Monday 01st March 2021,
Pinguinoeconomico

INFLAZIONE E MATERIE PRIME: UNA MISCELA ESPLOSIVA

Da ormai un decennio le Banche Centrali stanno combattendo uno scenario di deflazione utilizzando stimoli monetari ultra espansivi, ma con esito praticamente inefficace.

L’obiettivo di ottenere un tasso d’inflazione nominale superiore al 2%, utilizzando qualsiasi mezzo, è miseramente naufragato provocando un’inondazione di denaro solo sugli assets finanziari, che hanno continuato ad aggiornare massimi storici, ormai quasi quotidianamente.

La massa di liquidità non si è invece trasferita sull’economia reale e la velocità di circolazione della moneta è scesa al livello minimo degli ultimi cinquant’anni, contribuendo a mantenere bassa la pressione al rialzo sui prezzi.

 

LO SCENARIO STA CAMBIANDO

La diffusione del virus ha inizialmente ulteriormente accelerato lo scenario deflattivo, ma solo per i primi mesi.

Gran parte della popolazione mondiale, nei Paesi occidentali più benestanti, è rimasta infatti confinata in casa, diminuendo drasticamente i consumi. In diversi casi ha anche perso il lavoro o è stata costretta a beneficiare di aiuti statali, ben inferiori normalmente a quanto percepito prima dello scoppio della pandemia.

Tuttavia, durante la scorsa estate il virus sembrava avere mollato la presa, almeno in alcuni Stati, ed i consumi privati sono ripartiti, incominciando a creare pressioni al rialzo su alcune materie prime.

 

UN FENOMENO RICORRENTE e LA SPECULAZIONE

Studiando la storia passata dell’evoluzione dei prezzi delle materie prime, si nota che in scia a grossi eventi macro economici o sociali si sono verificate grande fiammate nei prezzi al consumo.

Partendo proprio dall’epidemia di influenza spagnola del 1918-19, l’inflazione è schizzata negli anni successivi, arrivando al modello super inflattivo della repubblica di Weimar nel 1923.

Il successivo periodo inflattivo è stato alla fine della seconda guerra mondiale, le due crisi petrolifere degli anni ’70 ed infine la Grande Recessione del 2008-09.

Tutte queste crisi sono state seguite da un innalzamento dei prezzi, anche sensibile, e tutti contrastate, tranne l’ultima di questo secolo, con un aumento dei tassi di interesse da parte delle Banche Centrali nei rispettivi Paesi.

Dal marzo dello scorso anno, i prezzi di alcune materie prime sono  più che duplicati. Non parliamo di metalli poco utilizzati, ma del rame, del petrolio e del ferro, che è addirittura salito del 15% nella scorsa settimana, ritoccando i massimi degli ultimi nove anni.

Anche il legno, molto utilizzato nelle costruzioni, ha registrato incrementi superiori al 300%.

Stessa musica anche per le materie agricole con apprezzamenti per frumento, mais e soia che sfiorano anche l’80% in un anno e che quando si trasferiscono sui consumi generano pericolose rivolte popolari nei Paesi poveri, l’ultima della quale fu la “primavera araba” nel 2011.

In questo contesto in rapidissima evoluzione, ci sono poi sicuramente attività speculative, che alimentano l’ulteriore aumento dei prezzi.

La Cina ne è l’emblema più evidente, contribuendo all’impennata dei prezzi sia di rame che di petrolio con acquisti massici, estesi anche ad altri metalli anche rari, come ad esempio il litio utilizzato nelle batterie elettriche.

 

I DUBBI SULLA RIPRESA ECONOMICA

In un ciclo economico espansivo la crescita del prezzo di un metallo come il rame dovrebbe superare quello delle materie agricole, evento che non si è ancora verificato.

La ripresa economica sarà sicuramente molto consistente nei prossimi due trimestri, ma il livello di partenza è molto depresso, in particolare in alcuni settori che sono stati quasi cancellati dalle misure di contenimento del virus.

Tuttavia, la ripartenza dei consumi rischia di infiammare ulteriormente il prezzo delle materie prime, associata alla scarsità di alcuni beni, quali i semiconduttori o i container i cui prezzi di nolo dalla Cina verso l’Europa e gli Stati Uniti sono anche quadruplicati in pochi mesi.

 

STIMOLI, TASSI DI INTERESSE e DEBITI PUBBLICI

 

Gli stimoli fiscali elargiti materialmente a famiglie ed imprese da diversi governi, nel tentativo di fermare l’emorragia di aziende a rischio di fallimento, aiuteranno la ripresa dei consumi ed in particolare negli Stati Uniti.

Per finanziare tale ripresa, l’aumento dei debiti è stato purtroppo esponenziale e stimato in circa tredici trilioni di dollari, sommando l’esborso dei governi e delle principali banche centrali mondiali.

Questa montagna di debiti deve ovviamente trovare nuovi investitori disponibili a sottoscriverli ed anche a tassi di mercato molto bassi.

Per questo motivo la fiducia nelle istituzioni finanziarie non è incrollabile ed il premio richiesto sta aumentando, malgrado il tentativo delle banche centrali di mantenere i tassi nominali ai minimi storici.

L’esempio più evidente è la risalita del tasso di interesse sul decennale governativo americano, un benchmark mondiale, dallo 0,52% di inizio agosto all’1,38% di oggi. Parliamo ancora di incrementi esigui in valore assoluto, ma che cominciano a preoccupare qualora si estendessero ulteriormente e potrebbero anche far deragliare l’infinito rally del mercato azionario.

Non esiste infatti una soglia spartiacque che potrebbe rendere il rendimento obbligazionario di nuovo molto interessante e più appetibile rispetto all’investimento azionario, ma il movimento di ascesa dei tassi potrebbe proseguire e va attentamente monitorato.

In aggiunta, l’aumento dei prezzi e del tasso di inflazione in misura sensibile, come alcuni economisti stanno rilevando, porterebbe le banche centrali a ridefinire la loro politica espansiva molto aggressiva con conseguenze sui tassi nominali che rischiano di continuare a salire.

 

 

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