sei tra le prime dieci banche nella classifica degli Istituti più patrimonializzati. Il sistema finanziario canadese era infatti rimasto immune dall’onda lunga della crisi dei mutui “subprime” statunitense, ma ora sembra che abbia ripetuto gli stessi errori ed in misura ancora più macroscopica. Anche l’occupazione sta scendendo, in quanto non più sostenuta dal boom immobiliare.

Il debito privato canadese, rispetto al reddito disponibile, ha raggiunto la cifra record del 164%, ben superiore rispetto a quella di altre economie anglosassoni, altrettanto pesantemente indebitate, come Stati Uniti e Gran Bretagna che sono intorno al 120-130%, livello comunque pericolosamente inaccettabile.

Dopo anni di fette di salame sugli occhi, anche le agenzie di rating e la Banca Centrale hanno lanciato allarmi sulla gigantesca bolla immobiliare, che si era ormai già creata e che sta ora scoppiando in mano al Governo. Lo scorso 30 settembre la Banca Centrale ha ammonito sul rischio che l’implosione possa avere sul sistema finanziario del Paese, congiuntamente con la caduta dei prezzi.

Successivamente, ad inizio gennaio, l’associazione dei produttori di energia ha comunicato che meno del 20% delle 50 società canadesi petrolifere e di gas riuscirà a sopravvivere con un prezzo del greggio a $50. Un numero significativo di società è, infatti, diventato vulnerabile a causa del forte indebitamento. L’accesso al credito diventa, in tal modo, proibitivo ed anche la sottoscrizione di nuovo capitale. Anche le aziende che dovessero resistere assisteranno comunque ad una sensibile contrazione dei profitti, qualora il prezzo dell’oro nero rimarrà per mesi o anni a questi livelli. Infine, saranno costrette a tagliare investimenti per almeno 23 miliardi di dollari canadesi e di conseguenza anche migliaia di posti di lavoro, che andranno ad aggiungersi a quelli del settore delle costruzioni,  già con il fiato corto. Recentemente il ministero del lavoro ha corretto al ribasso il dato delle nuove assunzioni nel 2014 da 185k a 121k, una piccola differenza del -35% a testimonianza che non solo in Cina e negli Usa, ma adesso anche in Canada, i dati vengono palesemente manipolati per compiacere i mercati.

In seguito, il 21 gennaio, è arrivata l’ulteriore doccia fredda con la decisione della Banca Centrale di abbassare i tassi di interesse dall’ 1% allo 0,75%, notizia che ha indebolito la moneta nazionale, già in affanno da più di un danno nei confronti del biglietto verde. Più che un sostegno all’economia reale, si tratta, invece, dell’ennesimo aiutino al sistema finanziario domestico in affanno, malgrado il già elevatissimo debito privato.

Con tassi di interesse ancora più compressi, i canadesi potrebbero, infatti, ancora aumentare il grado di leva finanziaria per mantenere intatto lo standard attuale di consumi.

Anche i licenziamenti hanno ripreso ad aumentare. Dicembre è stato un mese negativo, con un saldo netto negativo di -11.300 unità. Il settore energetico ne ha già annunciati oltre 20k ed in aggiunta c’è il bubbone di Target, la società di abbigliamento americana, che chiuderà le sue attività nel Paese, lasciando a casa 17.500 persone dopo solo tre anni dalla apertura della filiale canadese.

Infine, il ministro del lavoro ha affermato nei giorni scorsi che il numero dei licenziamenti nel 2015 potrebbe aumentare del +22%.

Ultima osservazione sul debito pubblico che è aumentato di 170 miliardi in valuta locale in sei anni, malgrado il boom economico. Anche lo Stato non ha dato, pertanto, il buon esempio, ma ha partecipato alla festa. Ora non ha neanche più munizioni per sostenere un budget anti crisi, in quanto le casse sono ormai vuote.

Deve ora solo sperare che le bolle create non scoppino tutte insieme e si trasformino in uno devastante tsunami. Ma non sarà sufficiente: l’eccesso è stato così evidente che il conto sarà molto salato.

 

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