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L’ECONOMIA TEDESCA NON E’ COSI’ FORTE COME L’EUROPA CREDE

Pinguinoeconomico 8 gennaio 2014 Mondo Nessun commento
BANDIERA GERMANIA

Angela Merkel è diventata per la terza volta cancelliere e presiede un governo di coalizione con il principale partito politico dell’opposizione. Ma questa volta dovrà sostenere un calice un po’ avvelenato ed il suo potere politico e la forza finanziaria del Paese sembrano essere sovrastimate.

E’ noto che la potenza economica tedesca si fonda sulle esportazioni. L’idea è che la Germania possa affrancarsi dalla crisi europea aumentando il suo output verso i paesi emergenti. Tuttavia le esportazioni verso i paesi europei sono pari al 69% del totale ed al 57% se facciamo riferimento alla sola area Euro.

Nel 2012, la Germania ha conseguito un deficit commerciale di 27 miliardi di euro con la Russia, Libia e la Norvegia, per l’importazione di prodotti petroliferi. Anche con il Giappone registra un deficit di 4.7 miliardi e di 11.1 miliardi con la Cina.

Al contrario ha avuto un surplus con la zona euro (Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Cipro e Irlanda) di 54.6 miliardi euro, con gli Stati Uniti di 36.2 miliardi e con la Gran Bretagna di 29.3 miliardi. In effetti il surplus commerciale tedesco è realizzato in larga misura sull’export nella zona euro. La prolungata debolezza dei Paesi periferici impatterà negativamente sulle prospettive economiche del Paese.

La performance dell’export teutonico dipende inoltre dal valore dell’euro che è in questo momento risulta troppo sopravalutato.

Un rallentamento tedesco avrebbe effetti a catena su molti altri Paesi europei, già deboli. Molti industrie spagnole ed italiane esportano semilavorati in Germania dove vengono poi rivenduti all’estero come prodotti finiti dopo successive lavorazioni.

Per alcuni aspetti l’economia teutonica assomiglia a quella cinese: traino dell’esportazioni e consumi domestici ancora modesti.

La competitività industriale del Paese è inoltre sopravvalutata; non molto tempo fa la Germania era considerata come il malato europeo.

Tra gli anni 2000 e 2010 la produttività del Paese è cresciuta di un modesto +0.6%  medio annuo, circa la metà della media OCSE. Il mercato del lavoro domestico rimane molto rigido ed il sistema bancario molto frammentato e debole. Le infrastrutture stanno invecchiando e richiedono investimenti mentre i costi dell’energia rimangono elevati, circa un +30% oltre la media europea ed il doppio degli Stati Uniti, riducendo la competitività del Paese. Gli alti costi del gas naturale (quattro volte quelli USA) penalizzano l’industria petrolchimica tedesca.

Il World Economic Forum inserisce la Germania nelle classifiche mondiali a livelli molto bassi in termini di istruzione, infrastrutture di comunicazioni, solidità del sistema finanziario ed attività economica. Il Paese è al 106esimo posto per l’apertura di una attività imprenditoriale, 31esimo nella banda larga, 75esimo per la solvibilità del sistema bancario, 127esimo per assunzioni e licenziamenti e 131esimo per la flessibilità salariale.

Un altro problema, completamente ignorato dai media, è la situazione demografica con una popolazione tra le più vecchie del mondo. In Europa ha la più alta media assoluta (> 45 anni). Nel 1970, l’indice di dipendenza – il numero di lavoratori per ogni pensionato – era di 4.1, nel 2010 di 3.0 e scenderà ad 1.6 nel 2050, poco meglio del Giappone.

La Merkel per poter governare ha accettato di introdurre il salario minimo e di aumentare le pensioni. Per quanto siano socialmente condivisibili queste misure ridurranno la competitività del Paese, particolarmente nell’ex Germania dell’Est.

Il rischio Europa.

La Germania rimane inoltre ancora vulnerabile ai problemi economici e finanziari dei partner europei, la gran parte dei quali devono essere finanziati  con continue iniezioni di denaro da tutti i Paesi membri, tra i quali la Germania è il maggior contribuente.

I Paesi più in crisi, i periferici in particolare, difficilmente riusciranno a raggiungere gli obiettivi di deficit e di debito; le banche soffriranno ancora di perdite crescenti per crediti inesigibili e richiederanno nuove iniezioni di capitali. Ma i membri dell’eurozona, con la Germania in prima linea, rimangono impegnati ad evitare il rischio sconosciuto di un default o della uscita di un Paese dall’euro.

I Paesi già salvati potrebbero essere costretti a richiedere l’intervento del fondo di stabilità europeo (ESM) e della  Banca Centrale per sopravvivere. Ma il fondo fa affidamento sui contributi  di quattro principali Paesi che insieme versano il 77%  delle quote: Germania (27.1%), Francia (20.4%), Italia (17.9%) e  Spagna (11.9%). La partecipazione tedesca sarà a regime di 190 miliardi di euro, una cifra che potrebbe aumentare sostanzialmente qualora anche la Francia, oltre all’Italia, sia costretta a chiedere sostegno finanziario.

La probabilità che questi fondi non vengano mai recuperati cresce e la somma diventa considerevole in relazione al Pil (2.5 trilioni di euro)  e alla ricchezza privata nazionale, stimata in 4,7 trilioni, inferiore a livello procapite (51.400) a quella della Spagna (182.700 euro), dell’Italia (173.500 euro) e persino della Grecia  (101.900 euro) a causa di un lungo periodo di modesta inflazione dopo la nascita dell’euro in aggiunta al basso tasso di proprietà immobiliare, pari al 60% della popolazione. La Germania ha infine un livello di debito contenuto (81% del PIL) rispetto alla media europea (93%) ma se contabilizziamo anche i debiti del sistema sociale si supera il 190% rispetto al 146% dell’Italia.

I tedeschi hanno sostanzialmente approvato la gestione della crisi europea da parte della Merkel. Gran parte di questi sostenitori pensa che il problema sia stato risolto mentre pochi altri si sono resi conto che è stato solo spostato in avanti a spese del contribuente.

In aggiunta il Paese ha la responsabilità di non avere vigilato sulle misure di austerità, richieste ai Paesi finanziati in cambio degli aiuti economici concessi, molte delle quali non sono mai state applicate.

Nel migliore dei casi il persistente supporto alle politiche di sostegno verso i Paesi in difficoltà ridurrà i risparmi privati tedeschi, mentre nel peggiore scenario – default di un Paese od uscita dall’euro – l’esito sarebbe ancora più penalizzante, con perdite stimate per la nazione tra i 750mld e 1,5 trilioni di euro.

I tedeschi hanno pertanto finto di ignorare che ogni tappa della gestione della crisi è risultata un semplice trasferimento del rischio, dei debiti e delle perdite nei loro confronti. Considerando la loro comprensibile reticenza a condividere il debito dei Paesi più indebitati, la possibile reazione del cittadino nel ruolo continuo di creditore permanente è sconosciuta, ma non potrà essere rimandata all’infinito.

Solo il tempo ci dirà se la Germania è sul punto di una prossima crisi, una delle tante anche molto severe che hanno caratterizzato la storia di questo grande Paese.

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