Sunday 24th September 2017,
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TRUMP SPINGE MENTRE LA FED RALLENTA

Pinguinoeconomico 15 marzo 2017 Materie prime Nessun commento
TRUMP E YELLEN

Il report sullo stato di salute del mercato del lavoro uscito lo scorso venerdì ha ridato alcune speranze a Trump ed al suo staff sulla sostenibilità di una crescita economica più marcata, rispetto a quella registrata durante i due mandati della precedente amministrazione democratica.

Al contrario, per la Federal Reserve è stata la conferma che sia tempo per alzare i tassi di interesse per prevenire il surriscaldamento dell’economia.

Per tale motivo Trump e la Yellen sembrano destinati verso una futura collisione, per quanto alquanto sfumata nei toni.

In sintesi, il neo presidente ha più volte affermato che è determinato a stimolare la crescita con qualsiasi mezzo, mentre la Yellen ha indicato che eviterà qualsiasi accelerazione nell’attività economica, motivo per il quale annuncerà il rialzo dei tassi di interesse nella riunione di metà marzo.

La mossa sarebbe comunque irrilevante, in quanto i tassi di interesse rimarrebbero ancora al di sotto del punto percentuale e gli oneri per la clientela privata e societaria sui prestiti ben inferiori allo standard storico.

Tuttavia, la Banca Centrale a stelle e strisce sembra si stia muovendo più velocemente rispetto al previsto, anche in seguito ad un risveglio del tessuto economico.

Ovviamente non c’è nessuna intenzione da parte della Fed di limitare le politiche fiscali della nuova amministrazione repubblicana, ma solo quella di mettere un freno ad un eccesso di entusiasmo, che si sta concentrando su alcune asset classes, come il mercato azionario.

L’illusione che movimentando i Fed Funds si possa dare un messaggio politico di qualsiasi tipo è una pure illusione e non è mai stato nelle corde della Banca Centrale, né tantomeno della Yellen.

Il punto essenziale è, tuttavia, che la Federal Reserve ritiene che la crescita economica al due per cento circa è il passo massimo sostenibile senza provocare inflazione, mentre il superamento di tale soglia potrebbe spingere la Banca Centrale ad accelerare il ritmo di rialzo dei tassi, evento che provocherebbe una veloce recessione.

Le previsioni dell’autorità economica si spingono fino ad un 2,1% di crescita per il corrente anno, poco al di sopra del modesto 1,8% del 2016. La Fed comunicherà stasera eventuali variazioni.

La Banca Centrale desidererebbe che la crescita fosse guidata solo dai fondamentali e non da eccessi di domanda, che hanno un effetto trascinatore sull’aumento dei prezzi. Quest’ultima circostanza potrebbe verificarsi, invece, anche con una diminuzione delle tasse od un incremento della spesa pubblica.

L’attrito tra politici e Banca Centrale non è una novità di queste ultime settimane. Da sempre l’autorità monetaria, in qualsiasi nazione in grado di battere propria moneta, è vista come il fumo negli occhi dai governi per la capacità di mettere fine a periodi di forte espansione economica, fenomeno che impatta negativamente sull’umore dell’elettorato.

In definitiva, questa volta, la Fed non ha bisogno di accelerare troppo il passo di aumento dei tassi di interesse, almeno per contrastare le politiche espansive di Trump.

Il progetto di una sensibile diminuzione della pressione fiscale verso la classe media non sarà, infatti, approvato prima di agosto.

Si tratta di un progetto ambizioso il quale, qualora venga emanato prima dell’estate, necessita di diversi mesi prima che famiglie ed imprese possano apprezzarne i benefici.

Il fatto che la politica fiscale richieda tempo prima di fare effetto è un vantaggio non indifferente per la Banca Centrale.

Proprio il mercato del lavoro potrebbe essere, invece, un motivo di contrato tra il Presidente e la Chairman. La volontà di spingere le assunzioni da parte della Casa Bianca è vista come insostenibile da parte dell’autorità monetaria.

Il tasso di disoccupazione è sceso infatti al di sotto del cinque per cento dallo scorso maggio e da allora l’occupazione ha continuato ad espandersi con un ritmo di 215.000 assunzioni mensili, oltre il doppio di quanto necessario per tenere il passo con l’aumento della popolazione. Secondo alcuni analisti, questo ritmo così accelerato non potrà durare a lungo ed anche le promesse elettorali di Trump si scontreranno con questa realtà da quasi piena occupazione.

In realtà, la Fed ben conosce che il tasso di partecipazione della forza lavoro è sceso da mesi ai minimi degli ultimi quarant’anni ed è consapevole che la produttività rimane debole. Infine, i redditi della classe media hanno visto incrementi non sufficienti a trascinare una ripresa strutturale.

La Yellen, dopo un iniziale attrito con il Presidente, si è mostrata infatti più conciliante.

In una recente audizione ha confermato che la politica monetaria non influenza né l’evoluzione tecnologica né la politica demografica del Paese, fattori che possano incidere sulla crescita del Pil nel lungo periodo, e che la politica fiscale impiegherà parecchi mesi prima di avere qualche impatto sull’economia del Paese.

Allo stesso tempo, rispetto agli annunci belligeranti durante la campagna elettorale, anche Trump ed i suoi consiglieri hanno decisamente smorzato i toni nei confronti della Yellen ed hanno ridotto la possibilità di mettere un loro uomo al suo posto. La possibilità che la Yellen rimanga al suo posto al termine del suo mandato, in scadenza a febbraio 2018, sono inaspettatamente cresciute nelle ultime settimane.

Si tratta comunque di un equilibrio sempre precario e che potrebbe essere messo in pericolo nel caso i rialzi dei tassi nel 2017 diventino quattro, invece dei tre previsti e  qualcosa vada storto nell’economia americana nei prossimi mesi. Le previsioni del primo trimestre sono infatti scese al 1,2%, secondo le indicazioni della sede regionale di Atlanta, sempre piuttosto affidabile.

Bassa crescita ed alta inflazione potrebbero, di conseguenza, cambiare le carte in tavola e costringere la Fed anche a modificare il piano in corsa.

 

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